Rivista il mulino

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Anche dopo la sentenza del Consiglio di Stato francese l’insofferenza sociale rimane grave
#BurkiniBan
, August 29, 2016

In molti, venerdì scorso, hanno salutato con sollievo la sentenza del Consiglio di Stato francese che ha dichiarato illegittima l’ordinanza anti-burkini del comune di Villeneuve-Loubet. In Francia, dove i sindaci degli altri comuni coinvolti hanno già dichiarato di voler ignorare la sentenza ed è partita la campagna per l'approvazione di una legge anti-burkini, la polemica non finirà qui. Ma all’estero, complice anche l’imminente fine della stagione balneare, questo spiacevole tormentone estivo molto probabilmente sarà presto dimenticato. Con le polemiche sul burkini, possiamo sperare di lasciarci alle spalle anche l’ennesima fiammata di femminismo per conto terzi e le stucchevoli discussioni sulla libertà delle donne musulmane.

In questa circostanza, paradossalmente, sono stati proprio i sindaci autori delle ordinanze e la sentenza con cui il tribunale amministrativo di Nizza ha inizialmente convalidato tali misure a chiarire in modo lucido e onesto il vero punto della questione. Lo scopo dell’ordinanza non era affatto proteggere la libertà delle donne, ma rispondere a un’affermazione identitaria che veniva percepita come una provocazione inaccettabile e un gesto di sfida alle istituzioni. La libertà delle donne, in questo contesto, compare per così dire fra virgolette, cioè come segnaposto per qualcosa d'altro. Il burkini segnala un’appartenenza religiosa e culturale che ha, fra le sue connotazioni più odiose agli occhi occidentali, la richiesta di un abbigliamento «modesto» e la sua presenza sulle spiagge francesi è stata percepita - giustamente - come il risultato di un atto deliberato, cioè libero, di affermazione di quell’appartenenza attraverso uno dei suoi simboli più controversi, e in quanto tale dotato di una spiccata valenza politica. Un atto libero anche perché gratuito in modo quasi strafottente, dato il contesto: uno statement politico, la rivendicazione della propria appartenenza, ma in stile balneare.

La libertà di ricerca va a processo
, August 23, 2016

Alla fine dello scorso mese di maggio, Enzo Alliegro, professore associato di discipline demo-etno-antropologiche dell’Università di Napoli Federico II, ha ricevuto dalla procura di Brindisi un avviso di garanzia con riferimento all’occupazione dei binari della stazione ferroviaria di San Pietro Vernotico, in cui si ipotizza il concorso nel reato di interruzione di servizio pubblico, in ragione della partecipazione alla pianificazione dell’azione di disturbo.

Alliegro, che stava compiendo una missione di ricerca in Salento ufficialmente registrata dal suo Ateneo, è ritratto in una foto prodotta dalla Digos, mentre, al di fuori dei binari, con macchina fotografica e taccuino, segue i manifestanti che protestano per la vicenda della Xylella e del taglio degli olivi. Il professor Alliegro, che si è formato tra l’altro presso il prestigioso Istituto Universitario Europeo di Fiesole, non era nuovo a questo tipo di indagini di campo, avendo studiato anche i comitati di opposizione nella cosiddetta Terra dei Fuochi campana applicando lo stesso metodo di inchiesta, particolarmente utile per comprendere le ragioni della protesta e le posizioni espresse dai diversi attori.

La vicenda ha spinto l’Associazione nazionale universitaria degli antropologi culturali (Anuac) e le altre associazioni del settore, come l’Associazione italiana per le scienze etno-antropologiche (Aisea), la Società italiana di antropologia applicata (Siia), l’Associazione italiana di sociologia (Ais) a chiarire che l’osservazione partecipante è, a pieno titolo, una metodologia di ricerca riconosciuta sul piano internazionale, uno strumento di fondamentale rilevanza e del tutto insostituibile nella pratica del lavoro scientifico antropologico, così come ribadito anche nelle mozioni approvate dai Consigli del Dipartimento Culture, politica e società dell’Università di Torino e del Dipartimento di Scienze sociali dell’Università di Napoli. Nel caso di Alliegro, la macchina giudiziaria è all’avvio, e potrebbe fermarsi qui, con danno limitato, inducendo soltanto qualche interrogativo sullo zelo, o l’automatismo, con il quale la foto della polizia è stata interpretata come notitia criminis

Convivere con il terrore
, August 1, 2016

La strage di Monaco è stata rapidamente ascritta alla classe dei massacri adolescenziali: come quello compiuto da Anders Breivik, l’eroe dell’attentatore, in Norvegia, lo stesso 22 luglio, ma del 2011, con 77 vittime. O come quello compiuto da Tim Kretshmer, il diciassettenne che nel 2009, vicino a Stoccarda, uccise 15 liceali con un fucile mitragliatore. Per non parlare di tutti gli episodi simili capitati negli Stati Uniti: dove le armi, possibilmente da guerra, sono molto più facili da ottenere che in Europa.

