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C'è da discutere, nel Pd
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In un recente articolo sul Corriere della Sera ho sostenuto che sarebbe preferibile se Matteo Renzi non si candidasse alla segreteria del Pd e si proponesse invece, quando se ne presenterà l’occasione, come premier per la coalizione di centrosinistra alle prossime elezioni politiche. Confesso che l’analogo giudizio da parte di D’Alema, Bersani e del “sindacato di controllo” del partito, nonché di molte personalità della sinistra, mi preoccupava non poco, perché di solito dissento da quanto essi ritengono giusto e opportuno. Ma mi sembrava che i miei argomenti, in parte diversi dai loro, fossero solidi e coincidenti con gli interessi del Paese e dello stesso Pd in questa difficile situazione economica e politica. Ricapitolo i tre principali.

Anzitutto si tratta di una scelta arrischiata: anche con primarie aperte, quanto è possibile in una competizione che riguarda il partito, non è affatto detto che Renzi prevalga. Il partito si spaccherebbe e un eventuale insuccesso (o successo risicato) avrebbe ripercussioni negative sulla successiva candidatura alla premiership. Secondariamente, a differenza che in veri contesti bipartitici, non si tratta di una scelta necessaria, se l’obiettivo è quello della premiership: Blair doveva espugnare il partito se voleva correre come premier, Renzi no. In terzo luogo, ci sarebbero ripercussioni negative sul governo Letta, come ci furono sul governo Prodi quando Veltroni divenne segretario del Pd nel 2007: per quanto cauto e leale, nell’imminenza di elezioni provocate dalle turbolenze del Pdl, ma non sono le sole possibili, Renzi non potrebbe che dissociarsi da un governo in crescente deficit di popolarità. Ciò che varrebbe per chiunque fosse il segretario del partito, ma che creerebbe tensioni maggiori nel caso di Renzi, provocando un “Renzi contro Letta” di difficile sostenibilità. 

Questi mi sembrano tutti buoni argomenti, ma la conclusione che ne segue – lo confesso – mi lascia un po’ d’amaro in bocca: la coincidenza tra segretario del partito e candidato premier imposta dallo Statuto forse si basava su una prospettiva irrealistica circa l’evoluzione del nostro sistema politico (dal bipolarismo al bipartitismo), e su una concezione di partito (la “vocazione maggioritaria”) cui l’intera storia del Pci e della Prima Repubblica era estranea. Ma apriva una speranza di democrazia governante che si vedeva realizzata intorno a noi nelle migliori esperienze politiche europee: perché in Spagna, Gran Bretagna, Francia, e nella stessa Germania, sì, e da noi no? Siamo forse figli di un Dio minore? Non sono solo riforme elettorali e costituzionali che hanno prodotto esiti così diversi, ma una diversa concezione di partito e democrazia. Una democrazia che tiene conto dell’evoluzione inarrestabile verso la “democrazia del pubblico” di Bernard Manin e verso un partito che deve riuscire a presentare – e primarie bene intese sono uno strumento essenziale a questo scopo – candidati dotati di fascino e credibilità anche per elettori non fidelizzati in precedenza.

A Bersani e al sindacato di controllo dell’attuale Pd questo tipo di democrazia non piace, non piace "l'uomo solo al comando” (perché poi uomo e non donna?). Ma è tutto da discutere se fosse più democratico il partito chiuso e oligarchico di un tempo, fatto di correnti organizzate in filiere di cooptazione, malamente giustificate da letture ideologiche su che cosa sia la “vera” sinistra, oppure, oggi, un partito predisposto a scegliere mediante primarie i candidati premier, presidenti di Regione, sindaci, più graditi a un pubblico composto da fidelizzati e non fidelizzati. In un partito del genere, che riconosce appieno la sua funzione di servizio nella scelta democratica del personale di governo, è ovvio che il segretario del partito dev’essere il candidato premier. Tutto da discutere, dicevo, anche se non ho dubbi circa la mia preferenza. Tutto da discutere, ma sinora non discusso a fondo nel Partito democratico, in cui tra i dirigenti, i militanti e gli elettori fidelizzati la visione tradizionale è ancora dominante.

Deve il Pd discuterne adesso? L’irruzione di Renzi nelle primarie per la segreteria sicuramente aprirebbe la discussione. Con quali effetti collaterali? Se le preoccupazioni che ho espresso nell’articolo del Corriere e riassunto più sopra sono serie, una decisione non è facile e, per ragioni di età e di carattere, io propendo per la cautela. Ma per età e per carattere Renzi è molto diverso da me.

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