Rivista il mulino

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Washington, 24/2/09

rubrica
  • lettere internazionali

L’Atlantico torna ad accorciarsi. La presidenza Obama ha il potenziale di inaugurare una nuova era nelle relazioni transatlantiche. Le ragioni sono principalmente tre.

La prima è l’intenzione da parte della nuova amministrazione di abbandonare il paradigma della “guerra al terrore”, un orizzonte strategico che la maggior parte dei governi europei non ha mai condiviso, poiché poggiante sull’idea che si possa sconfiggere l’ideologia fondamentalista scavalcando la politica e mobilitando al suo posto gli eserciti.
La seconda ragione è il rifiuto della premessa unipolarista su cui i consiglieri neoconservatori di Bush impostarono l’azione internazionale degli Stati Uniti all’indomani dell’11 settembre. Il rilancio della leadership Usa cui Obama si è impegnato sembra passare attraverso il riconoscimento delle responsabilità e dei limiti della potenza americana nel sistema internazionale sempre più interdipendente e multipolare del nuovo secolo.
La terza ragione, strettamente collegata alla seconda, è l’adesione convinta al multilateralismo come approccio non soltanto più corretto, ma anche più efficace, alla gestione delle maggiori crisi internazionali, unita al rilancio della diplomazia come strumento prioritario per la promozione degli interessi americani nel mondo.
Tuttavia, il superamento dell’orizzonte della guerra al terrore, l’abbandono del mito unipolare, e la scelta multilateralista rappresentano solo la condizione, per quanto di critica importanza, per un rilancio della cooperazione transatlantica dopo gli anni difficili della presidenza Bush. Affinché si possa dire davvero che si sta aprendo una nuova era, agli intenti dovranno seguire i contenuti.
Prioritaria è una decisione condivisa sul futuro della missione Nato in Afghanistan. Questo richiederà di affrontare due problemi, uno di carattere militare e uno di natura strategica, ma entrambi in realtà eminentemente politici. Il primo è quello di stabilire regole diverse per la generazione di nuove forze. L’attuale formula secondo cui chi stanzia truppe da combattimento se ne sobbarca anche i costi è la negazione del principio di solidarietà che dovrebbe stare alla base della cooperazione transatlantica.
Per risolvere questo problema, tuttavia, bisognerà anche affrontare quello strategico di quale sia l’obiettivo ultimo della missione, che rimane tuttora sfuggente: un Afghanistan senza i talebani, un Afghanistan pacificato, un Afghanistan che guarda all’Occidente?
A sua volta, l’Afghanistan rimanda alla questione più generale delle finalità delle missioni Nato, in particolare quando condotte al di fuori dei confini dei suoi stati membri. Il documento che potrà chiarire con maggior dettaglio il contenuto della cooperazione occidentale in campo di sicurezza per gli anni a venire sarà dunque il Concetto Strategico stesso dell’Alleanza, che il prossimo Summit di aprile dovrà impegnarsi a riformulare (quello attuale risale al 1999).

La cooperazione transatlantica sarà messa alla prova anche su altre due questioni di grande rilevanza: le nuove regole di un sistema finanziario che non minacci la stabilità dell’economia reale come è accaduto per la crisi attuale, e il rilancio dei rapporti con la Russia dopo la crisi georgiana e alla luce dei tanti impegni comuni, in particolare nel campo della proliferazione nucleare e del controllo degli armamenti.
Le due questioni sono in realtà strettamente connesse in quanto hanno entrambe a che fare con la definizione di quello che nei lavori dell’ultimo G7 qualcuno ha pomposamente chiamato un “nuovo ordine mondiale”.
Con la vittoria di Obama l’Atlantico è tornato ad accorciarsi. La sfida è ora quella di dare seguito a questo sviluppo con decisioni politiche concrete nel quadro di un riesame complessivo del ruolo che l’Occidente è chiamato a svolgere nello scenario internazionale mutato del XXI secolo.