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Non è stato un anno tranquillo

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Non è stato un anno tranquillo quello che ha inaugurato (dal primo novembre scorso) il mandato del nuovo governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco. Siamo da tempo in emergenza e il sistema finanziario europeo sta pericolosamente arretrando verso dimensioni nazionali; mentre i 17 governi non sembrano capaci di guidare la barca comune su cui stanno più di 300 milioni di cittadini europei.

E' chiaro che se non si vedrà presto una credibile "volontà irremovibile di preservare la moneta unica", accompagnata già nei prossimi mesi da precisi interventi in quella direzione, allora l'avranno avuta vinta i mercati finanziari il cui pessimismo da  due anni indica come possibile la fine dell'euro, e come molto probabile l'uscita di alcuni Paesi della periferia d'Europa.

Questo essendo lo scenario di questi giorni, è comprensibile che vi fosse molta attesa per le Considerazioni finali di Visco. Un'attesa che non è andata delusa. Al di là del gossip del giorno sulla pagella data da Visco alla Bce di Draghi o al governo Monti, l'interesse era soprattutto concentrato su due temi: lo stato del nostro sistema bancario (tra funding crisis e credit crunch) e lo stato dell'Unione monetaria europea. Consideriamo brevemente ciascuno di questi due temi.

Per quanto riguarda le nostre banche, Visco non avrebbe potuto essere più chiaro. C'è stata negli anni passati una crescita di impieghi (soprattutto credito alle imprese) non sostenuta da raccolta stabile. Quando, nel corso del 2011, le banche italiane hanno subito le conseguenze della peggiorata reputazione del debitore-Tesoro e hanno perso molta raccolta (soprattutto proveniente da investitori internazionali), l'unica loro possibile reazione è stata quella di trasferire la stretta sulla clientela di imprese, che nel mese di dicembre hanno addirittura ridotto il credito ottenuto. Al di là dell'emergenza, poi superata grazie alla liquidità creata dalla Bce, ciò induce il nostro sistema bancario a una riflessione sistematica sugli equilibri di bilancio futuri, sulla convenienza dell'esuberante rete di sportelli, sull'opportunità di riequilibrare l'eccessiva dipendenza delle nostre imprese dal solo credito bancario, per di più a vista.

Sulla crisi finanziaria, in particolare europea, Visco non poteva essere più... preoccupante.  Ricordo che un anno fa, nella stessa occasione, l'allora governatore Draghi aveva intitolato la sua sezione Il mondo dopo la crisi, ed era un incoraggiante resoconto dei problemi esistenti ma anche dei progressi fatti per risolverli. Quest'anno è peggio. Non solo perché l'ottimismo di Draghi di un anno fa già due mesi dopo non era più giustificato. Ma soprattutto perché la situazione odierna è molto più complicata. Sono diventate più divergenti le economie dei 17 Paesi che condividono la stessa moneta e neppure i loro governi sembrano più in grado di capirsi e di farsi capire. Nonostante i continui vertici, viene meno il comune sentire e quindi ci guadagnano i mercati che scommettono (o comunque temono, perché non tutti sono accaniti speculatori, ci sono anche tanti prudenti padri di famiglia...) su una possibile dissoluzione dell'odierna Eurozona (perché si spacca in due, con un euro forte e un euro debole e un tasso di cambio fluttuante tra le due parti; oppure perché escono due o tre Paesi della periferia : Grecia, Portogallo e...?).

Visco si guarda bene dal disegnare scenari apocalittici, ma si limita con intelligenza e coraggio a sottolineare le poche cose che devono essere decise e realizzate rapidamente, per ridare forza all'Unione monetaria nella sua componente più fragile, che è ovviamente quella bancaria (già abbiamo visto "corse agli sportelli bancari" in Grecia e in Spagna: cosa aspettano i governi a fare il mestiere per cui sono pagati, cioè "risolvere i problemi" quando sorgono?). Serve soprattutto - e qui la sintonia tra Visco e Draghi è manifesta - che i governi dicano in tempi brevi, e in modo credibile, qual è l'Europa che hanno in mente di realizzare. Come nel caso dell' Italia, dove Visco sottolinea che per tornare a crescere serve una strategia di riforme strutturali che richiederà tempo, ma proprio per questo "è bene che siano comunicati e ribaditi con nettezza il disegno complessivo e la posta in gioco". Deve essere chiara la meta e ampia la visione. Sono parole di Visco ed è il confronto con quanto osservo ogni giorno nel mio Paese che da ieri mi preoccupa ancor di più.

Comments
Roberto Bertoli, 05-06-2012, 22:53

Non mi consola, ma anzi mi preoccupa che anche Giacomo Vaciago, da qualche giorno, "si preoccupi ancor di più".

Vorrei lasciare sospesa una domanda, con tutto il rispetto per le persone citate: da fiorentino debbo, forse, avere una (non cercata) dose supplementare di preoccupazione se:

- il Sindaco, quasi, si ripromette di sfondare il Patto di stabilità;

- un Economista di rispetto (Alessandro Petretto, neo Assessore al Bilancio) afferma che il Patto attuale non lo sente "figlio suo"?

So che è caduta in desuetudine, ma mi sento un nostalgico della distinzione fra potere legislativo (con le limitazioni date dall'essere membri di una Unione) e centri in cui si esercita una (pur nobile) attività amministrativa.

roberto alessi, 04-06-2012, 12:02
Da aggiungere a queste considerazioni c'è la assoluta e totale concordanza di punti di vista tra le considerazioni di Visco e quelle del nuovo presidente di confindustria.
Sono parole che implicitamente, ma senza dubbio alcuno, condannano gli atti del governo Monti; parle che lo additano, pur senza dirlo, tra i primi responsabili dell'aggravamento della situazione.
Tutti e due i tecnici (veri) non possono non dire a voce alta che con questo livello di tassazione non è possibile alcuna crescita e quindi, continuando così, il sistema continuerà ad avvitarsi su se stesso.
Ambedue dicono chiaramente che il problema di fondo è la crescita dell'economia reale; l'unico modo per convincere gli investitori che l'Italia è un paese affidabile e capace di restituire senza problemi denari prestati.
Nessuno dei due si sogna di parlare di opere pubbliche come motore di sviluppo in una situazione in cui lo Stato è capace di continuare a sprecare enormi risorse prelevate da un'economia che sta crollando.
Purtroppo molti governi europei, ed il nostro in questo sembra eccellere, invece di "risolvere i problemi" fanno di tutto per renderli più gravi.
Dopo queste autorevoli prese di posizione ci si poteva aspettare un tentativo di giustificazione o una qualche inversione di rotta; non mi pare che nulla sia cambiato.