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Condominio Italia
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Un enorme camion articolato si è incastrato in un piccolo parcheggio condominiale. Sta tentando una manovra impossibile. È, appunto, la “manovra”, il tentativo di far quadrare i conti del condominio Italia: un colpo di qua e un colpo di là, un assegno postdatato a te e un altro a lui, una batostina a quelli e un rimbrotto a quegli altri. Mentre sulle scrivanie si accumulano i report che rappresentano l’evoluzione inesorabile del disastro, una robusta opera di taglia e cuci economico tenta faticosamente di accreditarsi. Grazie alla sua presentabilità rispetto al resto della compagine di governo, il ministro Tremonti accelera la corsa, aumenta il distacco sui compagni di partito e di coalizione e lavora, calcolatrice alla mano, nello sforzo di far quadrare almeno un po’ i conti. Impresa titanica, a fronte della indisponibilità di una intera classe politica, con poche e poco evidenti eccezioni, a farsi carico del problema.

“Il” problema. Data per certa la sofferenza seguita alla grande crisi, e tutt’altro che risolta la questione che ruota intorno all’interrogativo centrale dei pessimisti cronici (“E a noi quando tocca?”), restano, nero su bianco, i numeri che illustrano un quadro assai poco rassicurante. Come quelli che descrivono la disoccupazione giovanile (i minori di 25 anni) ormai al 30%. Da anni si celebra il rito del pianto lagnoso per le nuove generazioni: che non hanno possibilità di crescita, che soffrono la ridotta mobilità sociale, che si barcamenano in un difficile equilibrio tra lavori pagati male e sempre più spesso a termine. Quei precari con cui il ministro Brunetta si esprime a malintesi. Che capitano a tutti, certo, anche se da un ministro ci si aspetterebbe un po’ di attenzione in più. Quei precari che tengono sulle loro spalle la straordinaria flessibilità della parola “flessibilità”: occorre essere flessibili, ma sempre in un’unica direzione; e grazie alla flessibilità si può e si deve intendere tutto e il contrario di tutto. È il condominio Italia, quello che assiste dalle finestre alla “manovra” del ministro. Non tutti i palazzi sono composti allo stesso modo: se sono al Sud, ad esempio, su dieci giovani donne che ne fanno parte cinque sono disoccupate. Per la gioia delle aziende (al Nord) che vedono con favore il modello anni Cinquanta, rigorosamente in bianco e nero: e che la donna se ne resti a casa, a lavare pavimenti e ad allevare figli. Una manovra che torna a tirare in ballo le solite parole magiche: il superbollo, l’accise sui carburanti, l’aumento dei pedaggi, i blocchi alle pensioni, le tasse sui depositi, l’odioso ticket sulle prestazioni sanitarie.

A tutto questo e a molto altro assistono i condomini. Attoniti? Forse. Senz’altro preoccupati di subire qualche colpo e di uscirne danneggiati, ma senza speranza di risarcimento alcuno. Questo soprattutto se non fanno parte dei ceti più abbienti che alla fine, bene o male, ne verranno fuori, con buona pace del superbollo. Chi andrà a urtare la manovra? Chi colpirà soprattutto? Di certo non i politici, che come ci ricorda l’onorevole Rotondi devono pur mangiare.

E pensare che a un certo punto lo sdegno pubblico per i costi della politica era parso tale da costringere la “casta” a un maggior decoro. E, se non altro, alla disponibilità verso una riduzione dei costi esorbitanti sopportati dalla collettività rispetto agli altri Paesi. Una pia e stupida illusione. Ma le illusioni, anche nei condomini più poveri, non pagano. Mentre le rate, prima o poi, tocca pagarle.

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Comments
Bruno Simili, 07-07-2011, 10:24
@pier paolo castellari: una gran tristezza, insomma... ma certo, la questione della crescita esponenziale delle diseguaglienze, infatti, è il punto cruciale. Il divario fra i tanti che hanno sempre meno e i pochi che hanno sempre di più
Pier Paolo Castellari, 06-07-2011, 20:49
L'illustre articolista non dice niente di nuovo, né potrebbe. Quando dalla disamina macroeconomica si passerà alle applicazioni specifiche, tutto andrà come è sempre avvenuto. Nel frattempo, una intera generazione ha perso la possibilità di esercitare un lavoro stabile. Non è difficile preconizzare che il nostro benessere sociale si attesterà su valori regressivi di almeno una ventina d'anni. Qualcuno dirà che vent'anni or sono non stavamo affatto male e che, anzi, potremo assorbire i danni provocati dallo yuppismo prima e dalla finanziarizzazione dell'economia poi. Non è detto, però, che andrà cosi e non possiamo valutare ancora quali categorie sociali e in che quantità saranno penalizzate in cifra assoluta rispetto ad altre, sempre più ristrette, che invece si accaparreranno quel valore conteso. Oltretutto, le nuove leve non avranno memoria e quindi facoltà di raffronto, mentre i vecchi resteranno inascoltati.