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Qualche riflessione sul voto nel Mezzogiorno
Il Sud ignorato e ribellista
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Al referendum del 4 dicembre i cittadini del Mezzogiorno hanno votato in tanti; e, ancor più che nella media nazionale, hanno votato no.

La prima circostanza non era affatto scontata. Uno degli indicatori preferiti per stabilire che al Sud c’è poco capitale sociale è proprio il voto ai referendum, perché, a differenza di quello alle elezioni politiche, non frutta utilità al votante. Eppure, in questo caso, la percentuale è stata davvero alta. Meno che nella media nazionale, certo: ma va sempre tenuto presente che la popolazione effettivamente presente nel Mezzogiorno (e quindi in grado di votare) è inferiore a quella residente. E comunque molto più alta che in precedenti referendum. Ciò suggerisce qualche considerazione meditata. Non solo sulle misurazioni del capitale sociale, ma anche e soprattutto sulle forme contemporanee di partecipazione e di espressione della volontà popolare. Azzardo solo una riflessione: mai come oggi i normali canali di rappresentanza politica, al Sud ancor più che nel resto del Paese, sono ostruiti. Molti rappresentanti parlamentari del Mezzogiorno, specie quelli di maggioranza, sono del tutto assenti da (e oserei dire disinteressati a) i propri territori. Nell’attività parlamentare, in particolare dell’ultimo triennio, essi hanno preferito sempre e comunque esprimere fedeltà al leader, piuttosto che farsi portatori di esigenze e proposte; rinunciando anche a provare a influenzare le decisioni di politica e di politica economica quando ve ne sarebbe potuta essere occasione. L’urna referendaria è quindi divenuta l’unica forma di espressione. Ma è solo una riflessione (discutibile).

Anche la seconda circostanza merita riflessioni non affrettate. Nelle urne si sono mescolati più fattori e più motivazioni. Certo, c’è chi, come l’ex deputato Pci-Pds ed ex presidente dell’Enel Chicco Testa, ne dà una valutazione semplice: «Il sì fa il risultato migliore a Milano, Bologna, Firenza [sic] e il peggiore a Napoli, Bari, Cagliari. C’è altro da aggiungere?»; apparentemente implicita ma assai esplicita. Si badi: dando voce a convinzioni sulla «minorità» (e sull’irrecuperabilità) del Mezzogiorno che permeano larghi strati delle classi dirigenti del Nord, che semplicemente evitano di esprimerle pubblicamente, in maniera così avventata. Il Sud è conservatore? Il Sud è ribellista? Temo che sia assai difficile rispondere sulla base di solide evidenze: la ricerca socio-economica applicata nel nostro Paese è quasi scomparsa. Al di là di qualche rilevazione demoscopica, ignoriamo ciò che davvero sta avvenendo nella società meridionale e nelle sue diverse componenti.

Anche in questo caso, però, azzardo una riflessione. Certamente, il Sud è stato colpito in maniera assai più intensa dalla crisi (lo dicono tutti i dati); ed è stato colpito assai più dai processi di riduzione e revisione della spesa (investimenti pubblici ai minimi storici, assenza delle politiche di coesione, ridisegno della spesa corrente; provavo a darne qualche evidenza già l’anno scorso qui). Si pensi solo che per come è stata disegnata l’azione redistributiva più importante (gli 80 euro) ne ha tratto beneficio una percentuale di famiglie decisamente più bassa al Sud rispetto al Nord; pur essendo le prime assai più povere. Certo, la disattenzione per il Sud non è stata prerogativa esclusiva dell’ultimo governo. Ma probabilmente nell’ultimo triennio moltissimi cittadini del Sud hanno toccato con mano, nei propri luoghi di vita e di lavoro, l’assenza di iniziativa; e hanno assistito (giustamente) assai perplessi al florilegio di annunci «meridionalisti» delle ultimissime settimane. Ne hanno tratto un voto negativo, al referendum, che è in larga misura sul governo. L’austerità italiana è stata e rischia di continuare a essere assai asimmetrica territorialmente: non vi è da sorprendersi se questo produce conseguenze nei comportamenti di voto.

Insomma, ormai a urne chiuse sarebbe forse utile disintossicarsi in fretta dalle tossine di una campagna avvelenata, e tornare a riflettere insieme sul presente e sul futuro di un Paese che, specie nelle sue aree meno ricche, è in forte sofferenza.

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