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Le conseguenze di scelte politiche scellerate per la formazione universitaria in Italia
L'università cambia. In peggio
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L’università italiana ha conosciuto negli ultimi setti anni straordinari cambiamenti: in molti casi, assai preoccupanti. Ha intrapreso un cammino in direzione assai diversa da quello compiuto negli ultimi decenni. Se ne dà una dettagliata ricostruzione nel Rapporto della Fondazione Res, curato da chi scrive, presentato giovedì scorso e di cui è disponibile online un’ampia sintesi. Tre fra i principali cambiamenti.

Uno. È diventata molto più piccola. Ha perso circa un quinto della sua dimensione in termini di studenti, docenti, personale non docente, corsi, finanziamento. Ha così seguito una direzione opposta a quella di tutti gli altri Paesi, avanzati e emergenti, che stanno potenziando la propria istruzione superiore. Per di più, il percorso si è avviato a partire da una dimensione dell’università italiana già molto più contenuta rispetto ai Paesi comparabili. Non sorprende che l’Italia sia ultima fra i 28 Paesi dell’Unione europea per percentuale di giovani (30-34 anni) laureati. 

Due. Sembra essere ritornata a un carattere più classista. Per ciò che è possibile vedere, stanno rinunciando all’università molti giovani delle famiglie meno abbienti, provenienti dai diplomi più deboli (tecnici) e dai territori meno ricchi. Questo a causa sia di un aumento delle tasse universitarie (oltre il 50% in termini reali) che non ha paragoni se non nel caso inglese, e che colloca l’Italia ai primissimi posti fra i Paesi comparabili dell’Europa continentale per costo dell’istruzione superiore, sia dell’assoluta inconsistenza del diritto allo studio.

Tre. Si sono accentuate e si stanno accentuando forti sperequazioni territoriali. Ha tenuto relativamente meglio il sistema universitario del triangolo Milano-Bologna-Padova; molto peggiori le dinamiche degli atenei del Nord «periferico», del Centro e del Sud continentale. Davvero preoccupante la situazione delle università delle Isole. Quattro regioni del Sud sono fra le ultime 10 fra le 272 regioni europee per percentuale di giovani (30-34 anni) laureati. E tutto lascia pensare che questa percentuale diminuirà nei prossimi anni.

Tutto questo è frutto di difficoltà antiche, e di errori evidenti degli atenei, specie nel Centro-Sud, documentabili da molti indicatori. Ma è il diretto prodotto di una scelta politica fortissima di «compressione selettiva e cumulativa» dell’università italiana. Una scelta inaugurata da Tremonti-Gelmini, ma poi sorprendentemente proseguita, con lo stesso identico indirizzo, dai governi successivi, e in particolare dal governo in carica. Una scelta poco annunciata e assai meno discussa, specie nelle sedi istituzionali, concretizzata invece in un coacervo di norme tecniche, tanto complicate quanto drastiche, accompagnata da una retorica del «merito» come criterio di intervento che trova ben scarso riscontro nella realtà. Una scelta che ha prodotto risultati assai incisivi, e che continua a produrne, dato che si è innescato un meccanismo «a palla di neve» per cui le dinamiche in corso – in assenza di ulteriori interventi – non potranno che continuare e rafforzarsi. Delle tantissime vicende che il Rapporto documenta, basterà qui ricordare, del tutto indicativamente, che l’attuale governo «premia» il merito delle università anche in base alla percentuale di studenti che vanno all’estero per l’Erasmus; il merito degli atenei è cioè quello di avere studenti provenienti da famiglie agiate, in grado di sopportare i costi del soggiorno all’estero.

L’università ha una rilevanza strategica, come ben noto: non solo per la formazione, ma anche per la ricerca e il trasferimento tecnologico e per il ruolo, spesso decisivo, nello sviluppo dei territori di insediamento. Almeno per questo, tutto ciò che è avvenuto e sta avvenendo meriterebbe un’attenzione ben più ampia di quella che ha avuto negli ultimi anni, non solo dalla politica (che appare colpevolmente distratta e assente) ma anche dall’opinione pubblica più avvertita.

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