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Consenso e voto di scambio
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«Perché gli bisogna, a chi vuole regnare nelli Stati, piacere alli uomini, fare di molte iniustizie e sottomettersi ad ognuno. Adunque tu sei servo…»

Questa invettiva, rivolta in una predica dal Savonarola a Lorenzo de’ Medici e ai cortigiani del suo «giglio/cerchio magico» nel 1490, sembra tornare di moda nei nostri tempi. È sempre più difficile oggi individuare un confine netto tra la ricerca del consenso e il voto di scambio, che asservisce colui che crede di comandare.

Fino alla nostra generazione (mi riferisco a chi, nato poco prima della Seconda guerra mondiale, è cresciuto e invecchiato nel dopoguerra) tra gli interessi dei singoli e la politica c’era, tra gli altri corpi intermedi, un canale di mediazione preciso, il partito. Dotato di una forte ideologia, il partito si produceva nello sforzo trasformare gli interessi particolari in interessi generali. Oggi l’incontro/scontro tra società e politica avviene direttamente sul consenso e lo stesso sistema delle tangenti ai partiti, che rivelò la nudità della politica nei primi anni Novanta, sembra superato da rapporti diretti tra gruppi di potere economico nazionali e locali. Il voto ora è solo voto di scambio – di paura o di rabbia – non canalizzato dalle organizzazioni politiche o sindacali e nemmeno dai nuovi movimenti, che si limitano di norma a raccogliere i voti – appunto – in «reti» (telematiche o meno): una sorta di raccolta indifferenziata (di opposizione o di governo, di conservazione o di innovazione) di cui non si conosce l’approdo finale, in quale «discarica» vanno a finire. Un fatto, questo, che per l’Italia in particolare potrebbe anche essere utile (finché dura la capienza delle stesse discariche politiche) per evitare le rivolte populiste di destra e di sinistra, ma dopo

È necessario un brevissimo riferimento storico. Savonarola fallì nonostante ogni suo sforzo di costruire un governo popolare diretto, il Consiglio Grande (per cui fu costruita anche la sala dei Cinquecento in Palazzo Vecchio) per l’impossibilità di coordinare gli interessi dei singoli produttori con quelli della città. L’esperimento della democrazia rappresentativa ebbe invece successo nell’Inghilterra del XVII-XVIII secolo, con l’invenzione di uno «scheletro» composto di tre strutture: partiti politici, collegi elettorali e legislature a tempo determinato.

Basta guardarsi intorno per capire che queste tre strutture sono ora tutte deformate o in pericolo. È in crisi non la democrazia in generale, ma la democrazia rappresentativa parlamentare costruita negli ultimi secoli. Le nuove velocità di movimento nel tempo e nello spazio (le dimensioni attuali delle decisioni che ricadono, ad esempio, sull’ambiente) sorpassano ogni possibilità di scelta elettorale contingente. Di qui il ricorso totalmente irrazionale all’istituto del referendum anche se su materie a-costituzionali o addirittura anticostituzionali (come io credo sia la prossima consultazione italiana di ottobre) che costringerebbe attraverso il ricorso alla fiducia a dare una risposta unica a quesiti disomogenei.

Dei referendum come armi improprie avremo molte occasioni di parlare nei prossimi mesi. A me pare assolutamente folle continuare a discutere sulla stabilità, sulla governabilità, sulla governance e sulle policies pensando di difenderle con sistemi elettorali o simili mentre le fondamenta della rappresentanza si sgretolano con il passaggio di masse di parlamentari a un gruppo diverso da quello nel quale sono stati eletti.

Limitandoci al problema consenso/voto di scambio, penso che la soluzione non possa certo essere trovata nell’intervento della magistratura se non quando si configura un reato: la magistratura può controllare certo il passaggio di qualche euro davanti ai seggi delle primarie o a quelli elettorali, e anche le concessione di favori, appalti e simili, ma certamente non può affrontare il problema degli interessi collettivi e della loro rappresentanza.

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