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Lo schermo dell'obbedienza

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In giro per l’Italia, da Nord a Sud, le scuole materne si stanno riempiendo di telecamere. Ora si tratta di impianti a circuito chiuso, ora di webcam, ma sempre lo scopo è permettere ai genitori di controllare quel che accade ai propri figli. Li spiino dall’interno della scuola, rimanendo nascosti nella stanza accanto, o li scrutino sullo schermo di un computer, le mamme e i papà si sentono più tranquilli. I tempi sono grami, sostiene qualcuno di loro, e gli abusi sui minori sono all’ordine del giorno; naturalmente, in questo caso, l’occhio elettronico è orientato più sugli educatori che sui bambini. Altri invece immaginano di stare così vicino ai figli, e di seguirli anche da casa o dal posto di lavoro.

C’è chi di tutto questo si dispiace e si indigna. I primi a farlo, a buon diritto, sono ovviamente gli educatori, su cui grava un pregiudizio infame. Poi c’è chi paventa l’effetto dell’occhio elettronico sul rapporto educativo: che cosa potrà restare della sua spontaneità e della sua dolcezza, esposto com’è a una continua intrusione mediatica? Per altri ancora il senso di autonomia dei bambini rischia d’essere compromesso dal peso di un controllo angosciato e angosciante. E i più pessimisti si preoccupano che tale ossessione “onnivisiva” finisca per estendersi, passando dagli asili alle scuole e ai posti di lavoro.Qui, con questa preoccupazione, siamo in pieno spirito dei tempi. Che le nostre scelte, le nostre azioni e in genere le nostre vite siano sotto sorveglianza elettronica totale è fra i più classici dei luoghi comuni. Lo potremmo chiamare "sindrome del Grande Fratello", se non fosse che in 1984 questo non tanto guarda gli uomini e le donne su cui grava il suo potere, quanto si fa guardare da loro in manifesti onnipresenti, sui quali campeggia la nota scritta «Il Grande Fratello ti guarda», appunto.

E questo stesso è il cuore del Panopticon di Jeremy Bentham, il quale più di due secoli fa progettò la sua macchina di controllo sociale. Per paradosso, in quella macchina decisivo non era l’occhio dei sorveglianti, ma l’occhio dei sorvegliati che, isolati uno a uno nelle loro celle, venivano costretti a guardare una certa “persiana cieca”, impenetrabile ai loro occhi, dietro la quale gli stessi erano indotti a immaginare un sorvegliante sempre intento a scrutarli (nella realtà il sorvegliante poteva anche non esserci).

Insomma, non l’esser visti (dal sorvegliante) ma il vedere (la persiana cieca) era il fondamento primo della loro obbedienza. E quest’obbedienza il vecchio Bentham la consigliava non solo per le prigioni, le caserme, gli ospedali e le fabbriche, ma anche per le scuole. Gli allievi, sosteneva, saranno indotti a studiare e i genitori potranno «dare una sbirciatina da dietro la tenda nel posto del maestro». Non accade proprio così, in molti asili italiani? Padri e madri osservano soddisfatti, convinti di fare il bene dei loro figli. E intanto i critici della società panottica li mettono in guardia.

Chi ha ragione, tra gli uni e gli altri? È probabile che abbiano torto entrambi, o almeno che tutte e due le posizioni pecchino d’ingenuità. I primi sono vittime della mitologia del controllo e della sicurezza che segna da più di un ventennio il nostro mondo, nel linguaggio della politica e in quello della vita quotidiana. I secondi sono vittime della stessa mitologia, solo rovesciata. Come quelli, anche questi sono convinti che il controllo e l’obbedienza scendano davvero dall’alto, dall’onnipotenza di un occhio onnivedente. E come quelli anche questi scordano che il Grande Fratello non tanto guarda, quanto si mostra (appunto nei manifesti), e che nel Panopticon benthamiano sono in primo luogo gli occhi dei sorvegliati a decidere del loro controllo e della loro obbedienza.

Pensiamoli tutto il giorno soli nella loro cella, quei miseri sorvegliati, intenti a fissare una persiana cieca, immaginando che da dietro qualcuno li guardi. Non è questo che da decenni facciamo noi, in Italia come altrove? Per lunghe ore della nostra giornata, in solitudine – cioè serrati nel nostro privato – teniamo i nostri occhi su un piccolo “schermo cieco” che chiamiamo tivù, e magari immaginiamo che in qualche strano modo da dietro i pixel qualcuno ci stia a sua volta fissando. O peggio: per lunghe ore, senza avvertirne il pericolo, lasciamo soli i nostri stessi figli a osservarlo, quello schermo. Come stupirsi che a esso tutti insieme, bambini e adulti, non si finisca per obbedire?

 

P.S. È tale lo sconforto per i modi e l’orizzonte politico che hanno portato alla rielezione di Giorgio Napolitano – e dunque alla fine del centrosinistra, o almeno di questo centrosinistra – che il silenzio ci pare il commento più dignitoso.

Comments
Francesco Tedeschi, 25-04-2013, 10:52

Non nascondo il mio sollievo nel leggere Le sue parole. Non mi fraintenda, la penso esattamente come lei, e sono confortato dal fatto di non essere il solo a pensarla allo stesso modo. L'essere "rari nantes" non ci esime dall'andare contro corrente, dal voltare la testa dall'altra parte, di spiegare che la "persiana cieca" non puo essere l'alibi dell'abdicazione del nostro pensiero, la giustificazione della cecità imposta alla nostra coscienza, dal continuare a ripetere che in questo caso "disobbedire" non è un atto di ribellione, ma di libertà. Come cantava Fossati, "è che abbiamo nella testa un maledetto muro..." e quindi,  paradossalmente, si crede che qualcuno dall'altra parte, ci guardi... Sentire anche altrove il rumore  di picconi che lo sgretolano è un segno di speranza...