Rivista il mulino

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la nota
Il diffondersi della «gig economy» nelle società digitali
Si torna al cottimo?
, October 24, 2016

È ormai qualche tempo che si discute di come la nuova rivoluzione tecnologica abbia cambiato e stia cambiando radicalmente e profondamente le nostre vite e il nostro modo di lavorare, di trascorrere il tempo libero, di tenere le nostre relazioni sociali. Il progresso tecnologico ha certamente prodotto una società più ricca e avanzata, ma allo stesso tempo sta riorganizzando continuamente le possibilità di redistribuzione e i nuovi assetti tra «vincitori e perdenti», tra inclusi ed esclusi, favorendo principalmente quelli con il più alto livello di istruzione e formazione, con competenze gestionali, legate alla finanza e ai sistemi informatizzati e tecnologici.

Oggi con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale disponiamo delle cosiddette smart machines, macchine intelligenti che risolvono problemi meglio della maggior parte degli esseri umani: battono a scacchi i campioni, producono diagnosi mediche corrette, sostituiscono i guidatori. Nella digital economy le nuove tecnologie consentono la nascita di piattaforme dove domanda e offerta si incontrano riducendo drasticamente le intermediazioni e facendo scomparire figure professionali considerate ormai obsolete. Si diffonde quella che gergalmente viene definita la «gig economy» (dall’inglese lavoretto, compito o lavoro temporaneo e occasionale), ovvero un insieme di relazioni economiche dove le prestazioni lavorative continuative tendono a diminuire e dove

Presidenziali Usa 2016: il «central drama» dell’identità e il nemico in casa
Sesso (tanto), droga (pure) e poco rock’n’roll
, October 17, 2016

«Sex&Drugs&Rock’n Roll», cantavano Ian Dury and the Blockheads nell’ormai lontanissimo 1977. Eppure, dopo l’ennesima esternazione di Donald Trump – secondo la quale Hillary Clinton avrebbe vinto il secondo dibattito televisivo perché «dopata» – questo sembra essere il leitmotiv delle ultime, estenuanti, settimane di campagna elettorale. Ormai tutti non vedono l’ora che finisca anche perché dopo tanto «sesso», parecchia «droga» (non quella a cui si riferisce Trump, ma il «doping mediatico» che ha infarcito il dibattito politico sin dalle primarie) e poco rock’n’roll, non si capisce cosa altro potrebbe succedere da qui all’8 novembre. Sul «New York Times», l’autorevole Thomas Friedman ha proposto di vendere i biglietti per godersi lo spettacolo: li acquisterebbero da tutto il mondo e con il ricavato si potrebbe riportare il bilancio in attivo! La «London Review of Books», invece, ha fatto un elenco, infinito, di persone che non voteranno Trump: donne, africani-americani, messicani-americani, le persone riservate, i veterani del Vietnam, i pacifisti e così via. L’ironia è l’unica cosa che può salvare gli americani e il resto del mondo dallo spettacolo piuttosto desolante di una politica sul punto di implodere. Non solo i repubblicani sono ormai preda di una crisi di nervi, ma i democratici sono consapevole,

sì/no: un voto decisivo
Con che faccia, o la politica del faccia-a-faccia
, October 10, 2016

La campagna per il referendum costituzionale è appena entrata nel vivo, come si dice, eppure siamo già esausti. Appena finito di scrivere questa nota, ad esempio, il sottoscritto ricomincerà a battere coscienziosamente palcoscenici di provincia, incrociando le armi con rivali ancora più stanchi e meno convinti di lui. Il format dell’Evento, infatti, sembra definitivamente diventato il faccia-a-faccia: che ovunque si svolga – sul video, o in incontri pubblici – riscuote il consenso di tifoserie entusiaste.

Di solito, funziona così. Il sostenitore del «sì», spesso giovane e bello(a), snocciola convinto(a) i pregi della Renzi-Boschi; talvolta, specie se meno giovane e meno bello(a), sospira che, dopotutto, questa riforma è sempre meglio di niente. Il sostenitore del «no», specie se è un ex presidente della Corte costituzionale, spiega in modo sofferto i pericoli della riforma; se è solo un politico d’opposizione, invece, si limita a scalmanarsi contro il presidente del Consiglio.

