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Prime, seconde e… terze Repubbliche?
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Spero che Ezio Mauro, libero dagli impegni di direttore de «la Repubblica», torni a scrivere con frequenza: una bella testa politica in più non guasta, in questa situazione confusa. E il suo intervento del 21 giugno scorso è un contributo serio senz'altro utile a un'interpretazione di quanto è avvenuto nelle elezioni comunali, della straordinaria vittoria dei 5 Stelle.

Parte però da una premessa che è giusta solo a metà: un’analogia stretta tra i precedenti e vittoriosi “populismi” della Seconda Repubblica (prima quello di Berlusconi, insieme a quello minore di Bossi; poi quello di Renzi) con il populismo di Grillo e dei 5 Stelle, che di Repubbliche ne avvierebbe una Terza. L’analogia riguarda la forma dell’offerta politica, una forma personalizzata, gridata e demagogica, molto divisiva, fortemente polemica nei confronti dell’establishment: “noi”, il popolo onesto e sano, guidato da un leader carismatico, contro “loro”, vecchi, incapaci, ma inamovibili nelle loro ridotte di potere. «Se vaian todos», come direbbero i sudamericani: rottamiamoli tutti.

Questa metà della premessa corrisponde ai fatti, ma non tiene conto del contenuto di sostanza dell’offerta politica, della proposta programmatica che i populismi della Seconda Repubblica pur avanzavano. Persino nel caso di Bossi, e in seguito di Salvini, questa proposta c’era e c’è: prima un regionalismo spinto sino alla devolution – qualcuno se ne ricorda ancora? – e ora un nazionalismo antieuropeo di tipo lepenista, con evidenti caratteri xenofobi.

E c’era nella prima proposta di Berlusconi, un liberalismo scatenatore di energie, una ricetta che l’Italia consociativa non aveva mai provato, anche se era merce comune nei Paesi anglosassoni. Una ricetta che Berlusconi non volle o non riuscì ad applicare.

Soprattutto c’è nella proposta di Renzi. Su Renzi credo che Mauro sbagli, quando parla di «desertificazione di riferimenti culturali», di «cambiamento senza progetto» di «rottamazione della storia». Può aver ragione quando implica che in un partito e in un’area politico-culturale – specie così vischiosa come quella della sinistra italiana – le svolte a U sono gravide di rischi, e un duro governo di maggioranza senza ampie concessioni ideologiche, programmatiche e di potere alla minoranza, difficilmente funziona. Ma quella di Renzi era ed è una proposta liberal-socialista – certamente moderata e spostata verso il centro – ma a casa propria nella sinistra europea degli ultimi quarant’anni, illustrata da esperienze governative di successo (Blair, Schroeder) e da analisi teoriche di grande finezza (Giddens), che la collegano alla lunga storia del socialismo. Da essa si può dissentire – si tratta di un dissenso che attraversa tutti i partiti socialisti europei in questa fase internazionale difficilissima per un’affermazione dei valori della sinistra – ma non si può parlare di «cambiamento per cambiamento, senza uno schema di trasformazione». 

Lo schema di trasformazione esiste, ed è stato anche parzialmente attuato con una rapidità ignota ad un passato recente e lontano: riguarda il governo del Paese, la qualità delle sue istituzioni, l’efficienza della sua economia. Non si è fatto abbastanza? Sicuramente è così, ma non mi sembra questo il terreno sul quale la critica si muove. Sul suo terreno la critica si riduce allora all’opinione che in Italia non si può avere né una leadership governante nel partito né una democrazia governante nel Paese, che bisogna governare con un vasto consenso e con compromessi continui: «suvvia, non siamo inglesi!». Forse è proprio così, ma allora abbandoniamo l’idea di una sterzata per combattere il declino nel quale ci trasciniamo da tempo: è questo che pensa Ezio Mauro, come pensano Bersani e Libertà e Giustizia?

Dunque, i partiti della Seconda Repubblica hanno tutti usato modalità carismatico-populistico-demagogiche nella loro propaganda – una tendenza probabilmente inevitabile nelle democrazie moderne – ma ancora avevano e hanno un nucleo programmatico che offrivano e offrono agli elettori, o sulla base di una riformulata dicotomia tra destra e sinistra o tra un “noi” contro “loro”, ovvero “locali” contro “cosmopolitani”, come avviene per i movimenti populisti nel resto d’Europa. Il movimento 5 Stelle va oltre: rifiuta sia la dicotomia destra/sinistra sia quella “noi – italiani o padani – contro loro”. Si tratta di un’eccezione europea e non c’è nessuna somiglianza con Podemos – ogni tanto si fa questo confronto – che è un movimento di sinistra. I 5 Stelle sono un movimento di pura protesta contro l’incapacità e la corruzione delle classi dirigenti, nel quale gli elementi programmatici che si desumono dai loro interventi in Parlamento, o da occasionali pronunciamenti, non ci consentono di capire come si collocherebbero sui drammatici snodi decisionali che un governo deve affrontare. Anche la loro posizione inizialmente contraria all’Unione europea e ora in via di revisione non ha la chiarezza di quella della Lega o di quella favorevole del Pd, e la proposta di un reddito di base – una cosa di sinistra? – non si vede come potrebbe essere attuata: si legga il bellissimo articolo di Baldini sull’ultimo numero del Mulino. Insomma, si tratta di un contenitore generico della rabbia degli italiani contro le loro classi dirigenti, che al più lascia intendere un rafforzamento delle misure contro la corruzione e un indefettibile appoggio alla magistratura inquirente.

È questo sufficiente per augurare loro, al di là del successo di alcune buone candidature locali, una grande vittoria in una elezione nazionale? Nel rispondere “No” a questa domanda mi fa piacere trovarmi in completo accordo con Ezio Mauro. Non mi capita spesso. 

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