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Crozza senza antidoti
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Non c’è eroe per il suo cameriere, diceva Hegel, e non c’è grand’uomo se visto attraverso il buco della serratura. In un Paese democratico, il punto di vista del cameriere è legittimo come quello di chiunque altro e guardare attraverso il buco della serratura può sgonfiare borie e alterigie, può «umanizzare» personaggi pubblici. E c’è sempre un grande ascolto per chi utilizza bene – divertendo – punti di vista che livellano, che avvicinano i potenti ai deboli, i noti agli ignoti, che aiutano a temperare l’invidia sociale («allora sono come noi, o peggio di noi»). Satira? La satira è un genere letterario e teatrale di grande tradizione, coltivato sin dall’antica Grecia, e assai efficace per combattere governanti o persone in condizioni di potere. Satira è politica. Ma – mi domando – è satira l’esercizio sistematico dell’irrisione a tutto campo, la presa in giro di personaggi il cui comune denominatore è solo quello di essere noti al grande pubblico della televisione?

Razzi, un nessuno, è accostato a papa Francesco, Renzi a Bersani, Salvini a Grillo. Nelle mani di un attore e imitatore straordinario come Crozza ne escono bozzetti che talora fanno sbellicare dalle risa anche un vecchio intellettuale pessimista come me. Ma poi il pessimismo riprende il sopravvento. Lasciamo da parte Razzi – non a caso il bozzetto più azzeccato – ma Francesco sta conducendo una battaglia drammatica nella Chiesa cattolica, e gli altri sono portatori di tesi politiche maledettamente serie, piacciano o no: farebbe una bella differenza per il benessere e la civiltà del nostro Paese se ne dovesse prevalere una contro le altre (scegliete a vostro gradimento). Bersani e Renzi rappresentano due concezioni della sinistra che si stanno combattendo duramente, Grillo ha dato stura a un travolgente movimento di indignazione collettiva («via tutti», todos ladrones), Salvini è il rappresentante italiano di un regresso al nazionalismo che sta attraversando l’intera Europa. Di questo si tratta.

Via, non esageriamo, che c’è di male in quattro innocenti risate? Oltretutto a spese di tutti i partiti, non pregiudizialmente mirate contro una parte e a vantaggio di un’altra. Par condicio, dunque. Ma proprio questo è il punto, l’apparente “equilibrio” dell’irrisione: tutti personaggi piccoli, ridicoli, poco seri. Questo è un Paese che lascia alle altre grandi nazioni europee la bandiera della serietà, insieme alla grandeur e alla tragedia: va bene così, viva l’Italia! Davvero? Io credo invece che «umanizzare», irridere e rimpicciolire Renzi e Bersani, Grillo e Salvini, Maroni e De Luca, non vada bene, se non ci sono antidoti contro questo modo di rappresentarli.

Al contrario, bisogna prendere sul serio quanto dicono e chiedersi ragione del consenso che hanno: non sono uguali a noi, non sono uguali tra loro, non sono solo macchiette innocue e ridicole. Sono personaggi potenti, le cui azioni sono da approvare o da respingere politicamente. Forse è vero che gli italiani sono scaltri e preparati: fatte due risate torneranno a votare per i personaggi che Crozza ha preso in giro. Ma probabilmente sarà cresciuto anche il disgusto per una politica popolata da macchiette. E forse anche questo, oggi, può avere conseguenze politiche serie, che la par condicio tra i partiti non riesce a evitare, portando acqua al mulino dei delusi e degli indignati, di quelli che pensano che tutta la politica fa schifo, a destra come a sinistra.

Ovviamente non si può chiedere a Crozza di fare da antidoto a Crozza. Ma dove sono gli antidoti nella televisione generalista, anche nel cosiddetto servizio pubblico? A parte pochissime eccezioni, dove sono i servizi che danno un’informazione ragionata dei grandi problemi che i politici dovrebbero affrontare e criticano seriamente il modo in cui li affrontano? Lasciata la trasmissione di Crozza, a chi si nutre di televisione non resta che affondare in uno dei tanti talk-show che la appestano. In modo rissoso, e assai meno divertente, vien fuori la stessa immagine dell’Italia, quella che Ennio Flaiano ha fissato in una battuta fulminante: un Paese afflitto da problemi gravi, ma non seri.

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