Se proprio volessimo rassicurarci, si potrebbe aggiungere che a Monaco l’emergenza è stata gestita professionalmente da forze dell’ordine già allenate a sventare in silenzio, come si dovrebbe fare, minacce simili. Anche gli errori commessi – bloccare i trasporti per ore e in un’intera regione, così amplificando inutilmente un crimine poi rivelatosi isolato – potranno essere corretti in futuro, quando si formeranno protocolli per l’emergenza migliori degli odierni.

Ma in realtà c’è ben poco di rassicurante in tutto questo. La verità è che stiamo lentamente imparando a convivere con il terrore: e lo facciamo per tentativi ed errori, come certi Paesi – per tutti Israele, sin dalla nascita – hanno fatto prima di noi. Günther Wallraff, l’autore di Faccia da turco (1985), osserva che «a mettere un’intera città in ginocchio» non è stato il diciottenne Ali Sonboly, poi suicidatosi, ma «un’isteria collettiva, di popolazione e social media»,

Il cammino verso l’elezione del prossimo presidente Usa si fa tutt’altro che tranquillo
Polarizzati e confusi
, July 25, 2016

Gli appassionati degli anni d’oro del cinema americano forse ricorderanno l’attore e comico Will Rogers, che fece parte anche della troupe del celeberrimo Ziegfeld Follies. Di lui si ricordano anche le sue frasi fulminanti sulla politica americana, alcune delle quali potrebbero benissimo costituire da sole brillanti e sintetici editoriali. La più celebre, e in questi giorni la più evocata, è quella che dice «non faccio parte di alcun partito politico organizzato … sono un democratico». Perfetta sintesi della battaglia politica che ha opposto Hillary Clinton e Bernie Sanders sia durante le primarie che in occasione della stesura del testo della piattaforma politica, e che con tutta probabilità si riproporrà all’interno della convention che si apre oggi a Filadelfia. Una delle materie più scottanti riguarda il tema dei superdelegati (vale a dire senatori e rappresentanti democratici in Congresso, governatori nonché esponenti politici nominati dal comitato nazionale del partito) i quali, introdotti non casualmente dopo le elezioni del 1972 conclusesi con la sconfitta del liberal George McGovern, hanno fatto il loro dovere, cioè arginare le istanze troppo di sinistra.

Oggi, però, e soprattutto dopo l’annuncio di Hillary di farsi affiancare come candidato alla vicepresidenza dal moderato Tim Kaine, i superdelegati finiscono per diventare un ostacolo rispetto alla necessità di dare rappresentanza e voce ai seguaci di Sanders. Will Rogers avrebbe detto: «i democratici non si trovano mai d’accordo su nulla, è per questo che sono democratici. Se andassero d’accordo, sarebbero repubblicani».

sì/no: un voto decisivo
Uno snodo importante
, July 18, 2016

La transizione confusa dalla Prima alla Seconda Repubblica – a una vera Seconda Repubblica – è a uno snodo importante. Non sono così ottimista come Stefano Ceccanti, il quale asserisce, già nel titolo del suo ultimo libro, che La transizione è (quasi) fini-ta (Giappichelli, 2016). Le transizioni di regime, come gli esami, non finiscono mai. E poi, nel caso in cui la riforma costituzionale venga approvata nel referendum di ottobre, sarà solo il tempo a dirci se una transizione c’è stata e soprattutto se i suoi esiti miglioreranno il funzionamento delle istituzioni democratiche del nostro Paese e le condizioni di vita dei suoi cittadini.

Ma nella storia politica e istituzionale di un Paese ci sono tornanti, svolte, snodi significativi, e la riforma costituzionale di cui parliamo appartiene a quest’ordine di eventi. È la svolta che ci consente di parlare propriamente – come ne parlano i francesi – di Seconda Repubblica, non nel modo improprio in cui ne abbiamo discusso negli ultimi vent’anni, dopo la fine ingloriosa della Prima a seguito della riforma elettorale del 1993 e delle elezioni politiche del 1994. Ed è la svolta che segna l’adattamento, in grave ritardo, della democrazia italiana e del nostro sistema istituzionale a tre passaggi storici epocali, che hanno segnato il contesto politico ed economico mondiale degli ultimi trent’anni.

Il primo è la fine della guerra fredda, del bipolarismo mondiale tra democrazie liberali di mercato e sistemi a partito unico ed economia pianificata.