Rivista il mulino

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L’America innocente, l’Europa matrigna
, May 29, 2017

“Believe in yourselves. Believe in your future. And believe, once more, in America”. Sono le parole conclusive del discorso di Trump dello scorso febbraio, tenuto davanti al Congresso riunito e che campeggiano nella home page del sito della Casa Bianca. Ma, al termine del suo primo viaggio ufficiale che lo ha visto, in nove giorni, visitare Arabia Saudita, Israele, Belgio e Italia, quello che si potrebbe pensare è che in realtà è prima di tutto l’America a non credere più in se stessa. Vale a dire, a non avere più fiducia nella capacità di proiettare un immaginario in grado di affascinare, di sedurre i cuori e le menti, di alimentare quell’insieme di speranze e desideri su cui si è costruito il “secolo americano” e la pervasiva affermazione del soft-power statunitense. Che questa capacità di proiezione si fosse offuscata, per la verità, lo si era percepito da tempo, tanto da aver nutrito un dibattito pubblico e storiografico sulla “fine” del secolo americano o, quanto meno, sul suo presunto declino. Tuttavia, tale dibattito si dipanava all’interno di un gioco dialettico fra Stati Uniti e altri contesti di riferimento – l’Europa, in primis, la Russia, la Cina o i nuovi Paesi emergenti – in cui però gli Stati Uniti tentavano di riproporre, aggiornandolo, quell’eccezionalismo che avrebbe dovuto farne un modello di riferimento. In fondo, anche l’America all’insegna della “diversity” di Barack Obama non sfuggiva alla tentazione di riaffermare il “lungo” secolo americano rintuzzando le opinioni di chi parlava di declino.

Reato di tortura e crisi della legge
, May 22, 2017

Il Parlamento è l’ultimo posto al mondo dove dovrebbero farsi le leggi? Il sospetto viene, a considerare la vicenda dell’introduzione in Italia del reato di tortura, su cui il Senato ha trovato una larga intesa la settimana scorsa. Sulla vicenda, c’è poco da aggiungere alla conclusione tratta su questo sito da Marina Lalatta Costerbosa: un legge così sarebbe meglio che non fosse approvata. Ma poiché la vicenda è emblematica della crisi strutturale della legge parlamentare, ricapitolo la vicenda e argomento il mio sospetto.

Tutto nasce dalla Convenzione contro la tortura del lontano 1984, ratificata dall’Italia nel 1988, ma poi accantonata dopo il G8 di Genova del 2001, perché osteggiata dai sindacati di polizia e dalla destra. La Convenzione obbligava tutti i Paesi a vietare un delitto così definito (art. 1): «Il termine "tortura" indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali [...] qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale» (corsivo aggiunto).

Come segnalo nel mio libro Non c’è sicurezza senza libertà, appena uscito dal Mulino, se la Convenzione impegna i Paesi firmatari a qualcosa è a vietare la tortura come reato proprio, compiuto da un pubblico ufficiale. L’art. 613 bis che la legge vuole introdurre nel codice penale, invece, recita: «Chiunque, con più atti di violenza o di minaccia, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità umana [...] è punito con la reclusione da tre a dieci anni» (corsivo aggiunto). Chiunque.

La macchina della paura
, May 15, 2017

Ci sono i fatti, e poi c’è la percezione dei fatti. E nelle questioni relative alla sicurezza a contare sembra essere la percezione dei fatti. Prendiamo il caso del cosiddetto «ampliamento» della legittima difesa. Quali sono i fatti?

Nel 2015, anno cui risalgono le statistiche più recenti, sono stati rimandati a giudizio per eccesso di legittima difesa 136 cittadini, poi prosciolti nel 90% dei casi. Dov’è l’allarme sociale? Dov’è il vuoto legislativo? Eppure, la Camera ha legiferato, e con clamore. Leghisti e affini avrebbero voluto sancire la «presunzione assoluta di innocenza» per gli sparatori casalinghi. Insomma, avrebbero voluto sancire un sacrosanto diritto all’eccesso di legittima difesa (un caso evidente di analfabetismo giuridico). Sentendosi scavalcata a destra, la maggioranza ha tergiversato e ha prodotto un testo tragicomico. Ma ci siamo abituati (meno male che il Senato c’è, ha detto Pietro Grasso). Ci stupisce invece che un ramo del Parlamento abbia scelto di perder tempo discutendo una riforma inutile, almeno quanto ai fatti.

