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Se il migrante scegliesse il Paese
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Il sistema di "quote" in discussione in queste settimane, che prevede la distribuzione dei richiedenti asilo e protezione internazionale fra i Paesi dell'Unione europea, è ispirato a un principio di condivisione degli oneri che risponde a criteri di equità e giusta cooperazione che dovrebbero apparire ovvi. La ferma opposizione di molti Stati membri dell'Unione nei confronti di questo piano è espressione non solo di una deriva antiumanitaria e xenofoba, ma anche di un disimpegno evidente nei confronti sia della piena realizzazione politica dell'Unione sia degli ideali ispiratori del progetto europeo.

Tuttavia, nel formulare politiche comuni di accoglienza ai profughi, l'equa ripartizione dei flussi non è l'unico principio che potrebbe e dovrebbe essere preso in considerazione. Un altro principio fondamentale è quello in base al quale i profughi dovrebbero avere voce nella scelta del Paese in cui presentare la richiesta di asilo o protezione e dal quale ricevere accoglienza. La discussione di questi giorni e il dibattito pubblico in generale sono ben lontani dal contemplare questa possibilità. Se ne possono immaginare diverse ragioni. Innanzitutto, è facile essere indotti a pensare che i "profughi", per definizione, siano persone senza risorse e senza progetti, animate dal mero istinto di sopravvivenza e dall'unico proposito di fuggire dai pericoli e dalle sofferenze cui andrebbero incontro se restassero nei Paesi di origine.In secondo luogo, in molti ritengono che permettere ai profughi di scegliere il Paese di destinazione potrebbe incentivare i flussi dei migranti economici che tentano la carta della richiesta di asilo. Infine, può sembrare evidente che, poiché è in gioco la loro stessa vita, ciò che si deve a queste persone sia semplicemente un luogo sicuro.

In realtà nessuna di queste ragioni è valida e ha fondamento. Non c'è motivo di credere che coloro che fuggono da situazioni di grave pericolo o sofferenza non formulino piani per il futuro e siano da trattare come meri beneficiari passivi e inermi di aiuti da parte di terzi. I migranti bloccati alla frontiera con la Francia sono lì a ricordarlo, nel rivendicare come diritto la possibilità di portare a termine il loro progetto migratorio. È vero che lasciando che i profughi scelgano la loro destinazione si rende la loro posizione appetibile anche ai migranti economici, ma è perverso sperare di scremare i migranti dai profughi rendendo il destino dei secondi peggiore di quello dei primi. Inoltre, è sbagliato confondere la ragione per cui i profughi hanno diritto a essere ammessi con il contenuto dei loro diritti: la ragione per cui devono essere ammessi è che è a rischio la loro stessa sopravvivenza, ma ciò a cui hanno diritto una volta accolti è quello che spetta ad ogni persona, ed è molto di più della mera sopravvivenza.

Come ha ricordato Matthew Gibney, accanto a queste ragioni di principio ci sono importanti ragioni di efficienza per permettere che i profughi abbiano voce in capitolo nel determinare la loro destinazione. Naturalmente è auspicabile che i profughi possano tornare presto al loro Paese: di fatto, però, in molti casi questa è solo una pia speranza; la permanenza all'estero si protrae per anni, e spesso è definitiva. Molti di loro ne sono consapevoli, ed è per questo che cercano di raggiungere al più presto Paesi in cui possono contare su una rete preesistente di contatti e su condizioni sociali ed economiche per integrarsi più facilmente e, poco alla volta, per avere una vita normale. Che ciò accada non è solo interesse dei migranti, ma dell'Unione europea, cioè di tutti noi. Un'integrazione più spedita e ricercata dagli stessi migranti è preferibile, e meno costosa, rispetto all'insediamento forzato in sedi inospitali.

Tuttavia dare maggiore spazio al diritto di scelta dei rifugiati richiederebbe un grado di cooperazione fra gli Stati membri dell'Unione ­– molto maggiore di quello richiesto dal piano proposto a maggio dalla Commissione europea e presto in discussione al Consiglio europeo, che, come noto, prevede di distribuirne i numeri secondo quote prefissate – che implicherebbe una forma assai complessa e centralizzata di condivisione degli oneri. Anche per questo occorrerebbe un potenziamento delle agenzie europee che sono preposte alla gestione dei richiedenti asilo e un sostanzioso aumento dei sussidi previsti per la loro accoglienza e integrazione, che già adesso coprono solo una minima parte delle spese affrontate dai singoli Stati ospiti.

Dato l'orizzonte sempre più ristretto in cui si stanno muovendo le relazioni fra gli Stati dell'Unione, e il clima politico generale, chiamare in causa un principio così impegnativo e oneroso come quello del diritto di scelta dei profughi può sembrare del tutto fuori luogo. In realtà vale la pena farlo non solo perché i principi vanno ricordati proprio quando più sono ignorati, ma anche perché guardare a quello che la giustizia e la buona amministrazione richiederebbero ci dà un senso più acuto e nitido della pochezza della politica europea attuale, in cui anche la semplice spartizione per quote e la minima cooperazione che ciò implicherebbe sembrano un traguardo difficile da raggiungere.

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