I risultati sono alterni. In genere, prevalgono o i sostenitori del «sì» o quelli del «no», indifferentemente, purché si guardino bene dall’entrare nel merito. Anche perché, diciamolo, cosa dovremmo dire del merito? Cos’è meglio, il troppo poco o il quasi niente? Il «sì» a una riforma inutile se non controproducente, oppure un «no» che non indica uno straccio di alternativa? È un po’ come nelle dispute teologiche: più il quesito è confuso, più la discussione rischia di durare per secoli.

Ponte elettorale
, October 3, 2016

Le recenti dichiarazioni del premier Renzi sul Ponte di Messina destano non poche perplessità.

Contrariamente a quanto sostenuto da molti commentatori, esse però non nascono dall’opera in sé. L’obiezione che il Ponte non si debba fare perché collegherebbe Calabria e Sicilia, due regioni a forte presenza criminale, e quindi vedrebbe necessariamente una forte infiltrazione criminale negli appalti, è irricevibile. Sarebbe una resa: ammettere che il nostro Paese non è in grado di realizzare una grande opera senza che questa sia infiltrata dal malaffare; o che non è in grado di realizzarla in una parte del territorio nazionale. Una secessione di fatto: in quelle regioni lo Stato non c’è; non è in grado di contrastare la criminalità. L’altra obiezione è che il Ponte è in sé un’opera assurda. Non è così: si tratta di un’opera ingegneristica assai complessa, come se ne fanno in tante parti del mondo. Ha obiezioni specifiche, di notevole rilevanza (territorio sismico, impatto ambientale): ma di esse, come ovunque si fa nel mondo, si può ragionare in misura tecnicamente fondata per arrivare, se possibile, a superarle. Fondati argomenti a favore dell’intervento sono già stati ospitati da questa rivista.

I problemi vengono quando si parla di costi e benefici, specie se visti nel tempo. Si tratta di un’opera molto costosa, il cui onere ricadrebbe sul bilancio pubblico. La possibilità che vi possa essere un sostanziale contributo privato pare assai modesta,

Di chi è quel bene?
, September 26, 2016

L’ultima volta che sono passato da Trinità dei Monti era Pasqua, tre anni fa. Devo essere stato molto distratto, perché non ricordo una situazione di «pericoloso e inaccettabile degrado» come quella che, da più parti denunciata, ha portato al completo restauro della scalinata. O forse ero troppo preso da una giornata magnifica, come quelle che solo Roma sa regalarti. Lando Fiorini docet. Sicché, senza le polemiche recenti, a pochi giorni dall'inaugurazione del monumento perfettamente restaurato, non avrei saputo – lo ammetto – delle condizioni disastrose in cui era prima dell'intervento generoso da parte di un privato che ha riportato tutto «all’originario splendore».

Subito il dibattito si è acceso: ringhiera sì, ringhiera no? Transenne? Telecamere? Guardie in pattugliamento, specialmente di notte? Certo sarebbe un delitto se uno dei luoghi più belli della capitale tornasse allo stato «di semi-abbandono» (mi fido di chi Roma la conosce bene e la vive e così descrisse Trinità de Monti) precedente il restauro. E c’è da comprendere il ricco finanziatore (un gioielliere sistematosi nei pressi), che mai e poi mai vorrebbe ritrovare le preziose scale del De Sanctis e le fioriere che le adornano di nuovo imbrattate e ricoperte di ogni monnezza a pochi passi dalla propria prestigiosa bottega.

Eppure, allo stesso tempo, viene da chiedersi quale sia il senso ultimo dell’impomatare certi luoghi o del metterli sotto vetro per proteggerne la presunta o reale, a seconda dei casi, fragilità. E in fondo pure se sia giusto farlo. Si tratti di una scaletta qualsiasi o di una scalinata settecentesca dall’inestimabile valore storico-artistico (già restaurata appena dieci anni or sono, peraltro),