Ma lasciamo i fatti, e torniamo alla loro percezione. Ed è qui che la troviamo, l’utilità delle nuove norme sulla legittima difesa. È la stessa utilità che da ben più di vent’anni guida le scelte politiche. È la stessa utilità che dall’inizio degli anni Novanta si è fatta padrona del nostro immaginario, e che ha segnato e segna le fortune di partiti e movimenti, in primo luogo dei loro leader. Iniziata con la Lega, e con il suo uso programmatico della paura a fini di consenso, la politica della percezione è presto diventata prassi dominante, non solo a destra. È la paura, è la sua percezione sociale costruita dalla macchina mediatica della paura, che decide della politica (di quel poco che la finanza e l’economia lasciano alla politica).

>> viaggio in Italia
Il racconto di un Paese difficile
, May 6, 2017

Ormai da diversi anni l’Italia vive uno dei periodi più sofferti della sua storia. Anche da prima della grande crisi, redditi e benessere non aumentano più; la società appare frammentata, disillusa, pessimista; la politica incapace di offrire prospettive, visioni solide di più lungo periodo. Si ha l’impressione che le grandi promesse scaturite dai cambiamenti degli ultimi anni del secolo scorso siano state tradite. Si parla sempre più non solo di crisi, ma di declino. Emerge la nostalgia del bel tempo andato.

Ma le cose stanno davvero così? È davvero il nostro un Paese che ha smarrito risorse e progetti per un possibile rilancio? Che giace apatico nell’attesa di eventi salvifici? Capace solo di produrre inguardabili risse da cortile televisive? Difficile a dirsi. Per un paradosso dei nostri tempi, più ogni giorno ci ritroviamo sommersi da numeri sull’economia, la società, la politica, più abbiamo una visione sfocata dell’Italia. Frutto della crisi è anche l’incapacità di analizzarci e studiarci davvero per quel che siamo. Di capire quella che è davvero l’Italia di oggi, al di là di ciò che appare dalle modeste rappresentazioni di cui disponiamo. Di «come stanno» gli italiani; di quel che pensano e sperano.

Primarie, ma con giudizio
, May 4, 2017

Le «primarie» sono un aspetto importante della breve storia dell’Ulivo e del Partito democratico. Chiarisco subito che mi atterrò all’uso, improprio rispetto al modello americano, di chiamare primarie anche consultazioni che non hanno come obiettivo quello di scegliere il candidato di un partito o di una coalizione a una carica istituzionale (in Italia: sindaco, presidente di regione, presidente del Consiglio): consultazioni aperte a non iscritti per scegliere cariche di partito sono spesso chiamate impropriamente primarie e anche a queste mi riferisco. Insomma, l’aspetto sul quale volevo fissare l’attenzione è l’apertura o la chiusura del «selettorato», come i politologi chiamano i partecipanti all’elezione, più che non la natura della cariche per le quali le primarie  sono convocate.

Fisso l’attenzione su quest’aspetto per sottolineare che l’uso delle primarie è strettamente legato alla crisi della tradizionale democrazia del «partito-associazione», nella quale i soci (gli iscritti) eleggono a maggioranza e a cascata gli organi dirigenti: dai segretari di circolo sino alla direzione nazionale, da questa alla segreteria e da ultimo al segretario. Questo modello di democrazia – con la crisi del partito ideologico di massa, espressione di stabili fratture storiche – non funziona più: non assicura oggi che un partito si dia organi interni e candidati a cariche istituzionali attraenti per gli stessi elettori che simpatizzano con le politiche sostenute dal partito e con i suoi orientamenti ideologici. Gli iscritti – i soci – sono pochi, sempre di meno; i simpatizzanti sono potenzialmente assai più numerosi. Gli iscritti sono appassionati di politica, diversi dai simpatizzanti che se ne occupano occasionalmente. Gli iscritti sono spesso eredi di vecchie divisioni culturali, di correnti e fazioni radicate nel passato, e rischiano di non avvedersi di quanto stia mutando la società alla quale si rivolgono.