Rivista il mulino

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Bangkok, 29/8/2011

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  • lettere internazionali

Ombre sul voto. La vittoria elettorale ottenuta lo scorso 3 luglio dalla sorella dell’ex premier Thaksin, la quarantaquattrenne Yingluck Shinawatra (manager di successo “prestata” alla politica), testimonia la volontà dei thailandesi di porre fine al governo del Partito Democratico, al potere dal 2006. Il Puea Thai Party (Partito per i thailandesi, PTP) di Yingluck ha conquistato 262 seggi su 500 (per consolidare la maggioranza sta cercando il sostegno di alcuni partiti minori), mentre i Democratici del premier uscente Abhisit Vejjajiva ne hanno ottenuti appena 160. Nonostante il successo elettorale del PTP sia in buona sostanza frutto dell’aiuto finanziario di Thaksin (pare attualmente residente nel Dubai), non va trascurata l’attività delle camicie rosse (che nell’aprile-maggio del 2010 organizzarono i moti di protesta contro il governo di Abhisit Vejjajiva, durante i quali rimasero uccise 91 persone, tra cui il fotoreporter italiano Fabio Polenghi).

Il primo obiettivo di Yingluck Shinawatra è quello di superare le divisioni interne e i continui conflitti che in questi anni hanno caratterizzato lo scenario politico thailandese. Tuttavia l’interrogativo attorno al quale si confrontano gli osservatori è se e quando Thaksin Shinawatra intenda tornare sulla scena politica nazionale attraverso la sorella. Nonostante l’ombra dell’ex premier in “esilio volontario” e l’attività delle camicie rosse, dopo sei anni di parziale instabilità interna la semidemocrazia thailandese  ha dimostrato di aver ulteriormente consolidato la formazione di un moderno sistema politico (che basa la propria natura ed evoluzione sulla legge fondamentale e sul sistema elettorale). Ciò non significa che si sia liberata del compromesso che ha storicamente caratterizzato la realtà politica thailandese, ossia l’individuazione di una personalità politica funzionale al progetto di  stabilizzazione e transizione democratica del Paese che sia sostenuta (nel caso di Yingluck Shinawatra non osteggiata) dalla classe militare e dalla Corona, ma anche gradita alla società civile (e in particolare alla classe imprenditoriale).

Nel periodo precedente le elezioni, l’ex premier Abhisit Vejjajiva aveva tentato di screditare politicamente il PTP soprattutto in occasione di un comizio tenuto nel quartiere di Ratchaprason, a Bangkok, dove nel 2010 si erano verificati duri scontri tra soldati e manifestanti anti-governativi. Parallelamente Yingluck si era fatta promotrice di un’amnistia che dovrebbe consentire il ritorno del fratello in Thailandia senza, tuttavia, ridurre la pena che gli è stata comminata per i reati di corruzione e frode fiscale. La vittoria della Shinawatra ha consentito a Thaksin di esprimersi in modo quanto mai sibillino su questa eventualità: l’ex premier si è dichiarato intenzionato a rientrare in patria, ma soltanto quando i tempi saranno maturi e cioè quando il suo ritorno non rappresenterà un problema né per il paese né tantomeno per il governo della sorella.

E proprio Yingluck è già alle prese con una serie di questioni che non riguardano solamente i rapporti di parentela. In ambito interno resta ancora irrisolta la storica frattura tra mondo rurale e mondo urbano, che crea ancora oggi notevoli ritardi e scompensi al sistema politico ed economico thailandese. Sul fronte internazionale la Thailandia deve riguadagnare credibilità. La leadership di Thaksin Shinawatra aveva segnato l’avvio di un rafforzamento dell’impegno thailandese al balanced engagement. In particolare Thaksin aveva orientato la politica estera thailandese al rafforzamento dei legami con i paesi dell’Asean e soprattutto con la Cina. I successivi anni di instabilità hanno rallentato questo processo: Yingluck dovrà confrontarsi, dunque, non soltanto con l’ombra del fratello, ma anche con quella del “drago” cinese.