Rivista il mulino

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A volte si pensa di difendere i migranti, ma in realtà non li si aiuta affatto
La retorica dei migranti come risorsa
, June 6, 2016

Come ormai di rito, alle ultime dichiarazioni di Monsignor Galantino, che ha richiamato ancora una volta al dovere di accogliere i profughi e i rifugiati in viaggio verso l’Europa, hanno fatto seguito le proteste di chi sostiene che l’accoglienza non è possibile per tutti. E anche questa volta, in soccorso della tesi a favore dell’accoglienza, sono arrivate le voci di chi ci ha ricordato che queste nuove ondate migratorie, lungi dall’essere una disgrazia, sono per noi un’«opportunità» e una «risorsa». L’Europa, si sa, sta subendo un rapido e preoccupante processo di senescenza. Fra pochi anni, lo squilibrio demografico produrrà il collasso dei sistemi pensionistici e del Welfare. I rifugiati, si dice, sono in grado di infondere nuova linfa vitale a questo continente che non è più in grado di riprodurre le condizioni della propria sopravvivenza sociale ed economica.

Questi discorsi sono certamente animati dalle migliori intenzioni e possono apparire come un utile antidoto allo scomposto catastrofismo che anima molti dibattiti sull’emergenza rifugiati. Tuttavia, dovrebbero essere fatti con una certa cautela. Il rischio è che portino a una fallace equiparazione fra rifugiati e migranti economici. Si tratta di un assunto non solo errato dal punto di vista morale, ma anche controverso dal punto di vista empirico.

Parlare di «opportunità» e di «risorsa» può avere senso quando si invita all’accoglienza di chi si sposta in cerca di un lavoro; se riferito a chi sta fuggendo da catastrofi umanitarie immani, suona ‒ anzi è ‒ irrimediabilmente cinico.

Periferie al centro
, May 30, 2016

Nel dibattito politico sulle prossime elezioni amministrative, in particolare a Milano, Roma e Napoli, un posto rilevante è dedicato alle periferie. Tutti gli aspiranti sindaci dedicano, almeno a parole, un’attenzione particolare al degrado delle zone periferiche, a programmi di riqualificazione e miglioramento della qualità della vita nei quartieri disagiati lontani dal centro culturale, amministrativo, artistico delle città.

Degrado, periferia, immigrazione, insicurezza, precarietà, diventano così parole chiave delle campagne elettorali delle varie liste. Le ricette ovviamente differiscono nell’approccio più o meno inclusivo, più o meno securitario, a seconda dei partiti politici, ma comunque lo spazio urbano emerge come un tema rilevante della vita pubblica locale: come risolvere i problemi connessi agli insediamenti abusivi, ai campi Rom, ai rifugi precari di clandestini, come evitare la nascita o il proliferare di ghetti e di luoghi di segregazione abitativa di irregolari, marginali ecc. Ciò che manca nel dibattito pubblico è una seria riflessione sulle ragioni che hanno prodotto e continuano a produrre trasformazioni dei luoghi dell’abitare negli ultimi decenni caratterizzati da processi di spostamento delle popolazioni verso i centri urbani sempre più massicci e veloci.

La politica del sesso
, May 23, 2016

Sexual politics: è questo il terreno di scontro politico su cui in modo più evidente si misurano le incertezze, le ansie, le paure di una società americana profondamente divisa. Era questo il titolo del libro di Kate Millett che, nel 1970, svelava come il rapporto di dominio fra i sessi dovesse essere considerato elemento fondativo dell’ordine politico, ancor più della classe e della razza. A 46 anni di distanza, la «politica del sesso», riveduta e corretta per tener conto delle identità di genere e della necessità di intrecciarla con le differenze di razza, classe ed etnia, domina il dibattito statunitense (e non solo).

