Rivista il mulino

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Dialogo davanti alla Cappella degli Scrovegni

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«Ho letto sul “Telegraph” e su “Le Figaro” dei timori nel mondo per la conservazione della Cappella degli Scrovegni. Timori generati dalle due torri abitative che si stanno costruendo di fianco alla Cappella. Torri alte un centinaio di metri, alla cui base si sta scavando una fossa larga 10.000 mq e profonda oltre 10 m».

«Le relazioni tecniche però dicono che gli Scrovegni non corrono rischi».

«Altri però dicono che una simile operazione non può non avere conseguenze sull’equilibrio idraulico-geotecnico dell’intera area su cui si trovano torri e Cappella, area posta su una comune falda freatica profonda».

«Ripeto. Le relazioni dicono di star tranquilli».

«Fossi in Lei, lo sarei meno. Le deformazioni volumetriche e discorsive, prodotte dai disequilibri idraulici in falde tra loro comunicanti, danno infatti luogo a cedimenti assoluti e differenziali che possono manifestarsi su scale temporali dilatate anche su periodi molto lunghi e comunque successivi alla causa che le ha generate. Deformazioni che nei terreni a grana fine, appunto quello su cui insistono Cappella e torri, sono in gran parte irreversibili, anche rimuovendone la causa».

«Ribadisco. Le relazioni tecniche dicono di star tranquilli».

«È stata fatta un’indagine sul rischio sismico della Cappella?».

«No».

«Nemmeno da parte dell’Istituto centrale del restauro, quando nel 2002 è intervenuto sugli affreschi di Giotto?».

«No. Padova è in una zona a basso rischio sismico».

«Anche la zona tra Modena e Ferrara si riteneva fosse a basso rischio sismico».

«Ripeto. I tecnici padovani dicono che per gli Scrovegni si può star tranquilli».

«E il cordolo di cemento e le capriate in acciaio messi nel tetto della Cappella nel 1962/‘63? Quasi tutti i più importanti strutturisti italiani (e non) dicono che, in caso di terremoti, cordoli in cemento e capriate in acciaio sono una iattura. Facilitano e aggravano i danni».

«Si dice però che all’Aquila proprio il cordolo in cemento ha salvato la facciata della chiesa di San Bernardino».

«A me invece risulta che la principale causa del crollo del castello dell’Aquila sono stati gli annosi lavori di restauro, operati consolidandone le mura con il cemento, sotto la direzione della locale soprintendenza. E si dice anche che molti dei recentissimi crolli di rocche, chiese e palazzi di Mirandola, Finale Emilia, eccetera, si siano verificati proprio in corrispondenza dei consolidamenti in cemento. Senza poi rammentare il tetto della Basilica di Assisi, ovvia causa del crollo del 1997, ma lasciato inspiegabilmente in sito».

«È stato però affermato che il crollo non è stato causato dal tetto in cemento, ma dall’appesantimento dei rinfianchi della volta, dove veniva lasciato il materiale di risulta, tegole, calcinacci e altro, derivato dalle secolari manutenzioni delle coperture».

«Noti strutturisti dicono però che le cose non stanno così. Il cemento armato pesa tre volte più del legno, oltre ad avere un modulo elastico e un coefficiente di dilatazione termica completamente differenti. Per questo mi sono spesso chiesto perché ingegneri strutturisti di fama abbiano preso la strana decisione di tenere in sito il tetto».

«Si potrebbe avvicinare? Devo dirle una cosa riservata».

«Eccomi».

«Si rende conto che quello del cemento è un problema che non riguarda solo la Basilica di Assisi e gli Scrovegni, ma centinaia di migliaia di edifici nel Paese, siano essi monumentali o civili? Capisce che definire i cordoli in cemento una tecnica di prevenzione dai terremoti sbagliata, di cui è anzi provato che possa aggravare, anziché limitare o annullare, i danni alle strutture in caso di terremoti, significa fare dell’allarmismo sociale nei milioni di persone che lavorano, visitano o abitano edifici monumentali e case con cordoli in cemento? Senza poi parlare delle molte generazioni di docenti che hanno insegnato (e insegnano) ai loro allievi che i cordoli sono le sette bellezze».

«Ma significa anche rendere noto il rischio e far sì che lo si possa bonificare».

«Bonificare? Ma dove? E quando? Tenga conto che, prima, bisognerebbe smontare le molte centinaia di migliaia di tetti con cordoli e capriate in cemento. Poi, si dovrebbero buttar via le capriate e rimuovere il cemento armato dei cordoli, operazione, quest’ultima, da fare con il martello pneumatico. E sono due imprese colossali, con implicazioni economiche, tecniche e organizzative complicatissime negli edifici civili. Probabilmente insuperabili negli edifici monumentali. Immagini che cosa vorrebbe dire lavorare con il martello pneumatico nel culmine delle pareti della Basilica di Assisi o della Cappella degli Scrovegni. Quali sarebbero gli effetti sugli affreschi? Un disastro».

«Soluzioni?».

«Una sola nell’Italia d’oggi. Gliela dico in lombardo: alegher, alegher, che el büs l’è semper negher!».

«Non mi pare una gran soluzione».

«La sola che si può dare in un Paese, il nostro, i cui tecnici sono stati scelti per decenni da una classe politica di decisori composta dal ministro del tunnel che va da Ginevra al Gran Sasso, “er Batman de Anagni”, Belsito, Lusi, Pivetti, Penati, Minetti, Schettino, Piermosca, Lavitola, “er tonno”, “er trota” e tutti gli altri innumerevoli eroi post storici dei nostri tristi tempi. Quindi decisori che inevitabilmente scelgono non per merito, ma per fedeltà al capo. Questa fedeltà, come ha di recente scritto Luigi Zingales, è la “peggiocrazia”, perché chi è fedele al capo, lo è per la semplice ragione che non ha alternative professionali, quindi è obbligato ad asseverare ciecamente ogni sua attività, non importa se giusta o sbagliata, legale o illegale».

«Ma non tutti gli uomini politici italiani sono così. Giorgio Napolitano è un grande presidente della Repubblica. Prima di lui lo è stato Carlo Azeglio Ciampi. Anche Monti se la sta cavando bene…».

«Sì, certamente. Ma credo che, ormai, per venire a capo del problema Italia ci voglia più il mago Merlino che delle persone serie. Giustizia, università, amministrazione pubblica, sanità, istruzione primaria e secondaria, beni culturali, ambiente, agricoltura, urbanistica, mercato del lavoro, accesso al credito e potrei a lungo continuare nell’elenco dei settori della vita nazionale da riformare completamente in via di merito, competenze ed efficienza».

«Quindi?».

«Quindi, non resta che sperare. Sperare che nei prossimi quarant’anni nulla succeda ai nostri monumenti e case, nelle migliaia e migliaia di casi in cui si siano eseguiti lavori strutturali di consolidamento sovradimensionati e sbagliati».

«Perché quarant’anni?».

«Perché, come diceva Keynes, “tanto tra quarant’anni saremo tutti morti”».