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Conoscere per non odiare
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Il rifiuto da parte di alcuni abitanti di un paesino del ferrarese di accogliere un gruppo di giovani donne scappate dalla guerra e dalla follia omicida di Boko Aram suggerisce alcune considerazioni, in aggiunta a quelle espresse da Bruno Simili nella sua triste «cartolina dall’Italia». Non si tratta infatti di un caso isolato, anche se la sproporzione tra la reazione degli abitanti e la «pericolosità» di uno sparuto drappello di profughe ha destato scalpore.

Si potrebbe incolpare di questo e di altri episodi simili gruppi ed esponenti della destra becera che tendono ad assecondare nell’opinione pubblica ciò che Luigi Ferrajoli ha definito a suo tempo «il riflesso classista e razzista della equiparazione dei poveri, dei neri e degli immigrati ai delinquenti». E, del resto, le ragazze respinte sommavano tutti e tre questi elementi di stigmatizzazione. Ma ciò sarebbe troppo facile. Le barricate di Gorino si inseriscono piuttosto in un’onda lunga, della quale hanno fatto parte anche provvedimenti che hanno goduto di un ampio consenso politico, tendenti a perseguitare i soggetti in forza della loro identità o condizione (ad esempio trovarsi in uno stato di clandestinità o non avere una dimora stabile) e non per aver commesso un reato, nonché politiche di attivazione animate dalle migliori intenzioni tendenti alla infantilizzazione dei soggetti beneficiari, come è avvenuto nel caso dei programmi di educazione finanziaria che insegnano ai poveri come gestire i loro magri bilanci (dei quali fanno parte trasferimenti economici pubblici tutt’altro che generosi). In entrambi gli esempi citati l’esito a cui si è pervenuti è quello di una reificazione dei soggetti che si trovano in una condizione di difficoltà, temporanea o cronica, e di incapacità di far valere i propri diritti, anche quando si tratta di diritti umani. Tali soggetti non sono più destinatari di premure da parte di chicchessia: essi diventano un «nulla», uno schermo bianco sul quale proiettare le proprie paure. E queste ultime, si sa, sono del tutto irrazionali.

Il legame della collettività con i suoi poveri che Georg Simmel considerava una funzione costitutiva della società moderna rischia così di essere sostituito da un vuoto sociale, nel quale scompaiono i rapporti di identificazione e di riconoscimento reciproco e prendono forza invece reazioni di rifiuto e di presa di distanza.

Perché preoccuparsi di persone delle quali non si comprendono le esigenze e dei quali non si riconosce lo sforzo di tirarsi fuori da una situazione difficile, si tratti di famiglie povere, senza dimora o immigrati di recente arrivo? Meglio erigere muri, veri o simbolici che siano. Forse tutto il senso della vicenda sta in quanto hanno dichiarato alcune delle ragazze respinte: «Ci hanno mandato via solo perché non conoscono, non capiscono le nostre storie».

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