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Ma che c'entra Pietro Micca?
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Mentre in Francia continua il percorso accidentato della legge 16 dicembre 2010 di “réforme des collectivités territoriales”, da noi l’algida discussione sulla razionalizzazione si carica di un’esplicita vena polemica, di contestazione del ceto politico, considerato in genere rapace, costoso e inadeguato. Il “Parlamento dei nominati”, del resto, non ha saputo dare risposte chiare all’opinione pubblica e non v’è dubbio che, anche per comprensibili ragioni di opportunità e di fattibilità immediata, il governo abbia deciso d’incidere sul livello meno forte sotto il profilo politico e meno a diretto contatto con i cittadini, quello provinciale. Un palazzo in cui, nella vita, è possibile non si debba mai mettere piede e dei cui servizi si ha in genere un’idea piuttosto vaga. Astraendo dai risparmi effettivi, si è individuato l’anello debole della catena delle cariche pubbliche, e si è partiti da lì.

Le reazioni sono state d’incredulità e sgomento. Fino agli ultimi giorni di luglio, quasi nessuno immaginava che si sarebbe dovuto metter mano con rapidità ai confini provinciali. Era qualcosa di inaudito e d’incredibile che avrebbe dovuto richiedere – così parlavano i saggi – adeguata ponderazione. Poi, lo spread e la situazione internazionale hanno offerto a Monti l’occasione per forzare i tempi.

A quel punto sono partite le contromisure, fondamentalmente di due tipi: la contestazione di legittimità (vedi ricorsi presso la Suprema corte) e un’alleanza sotto traccia fra élite politiche periferiche e burocrazie. Quelle, per intenderci, che dovrebbero riformarsi, aderendo come una decalcomania al ridisegno provinciale: prefetture, questure, ecc. Perché non v’è dubbio che, pur essendo il meno costoso fra i tre enti territoriali della Repubblica, la provincia sia storicamente il più “statale”, ovvero quello sulla cui base sono stati per decenni conformati gli uffici periferici della pubblica amministrazione centrale.

Eppure, a giudicare dallo schieramento in campo, ci sarebbe da giurare che il bastione della conservazione sia ben munito. I politici locali sono in buona parte contrari. Ma funzionari e dirigenti degli uffici statali lo sono altrettanto: anche per loro le posizioni allettanti tendono a diradarsi. Esistono poi le paure delle classi dirigenti locali: la perdita dell’identità di capoluogo, si pensa, potrebbe avere effetti sulla gerarchia urbana, secondo uno schema statico, tipico del XIX secolo o della prima metà del XX. In realtà, l’ascesa o il declino delle comunità è già da tempo un fenomeno del tutto indipendente dal rilievo amministrativo “ufficiale”: è sufficiente garantire la facilità di accesso alle funzioni e ai servizi, poi la partita si gioca su piani assai più mobili, come l’innovazione, la visione collettiva del futuro, la qualità della vita urbana. È vero, però, che il conservatorismo strutturale delle élite, che vivono di primati o di “eccellenze” reali o immaginarie, alimenta il conservatorismo di una quota dell’opinione pubblica: quella più anziana, legata alla memoria dei ruoli tradizionali dell’amministrazione, e anche quella più giovane, vittima privilegiata degli stereotipi, prima che l’esperienza diretta non intervenga a dare spessore a un giudizio più ponderato sulla realtà.

La destrutturazione di queste consolidate narrazioni e la riforma radicale delle istituzioni locali vanno di pari passo: come non è bastato mettere mano al Titolo V della Costituzione per dar vita a una “Repubblica delle autonomie”, così nessun progetto di ingegneria giuridica potrà funzionare davvero, se non sarà supportato da una chiara coscienza della posta in gioco e della responsabilità dei vari attori. Il governo Monti ha saputo cogliere i segnali di autodistruzione del ceto politico locale, esponendoli, grazie all’inevitabile coinvolgimento dei mezzi d’informazione, al ludibrio dell’opinione pubblica, per orientare un’azione energica altrimenti impensabile nel “Parlamento dei nominati”. Tale positiva disposizione al cambiamento dei cittadini si gioca, tuttavia, in chiave puramente negativa, di rifiuto e di repulsione: stenta a manifestarsi, cioè, un orientamento costruttivo, che dalle macerie sappia immaginare un ordine nuovo, vagamente in sintonia con l’Europa.

L’età che stiamo vivendo è dunque ancora quella di Pietro Micca, il granatiere morto facendo saltare un cunicolo delle difese di Torino per impedire che i francesi assedianti vi penetrassero nell’estate del 1706. Anche noi abbiamo minato, con una rigorosa legislazione d’urgenza, pezzi di un’indifendibile cittadella politico-istituzionale, per impedirne il collasso definitivo. Ma non a maggior gloria del duca Vittorio Amedeo II di Savoia: siamo consapevoli che, una volta salvata, la nostra fortezza diroccata, battuta da venti freddi e ostili, avrà bisogno di profondi restauri e, soprattutto, di maestranze convinte e volonterose. Solo, esse ancora non si vedono. E noi restiamo a metà del guado, con la nostra miccia in mano ad attendere l’arrivo dei “nostri”, quella cittadinanza partecipe e determinata che, dopo aver appoggiato la riforma dal basso delle istituzioni locali, deve fare un passo avanti e, semplicemente, entrarci. Ma ne avrà il coraggio?

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