Rivista il mulino

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Alice nel paese dei corrotti

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Le rivelazioni, gli arresti, le confessioni del grande malaffare dell’Expo terrorizzano i partiti, il Pd e FI soprattutto, perché mettono ancora più benzina nel motore dei 5Stelle, ben felici di gettare discredito su tutto e su tutti. Nonostante l’abitudine alla corruzione, credo anch’io che questo ennesimo caso sia particolarmente importante e rivelatore. A stupirmi è innanzitutto lo stupore dei numerosi politici e giornalisti di fronte ad esso. Già prima vi erano state avvisaglie che denunciavano una situazione preoccupante: ad esempio – come ha ricordato Gian Antonio Stella sul "Corriere della Sera" – ribassi enormi di imprese vincitrici poi lievitati e infiltrazioni nei subappalti di imprese in odore di mafia.

Sconcerto, stupore, sorpresa, sbigottimento sono i termini più usati nei commenti. Lo stupore riguarda quello che sembra un déjà vu: una “nuova Tangentopoli”? Ma come, dopo più di vent’anni? Ancora maggiore è lo sbigottimento di fronte al riemergere, bisognerebbe dire il persistere, di vecchi e ben noti personaggi, vent’anni fa condannati, oggi “procacciatori di affari”, come alcuni amano definirsi. Sempre loro? La rottamazione qui non è arrivata?

Alcune somiglianze con Tangentopoli ci sono, come alcuni dispositivi del sistema corruttivo, ma anche differenze non da poco: nel frattempo lo Stato, mai molto forte, si è ancora maggiormente indebolito, mentre i partiti di massa, idrovore di finanziamenti illeciti, sono evaporati, lasciando al loro posto un intrico indecifrabile di rapporti, cricche, sudditanze di tipo neo-feudale, in cui legale e illegale si mescolano a tutto danno della trasparenza e dell’interesse della cosa pubblica, per non parlare della libera concorrenza. Si pone allora una domanda di fondo. Com’è possibile che in ogni caso in cui sono in gioco affari, denaro sonante, posti e carriere – non solo nei cosiddetti grandi eventi – il tappo salti solo al momento degli arresti della magistratura?

Dopo i numerosi casi simili all’Expo, siamo ormai avvertiti dalle molte inchieste e dai molti articoli giornalistici su che cosa voglia dire fare un appalto “legale”, ma “su misura” per il vincitore; così come dei tanti modi ricattatori, delle promesse per disincentivare i concorrenti, dei colpevoli ritardi che legittimano la fase di emergenza in cui, di fronte a eventuali anomalie, è molto più difficile, se non impossibile, fermare il processo ed effettuare le verifiche del caso. Perché nella “filiera” del malaffare prima che intervenga la magistratura non c’è un momento di controllo che riesca a prevenire le eventuali anomalie riscontrate? Da Tangentopoli a oggi che cosa è stato fatto per evitare “trucchi”, aggiramenti legali e palesi infrazioni alla legalità? Azzardo una risposta. I funzionari onesti, che potrebbero controllare e fermare in tempo, non lo fanno perché hanno paura di essere messi da parte e “mobbizzati”. Gli imprenditori che non riescono a concorrere stanno zitti per paura che gli si chiudano in futuro tutte le porte in un sistema in cui contano solo le conoscenze “giuste”.

Certo, alcune leggi  potrebbero ostacolare il formarsi dell’idra dalle molte teste: dalla legge sul falso in bilancio, alla durata della prescrizione ecc.  La stigmatizzazione sociale, oggi assai scarsa, è fondamentale, ma più lenta a diffondersi e radicarsi nella mentalità comune. Anche perché, al di là di stupori e brevi moti di indignazione, non si vedono risultati concreti nella lotta al malaffare da parte della politica. Vi è tuttavia un circolo virtuoso tra leggi semplici ed efficaci, assoluta trasparenza del processo, controlli rigorosi e la riprovazione collettiva nei confronti dei furbi che ci provano.

Ma in attesa della prossima legge risolutiva, in un’Italia oberata di leggi,  é mai possibile che, oggi, non esista la condizione per assegnare chiaramente la responsabilità oggettiva del proprio operato a ogni attore, a ogni livello? Possibile che, nel complesso e articolato iter di realizzazione di un’opera pubblica, nessuno abbia mai notato anomalie, piccole o grosse, e non sia intervenuto, all’interno del proprio ruolo, per correggere l’anomalia? Possibile che il malaffare si sia rivelato solo per l’azione della magistratura?