Fuocoammare, di Gianfranco Rosi, è stato presentato sabato in concorso alla Berlinale come “Dokumetarfilm”. Lo è alla lettera, in quanto film che documenta, con nitidezza e senza troppo ricorrere alle emozioni, quanto da anni ormai sta accadendo alle porte dell'Europa. Tutto è girato a Lampedusa, isola italiana di fatto ma africana quanto a prossimità con la costa, dove si rincorrono la normalità di Samuele (notevole l'interpretazione del giovane Samuele Pucillo) e della sua famiglia e qualcosa che non si sa come chiamare, il lavoro incessante di chi cerca in tutti i modi di salvare chi arriva dall'Africa e dal Medioriente, ma spesso raccoglie solo morte.

Leggeremo presto le opinioni di chi per mestiere scrive di cinema, e scopriremo se il film è piaciuto alla critica o meno. Ma già ora, vedendolo nella grande sala del Friedrichstadt-Palast stracolma (in molti sono rimasti fuori), qualcosa si può dire. Innanzitutto che è un film che c'è da sperare possa andare in molte sale e venga visto. In tutta Europa, dovrebbe essere visto. A Copenhagen, dove il Parlamento ha deciso di requisire i beni di chi arriva per sostenere le spese dell'accoglienza; in Polonia, dove la destra è solo all'inizio della sua cavalcata anti-immigrazione e anti-Europa unita, proprio nel Paese che più di tutti ha beneficiato delle risorse comuni; in Svezia, che nelle scorse settimane ha stretto ancora le maglie per la concessione dello status di rifugiato allungando a tre anni i tempi per il ricongiungimento famigliare; ma anche in Austria, in Ungheria. E naturalmente in Italia. Perché anche noi, italiani come il medico del Pronto soccorso di Lampedusa che racconta commosso tutto quello che ha visto e vede, abbiamo deciso di non volere sapere davvero che cosa accade. O peggio, ci siamo accodati alla retorica della commiserazione e ci siamo convinti di sapere. Mentre non sappiamo niente.

Rosi ha il merito di metterci davanti la documentazione, così come i testimoni poi vagliati dagli storici ci hanno raccontato i crimini dell'umanità del secolo breve, quando oltre all'opera d'arte anche la follia umana era già entrata nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. I corpi senza vita ammassati nelle cuccette di “seconda classe” (la “terza classe” prevede il viaggio nella stiva dei barconi, dove la nafta, che deve essere continuamente versata nei motori entrobordo, si ribalta e mescolandosi all'acqua di mare provoca ustioni permanenti che possono portare alla morte: 800 euro il viaggio, contro i 1.500 della “prima classe”; che cosa sarà rimasto a un eritreo o a una sudanese una volta raggiunta la Danimarca, se mai arriveranno?), con gli arti aggrovigliati e mischiati alla povere cose non possono non portarci con la mente alle prime immagini che confermarono al mondo che cosa era accaduto nei campi di concentramento, opera della caparbietà distruttiva e annientante del programma di sterminio nazista. I corpi di chi ancora è attaccato alla vita a bordo dei barconi in arrivo sulle coste, corpi disidratati, molti ormai senza respiro, altro non sono che i corpi rinchiusi nei vagoni piombati senza aria che portavano a Buchewald, Auschwitz, Dachau, Treblinka.

Che altro serve? Tra chi arriva e viene identificato, pena le sanzioni dell'Europa (la Grecia questo sta rischiando, per la scarsa efficienza nei suoi hot spot), con una foto a fianco di un numero, c'è la donna velata che prega di non doversi scoprire troppo i capelli per lasciarne intendere il colore; il ragazzo che ride felice di avercela fatta, senza sapere quanto lunga sia ancora la strada da percorrere; l'anziano che guarda nell'obiettivo smarrito; l'uomo nero carico di disprezzo e di paura. Mentre un medico visita una donna nigeriana in attesa di due gemelli e non riesce a distinguere il sesso del secondo feto, e si schernisce, cercando di spiegarsi alla gestante, senza ancora l'aiuto di un mediatore culturale che non arriva. Constata uno stato tutto sommato accettabile della gravidanza avanzata; nonostante le pene passate dalla madre, la mancanza d'acqua e di cibo. Poco liquido amniotico, in queste condizioni, è il minimo. “Ce la farai, ce la farete, tutti e tre, povera santa”, le dice.

Che cosa è rimasto, alla fine, ai tanti che hanno visto Fuocoammare qui alla Berlinale? Il film è stato applaudito. Potrebbe vincere qualcosa; un premio nella civilissima Hauptstadt, dato dall'Europa che capisce e condivide, potrebbe starci. Ma condividere e capire, o almeno provarci, non basta e soprattutto non serve. Non serve a niente, così come non serve a niente l'installazione con cui è stato concesso ad Al Wei Wei di piazzare sulla prestigiosa Konzerthaus 14.000 giubbotti salvagente di altrettanti migranti che a Occidente di Lampedusa hanno tentato di attraversare l'Egeo per provare la rotta balcanica, salvagenti che coprono le quattro colonne in tardo gotico della facciata. Chi esce nella piazza della ricca Gendamenmarkt alza lo sguardo, scatta foto con il telefono. Forse ci pensa su un attimo. Forse. Ma poi entra da Wegenfield, il ristorante all'angolo con Friedrichstrasse.

Dunque di tutto questo resta poco, se non la sensazione che l'Europa si sia persa e non sappia dare prova, se non in minima parte e in singoli casi, di quel sentimento che anima chi, come il medico del Pronto soccorso di Lampedusa, si chiede come sia possibile di fronte a tutto questo non ritrovarsi più umani. Come sia possibile non sappiamo, ma ancora una volta dobbiamo riconoscerlo.