Rivista il mulino

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Berna, 2/3/09

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La Svizzera e il referendum sugli accordi bilaterali con l’Ue. Piccolo Paese collocato al centro dell’Europa occidentale, la Svizzera ha costruito un rapporto originale con l’Unione europea.

Al posto dell’adesione, già a partire dai primi anni Novanta si è imposta la via degli accordi bilaterali. In questo modo governo e Parlamento hanno tentato di rispondere alle forti opposizioni euroscettiche, legate alla lunga e radicata tradizione di indipendenza nazionale e di neutralità in campo internazionale, ed espresse soprattutto dall’Unione democratica di centro, diventato fra gli anni Novanta e 2000 il primo partito svizzero, scombussolando un sistema dei partiti fra i più stabili al mondo. La via graduale all’integrazione europea è stata anche una conseguenza dei vincoli imposti dai diritti referendari, poiché ogni legge è soggetta a referendum e il suo esito ha forza non solo consultiva, ma vincolante.
Per gli accordi bilaterali con l’Unione europea, i cittadini svizzeri erano già stati chiamati alle urne nel 2000 e nel 2005. Nodo principale del contendere era soprattutto l’accordo di libera circolazione delle persone, ossia l’apertura reciproca dei mercati del lavoro svizzero e dell’Unione europea. Entrato in vigore nel 2002, lo scorso 8 febbraio i cittadini svizzeri sono stati chiamati alle urne per decidere se rinnovarlo a tempo indeterminato e nel contempo estenderlo ai due nuovi Stati membri dell’Unione, Bulgaria e Romania. Il rischio poteva essere che l’Ue rimettesse in causa, in caso di rifiuto della libera circolazione, decine di accordi già in vigore, provocando una crisi delle relazioni fra Svizzera e Unione. I risultati del voto hanno dato piuttosto una conferma della via bilaterale, con 59,4% di sostenitori. Ancora una volta, il sostegno è venuto soprattutto dalle regioni più urbanizzate della Svizzera francese e tedesca. Nel Ticino, unico cantone svizzero di lingua italiana, gli euroscettici hanno invece confermato la loro predominanza. Ragioni storiche e legate alla fragilità economica di questa regione, incuneata fra le Alpi e la Lombardia, continuano, come accaduto nelle precedenti tornate referendarie, a svolgere un ruolo decisivo.
Con l’eccezione quindi del Ticino e di pochi altri cantoni rurali della Svizzera centrale, i risultati del voto elvetico assumono un significato particolare nell’attuale congiuntura economica e finanziaria europea. Mentre sembrano crescere i segnali di euroscetticismo in molti paesi europei aderenti, in paesi non-membri dell’Unione europea, come la Svizzera, i segnali appaiono controcorrente - anche rispetto a proprie tradizioni nazionali.