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Le guerre culturali negli Stati Uniti non accennano a diminuire
Discriminare per legge
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Lo scontro culturale sui diritti e sulle libertà individuali e collettive domina il dibattito politico statunitense e alimenta le divisioni fra i due maggiori partiti. Ancor più che a livello federale, lo si osserva in ambito statale, soprattutto laddove i conservatori del partito repubblicano controllano legislativo ed esecutivo. Negli Stati del “profondo rosso”, i conservatori sono in grado di promuovere iniziative legislative che devono mettere argine a quello che considerano un pericoloso processo di secolarizzazione e di relativismo etico e culturale.

È di questi giorni la battaglia combattuta in nome della difesa delle libertà religiose. Tema nobile, che richiama uno dei diritti fondamentali dell’uomo ma che, nel contesto statunitense dove non c’è termine più scivoloso di “libertà”, diventa un’arma a doppio taglio per l’uso che ne stanno facendo soprattutto i conservatori. Più che difendere la libertà religiosa (implicitamente cristiana fondamentalista), l’obiettivo sembra quello di voler mettere in discussione i diritti e le libertà “degli altri” e in primis della comunità gay e lesbica. Secondo alcuni osservatori, poiché le sentenze delle corti stanno di fatto legalizzando i matrimoni same-sex, i conservatori utilizzano l’arma della difesa della libertà religiosa per recuperare quel terreno che si sta perdendo nelle aule dei tribunali.

In realtà, è proprio la Corte Suprema, con una sentenza del 2014 (Hobby Lobby Decision), a legittimare tale interpretazione della libertà religiosa sostenendo la legittimità per le imprese a conduzione familiare di rifiutare su tali basi l’obbligo di garantire ai propri dipendenti assicurazioni sanitarie, accesso alla contraccezione incluso. Così, in Georgia, i repubblicani conservatori hanno approvato in Senato una proposta di legge che, in nome della libertà religiosa, di fatto permetterebbe ai datori di lavoro di licenziare le donne che hanno abortito. La legge non è ancora stata definitivamente approvata per l’opposizione delle associazioni progressiste e per le riserve emerse all’interno dell’ala più moderata del partito repubblicano. È però un segnale di come il principio possa essere utilizzato non tanto per difendere un diritto individuale, quanto per discriminare e contrapporre diritto a diritto, libertà a libertà.

Maggiore eco mediatica ha avuto una legge dello stesso tenore approvata qualche giorno fa nello stato dell’Indiana (ma una simile è pendente anche in Arkansas). Il governatore Mike Pence aveva firmato, a metà marzo, una legge dal titolo Religious Freedom Restoration Act. Secondo i suoi sostenitori, la legge avrebbe protetto la libertà religiosa di individui e imprenditori che vogliono condurre la loro vita e i loro affari secondo i propri dettami religiosi. A chi riteneva che la legge avrebbe avuto di fatto un effetto discriminatorio, il governatore osservava che il provvedimento era simile a quello in vigore in altri 19 Stati: perfino Bill Clinton e Obama avevano in passato sostenuto leggi analoghe. I giornali conservatori hanno nei giorni successivi stigmatizzato il fatto, dicendo che in realtà questo avrebbe comportato solo minori affari per fioristi e wedding planners in caso di matrimoni same-sex.

In realtà, la legge dell’Indiana si differenzia dalle altre proprio perché permetterebbe non soltanto a singoli individui o alle chiese di invocare la protezione statale, ma anche alle imprese economiche che verrebbero così a essere salvate da azioni legali anti-discriminatorie. Inoltre, in uno Stato in cui l’80% si dichiara cristiano, è evidente che l’obiettivo non è difendere una minoranza religiosa. Non a caso si sono levate le proteste delle associazioni Lgbt le quali vedono nella legge un chiaro attacco ai loro diritti, attraverso l’utilizzo di un’argomentazione che più volte in passato era stata propria di razzisti e segregazionisti. Infatti, fino a non molti decenni fa, il principio veniva evocato da chi si batteva per giustificare la subordinazione degli afro-americani, in nome della verità cristiana.

Tuttavia, non sono le contro-argomentazioni progressiste ad aver fatto indotto il governatore Pence alla marcia indietro e a sollecitare un emendamento in grado di dissipare ogni possibile equivoco discriminatorio. Sono state più efficaci le affermazioni di Marc Benioff, manager di Salesforce.com – il quale ha annunciato che avrebbe annullato gli eventi che l’impresa stava organizzando in Indiana – e soprattutto di Timothy Cook, chief executive di Apple, attivista per i diritti gay. Altri manager delle industrie high tech si sono poi aggiunti annunciando forme di boicottaggio nei riguardi dello Stato.

E’ il mercato, bellezza!, si potrebbe dire: di fronte alla libertà del mercato deve piegarsi anche la versione conservatrice della libertà religiosa.

 

 

 

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