La riflessione femminista ha da tempo messo in luce come attorno alle questioni del corpo, dei diritti riproduttivi, delle identità di genere si misurano i confini dell’ordine politico e il modo in cui si dispiegano i diritti di cittadinanza. Non è casuale, quindi, che nel mezzo di una delle più aspre e imprevedibili campagne elettorali, la «sexual politics» giochi un ruolo significativo a livello comunicativo, nel tipo di linguaggio usato (da Donald Trump ma non soltanto da lui), nel modo in cui vengono veicolati stereotipi e rappresentazioni che alimentano le ansie di chi teme «il disordine» dei ruoli sessuali e di genere e la messa in discussione di rassicuranti visioni di ciò che appare o viene ritenuto «naturale». Ma lo scontro si sviluppa anche su materiali e concreti spazi di agibilità politica e ampliamento dei diritti delle donne e della comunità Lgbtq.

Il tormentone del referendum costituzionale
, May 16, 2016

I Comitati per il «no» lamentano che l’informazione non dia abbastanza spazio al referendum-fine-di-mondo sulla riforma della Costituzione. E certo il cittadino comune – che non legge i giornali, ascolta distrattamente i telegiornali, ed eventualmente si (dis)informa su internet – spesso ignora tuttora di cosa si tratti. Ma nel mondo parallelo dell’informazione Italian Style, nel quale i commenti hanno da tempo sostituito i fatti, il referendum è ormai diventato un tormentone, se non un genere letterario a se stante in cui chiunque può esercitarsi, con effetti spesso surreali. Solo la settimana scorsa, per dire, si sono accese almeno tre discussioni, senza contare le polemiche interne al Pd: e mancano ancora cinque mesi all’appuntamento referendario.

Anzitutto, a seguito dell’appello contro la riforma lanciato da cinquantasei costituzionalisti, fra i quali undici ex-presidenti della Corte costituzionale, s’è accesa la discussione sul cosiddetto spacchettamento: perché, invece di un «sì» e di un «no» in blocco, non votare su quesiti separati? Ma perché – e aggiungerei ovviamente – la riforma costituzionale è già abbastanza scombinata di suo che un’approvazione o un respingimento a pezzi potrebbe destrutturarla definitivamente. E non si dica che le incongruenze potrebbero recuperarsi in sede di regolamenti parlamentari. Resterebbe sempre il rischio di dovercela tenere così, la Costituzione: a pezzi.

Poi, dopo un’intervista smentita a un componente togato del Csm, s’è riacceso anche il dibattito sulla partecipazione dei giudici alla campagna referendaria, con l’ovvia replica: ma come, hanno partecipato alla campagna sulla riforma berlusconiana, e non potrebbero partecipare a quella sulla riforma renziana? Infine, è intervenuta pure «Civiltà cattolica», portando il suo sofferto sostegno alle ragioni del Sì. Nessuna adesione al plebiscito chiesto dal premier, ci mancherebbe: meno che mai all’indomani della legge sulle Unioni civili.

Zelig, o della politica di bilancio
, May 9, 2016

Un gruppo di Zelig si aggira per l’Italia. Per wikipedia, un paziente con la sindrome di Zelig «modifica di continuo il proprio passato e la propria identità, adeguandolo alle persone e agli oggetti con cui di volta in volta entra in relazione, come una sorta di “camaleonte”». Da noi, disponibilità di bilancio già esistenti assumono di volta in volta nuove vesti e nuovi colori per sostenere le iniziative del momento.

Di che parliamo? Nelle ultime settimane l’attività di governo si è caratterizzata per l’annuncio, accompagnato da una intensa comunicazione, di nuove iniziative: per la ricerca (piano nazionale della ricerca – Pnr) e la cultura, entrambe simbolicamente varate il primo maggio; e per il Mezzogiorno, con la firma di alcuni dei «Patti per il Sud» previsti dal cosiddetto «Masterplan». Molto bene. I tre ambiti sono fra i più importanti su cui investire per il rilancio del Paese.

Ci sono però alcuni dettagli non irrilevanti, che rischiano di spegnere un po’ gli entusiasmi.

In primo luogo, sia il Pnr che i Patti arrivano con circa due anni di ritardo. Del primo, era stata predisposta una bozza (molto simile al testo poi varato) già dal governo Letta