Rivista il mulino

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Nicosia/1, 13/8/2013

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Attraversando Cipro. L’aeroporto di Nicosia non funziona dal 1974, anno dell’invasione greca e poi turca – operazione Attila – che ha diviso il Paese. Atterriamo quindi nel nuovo e grazioso aeroporto di Larnaca per poi proseguire in autobus. L’autostrada è gratuita e con guida a sinistra. Gira la testa all’inizio, poi ci si abitua. È che non te l’aspetti qui. Entriamo nella capitale, la crisi c’è ma si nasconde. L’allarme dell’inizio di quest’anno è rientrato e la vita scorre con la normalità innaturale di un Paese diviso da una “green line” controllata da forze Onu. Molti i negozi chiusi, poche le scritte anti-trojka. I prezzi sono alti più di quelli di Atene, con cui mi viene da fare il paragone in modo naturale. Ma lo sono anche gli stipendi degli statali che, nonostante i tagli, si mantengono ben oltre i mille euro. Si, o li mantengono? L’isola è strategica. Quando gli inglesi finalmente le concessero la libertà, nel 1960, ottennero in cambio due basi navali e un sistema speciale di scambi commerciali. Forse Cipro non è un porto franco, come ha affermato il governo in febbraio, ma “non ci sono limiti al trasporto di tabacco e liquori nel Regno Unito” e “confronta i prezzi: EU e Cipro”, con tagli di più del 50% su prodotti dei monopoli. Questo si legge in aeroporto.

Nicosia non toglie il respiro per la sua bellezza. Si è candidata a capitale europea della cultura per il 2017 e la piazza principale è sprofondata dentro un cantiere di cui non si vede il progetto da nessun lato: sabbia e mezzi pesanti. A poche centinaia di metri, un campo di calcio enorme in pozzolana. Conto i passi. Ci si può giocare tranquillamente quindici contro quindici. Farebbe la gioia di molti amici che si accapigliano la domenica mattina in una villa romana per un posto (chi prima arriva gioca), ma qui che ci faranno mai? Poi con questo caldo. Nicosia si chiama Lefkosia in greco e Lefkosa in turco. Perché esiste la metà turca, che raggiungi attraversando il check-point centrale, alla fine dei negozi griffati. Molti dei quali, però, non hanno più il servizio per il pagamento bancomat o con carta di credito. Sono le restrizioni del dopo-crisi. La Banca di Cipro vive e lotta.

Di importazione, direttamente dalla Grecia, vedo solo bandiere: ovunque sventolano accanto a quella cipriota, europea e, in alcuni angoli, delle Nazioni unite. Che qui non mandano in estasi la popolazione, che ne ha un giudizio negativo. Vedono bighellonare i componenti della missione di Peace keeping tra caffé e sesso a pagamento. Da un parte capiscono i giovani soldati stranieri che si ritrovano a mantenere la pace dove in effetti non c’è guerra. Dall’altra, però, il ricordo dell’invasione e di qualche incidente, come l’uccisione di Solomos Solomou da parte di una guardia di frontiera turca, avvenuta il 14 agosto 1996 mentre tentava di ammainare la bandiera della Repubblica turca di Cipro del Nord, non riescono (e come potrebbero) ad andare in pensione. Solomos stava partecipando a una marcia di protesta contro l’uccisione, avvenuta tre giorni prima, del cugino Tassos Isaac, finito sotto i manganelli turchi mentre tentava di passare illegalmente la green line. Poi, improvvisamente, ha tentato di salire sul pennone di frontiera, ed è stato abbattuto. Il video si trova ancora su youtube.

Due morti dal 1974. Se ci si pensa, cinicamente, in fondo non sono tanti, vista la tensione. Ben maggiori – mi fanno notare gli stessi greco-ciprioti – sono state i regolamenti di conti nella parte greca da parte della malavita locale, che controlla una parte dei traffici illegali del Mediterraneo. Di russi, dato che siamo in tema, non se ne vedono. Secondo l’ultimo censimento del 2011, i residenti provenienti da Mosca erano 10.520 su una popolazione ufficiale totale di 838,897 (la stimata è di 1,117,000 includendo la parte turca). Potrei cogliere una parola russa in qualsiasi momento mentre incrocio una coppia o un gruppo di gente, ma niente. Staranno tutti a Pafos, al mare. Hanno perso un po’ dei loro depositi ma, in fondo, ci guadagnano lo stesso a tenere i soldi qui, lontano dai controlli dell’Agenzia delle entrate di Mosca. E con loro inglesi, francesi, tedeschi e, soprattutto a partire dagli ultimi anni, insospettabili uomini d’affari cinesi, che stanno comprando proprietà immobiliari nelle zone più esclusive. Non più i negozi a “un euro tutto” ai quali ci hanno abituati, ma ville con piscina e alberghi. Pronti, forse, a organizzare la base di partenza per tentare il grande passo verso la conquista dei mercati europei.

Nel mio girovagare per l’isola trovo solo un negozio con una scritta in ebraico, segno che dalla vicina Israele c’è un minimo di turismo: si trova nel centro di Kirenia (Girna), parte occidentale di competenza turca. Un bel paradosso. Decifro le lettere ma non capisco, e passo oltre. Cipro ha una strana storia politica, oltre che sociale, militare e finanziaria. Per anni il Paese è stato guidato da un raggruppamento che è parte dell’archeologia storica, il Partito progressista dei lavoratori (Kkk), un partito comunista che basa la sua ideologia sulla formula dell’eurocomunismo. Sono morti tutti i leader comunisti degli anni Settanta, è caduto il Muro di Berlino, ma il Kkk ha perso le elezioni solo nel 2011, lasciando il governo al Raggruppamento Democratico di Nikos Anastasiades, che si è trovato a gestire una crisi economica che ha, evidentemente, radici ben più profonde. Scuoto la testa e controllo su Wikipedia. Tutto vero. Il pregio principale dei ciprioti, forse, è che non ti raccontano balle.