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L'Isee e gli "scrocconi del Welfare"
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Il 1° gennaio 2015 è entrato in vigore un nuovo sistema di calcolo dell’Isee, l’indicatore della condizione economica equivalente – introdotto per la prima volta in Italia nel 1998 – tramite il quale viene regolamentato l’accesso a prestazioni di Welfare locali come asili nido, mense scolastiche, servizi socio-sanitari domiciliari e residenziali. Questo strumento accoglie in gran parte le innovazioni introdotte con la legge n. 214 del 2011, a seguito di un processo molto lungo e complesso di mediazione politica. Tra i principali cambiamenti vi è l’adozione di una definizione più ampia di reddito disponibile che include anche gli assegni familiari, le borse di studio, gli assegni sociali, le indennità di accompagnamento e le pensioni di invalidità. In aggiunta a ciò la riforma attribuisce un maggior peso alla componente patrimoniale, introduce una differenziazione dell’Isee a seconda del tipo di intervento (ad esempio per l’università e la sanità) e inoltre prevede un inasprimento delle forme di controllo mediante sia una riduzione delle dichiarazioni autocertificate sia un incrocio tra le banche dati fiscali e contributive. Infine essa presta maggiore attenzione alla adeguatezza del reddito rispetto ai bisogni familiari, stabilendo alcune agevolazioni per le famiglie con componenti disabili, per le famiglie con tre e più figli e per le persone non autosufficienti.

Queste in breve le principali novità. Una riforma di questo importante strumento di "prova dei mezzi" era assolutamente necessaria. Tanto per fare un esempio: quando, nel 2004, in Campania fu sperimentato il Reddito di cittadinanza ci si trovò di fronte al fatto che due terzi (67%) dei richiedenti e la quasi totalità dei beneficiari (99%) aveva un Isee pari a zero, rendendo necessario il ricorso a una stima indiretta del reddito basata su consumi essenziali che ha appesantito la procedura di selezione dei beneficiari. Ma così come è configurato il provvedimento si palesa un rischio elevato di buttare via il bambino con l’acqua sporca, ossia che per evitare gli abusi all’ingresso (i cosiddetti "falsi positivi") si finisca per escludere coloro che effettivamente hanno diritto alle prestazioni di base ("falsi negativi"). A causa anche della complessità della nuova scheda a tirarsi indietro sono infatti spesso proprio i più sprovveduti, persone a basso reddito che non sono capaci di far valere i loro diritti, di raccogliere la documentazione necessaria o che temono i controlli pur non avendo di fatto nulla da nascondere.

L’impostazione di fondo colpevolizzante del provvedimento di riforma, tesa a colpire gli "scrocconi del Welfare", preclude una comprensione della natura dei pacchetti di risorse delle famiglie povere e del modo in cui essi vengono utilizzati. La pensione del nonno che serve a pagare le tasse universitarie del nipote, l’assegno di accompagnamento che viene utilizzato per comprare le scarpe al figlio più piccolo configurano una frode o rappresentano una strategie di sopravvivenza necessaria, nella persistente assenza di una misura non categoriale di sostegno al reddito per le famiglie povere?

Un secondo problema è che, anche se finalmente si dispone di un metro uniforme di valutazione della condizione economica dei richiedenti le prestazioni sociali, l’accesso alle prestazioni e la compartecipazione ai costi restano differenziate su base locale e quindi a parità di Isee si può avere accesso a servizi di entità e di qualità molto diversi a seconda che si risieda a Bolzano o a Catania.

Un terzo problema infine riguarda il peso attribuito al patrimonio in un Paese in cui oltre i due terzi delle famiglie è proprietaria di una casa (talvolta immobili di basso pregio frutto di autocostruzione). È vero che la presenza di patrimonio, a parità di reddito, dà maggiore sicurezza alle famiglie, ma la proprietà della casa, oltre a comportare costi di mantenimento, non si traduce subito in ricchezza disponibile. Nel caso degli studenti universitari la proprietà di una piccola casa colonica o di periferia fa quasi raddoppiare le tasse universitarie. Ed è quasi certo che molti di essi per effetto del nuovo calcolo dell’Isee andranno a finire nel calderone dei Neet – acronimo che mette insieme giovani diplomati e laureati in attiva ricerca di lavoro con i ragazzi vittime della selezione scolastica o troppo poveri per pagarsi un corso di pizzaioli e per proseguire gli studi.

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