Rivista il mulino

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Non rottamiamo anche i prefetti

rubrica
  • Identità italiana

Già il fatto, di cui siamo venuti a conoscenza in questi giorni, che esista un’associazione parasindacale dei prefetti non mi sembra proprio un segnale di ottima salute per lo Stato italiano.

Almeno per chi come a me – e forse a qualche altro in questo Paese – piace immaginarlo. E cioè uno Stato dove, se mai è previsto che ci siano funzionari usi a obbedir tacendo e basta, questi debbano essere, per l’appunto, i prefetti. Per la semplice ragione che i prefetti sono emanazione diretta del governo nelle periferie, sono il governo, ed è ovviamente inconcepibile che il governo disobbedisca a se stesso. Così come appare inconcepibile - e invece è accaduto l’altro giorno, a proposito dei provvedimenti per la sistemazione sul territorio degli immigrati - che il capo della suddetta associazione si metta a criticare pubblicamente il ministro degli Interni, e ancor più che questi gli risponda per le rime in un alterco da puro teatrino politico nazionale. Alterco che, insieme ad altri episodi più o meno recenti, obbliga inevitabilmente a chiedersi: ma che cosa è accaduto del corpo dei prefetti nell’ultimo ventennio? Come sono stati e sono reclutati? Che senso delle istituzioni e del proprio ruolo hanno? 

Ci sono tuttavia, come si sa, rimedi peggiori del male. Se la questione di come sistemare nelle varie regioni gli immigrati e i rifugiati è stata all’origine dello scontro tra prefetti e ministro degli Interni, il rimedio che in proposito Renzi sembra voler adottare – dare poteri molto maggiori ai sindaci – appartiene sicuramente alla categoria di tali rimedi. Innanzi tutto perché così si moltiplicherebbero potenzialmente per quanti sono i comuni italiani i criteri e le volontà chiamati d’ora in poi a decidere in qual modo sistemare coloro che giungono a vario titolo in Italia (se criteri e volontà saranno invece decisi a Roma, che razza di poteri, infatti, saranno quelli dei sindaci?). Dunque un comune sarà super accogliente e ospitale, un altro per nulla; in un comune si requisiranno appartamenti sfitti, in un altro garage, in un altro si tireranno su dei prefabbricati: così, come capita. 

Anzi non come capita. Fatalmente, in realtà, a seconda del colore politico dei vari comuni. Il comune leghista si comporterà in una certa maniera, quello Pd in un’altra, quello 5 Stelle in un’altra ancora. Ma può un governo essere indifferente alla distribuzione geografica degli immigrati sul territorio nazionale? Che in Puglia, mettiamo, se ne addensi il 70 per cento e in Umbria solo il 2? E si è mai visto, mi chiedo, un governo che su una questione così delicata rinuncia ad esprimere una linea sua, valida per tutto l’ambito nazionale, e addirittura lascia scegliere nel merito anche i rappresentanti dei partiti d’opposizione? Tanto più poi quando, come in questo caso, si tratta di una questione che vede il Paese nella sua interezza essere interlocutore dell’Unione europea: la quale fino a prova contraria, non ha rapporti né con la giunta comunale di Abbiategrasso né con il sindaco di Mazara del Vallo, bensì esclusivamente con il governo di una certa Repubblica italiana che a quel che dicono siede a Roma.

Non è un sarcasmo fuori posto. Ormai molte regioni della Penisola stanno sempre più abituandosi a considerarsi «cosa loro»; sempre più tutto si va facendo «autonomo», «locale»: dalla sanità ai trasporti ferroviari; mentre sempre più si sfilacciano e perdono consistenza gli ambiti e le istituzioni – come la scuola, il patrimonio artistico-culturale, il paesaggio – i quali un tempo tenevano insieme il Paese rappresentandone l’identità unitaria, e per questo erano unitariamente regolati e difesi. Oggi veniamo a sapere che anche l’amministrazione centrale dello Stato con quel suo simbolo che fin qui erano i prefetti, pure lei è sul punto di mollare.

[Questo articolo è uscito sul «Corriere della Sera», il 24 luglio]