Rivista il mulino

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L'ordine del caos
, April 3, 2017

L’ordine del caos: così si potrebbe definire il senso dei primi 70 giorni e oltre della presidenza Trump. Il caos di una strategia politica e comunicativa che ha fatto saltare ogni tipo di intermediazione, regola, fair play, ma anche il caos di un’amministrazione che non riesce a trovare una forma di coordinamento e una coerenza organizzativa interna. L’approccio diretto al presidente-capo che crede solo nel contatto diretto e nel processo di fidelizzazione sta scompaginando la complessa struttura amministrativa dell’ufficio di presidenza che, nel corso dei decenni, vale a dire da quando fu creato nel 1939, ha sedimentato prassi e procedure. Non che non vi sia mai stato un modello unico; alle dirette dipendenze del presidente, l’ufficio viene organizzato a seconda delle sue preferenze: in modo piramidale, con il chief of staff che, in virtù dell’accesso diretto al presidente, si muove sulla base di regole gerarchiche a cui tutti devono sottostare; oppure, al contrario, secondo modelli più orizzontali che vedono il chief of staff come coordinatore. Con l’amministrazione Trump non c’è né l’uno né l’altro, come dimostra il ruolo tutto sommato secondario, se non marginale, rivestito da quello attuale, l’ex chairman del Republican National Committee, Reince Priebus. Il quale non riesce a controllare l’agenda del presidente, come pure invece sarebbe suo compito fare, sovrastato dalle special relationships di Trump con Steve Bannon, con la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner.

Il caos di scelte politiche di un’amministrazione che sta provando sulla propria pelle cosa significa il passaggio dalla roboante retorica populista usata in campagna elettorale e il tran tran di una politica che deve fare i conti con le esigenze di gruppi sociali, lobbies, movimenti di opinione, contrappesi istituzionali, dinamiche interne a un partito, come quello repubblicano, scisso fra l’esigenza di assecondare l’agenda del presidente e la necessità di non perdere di vista il proprio elettorato. Le polemiche di queste prime settimane – dal cosiddetto Muslim ban (prima sbandierato come esempio luminoso di un presidente che mantiene le promesse, poi ritirato per evidente incostituzionalità e infine ripresentato in forma più annacquata) al fallimento del piano che avrebbe dovuto smantellare l’Obamacare, passando per la bomba ad orologeria dei rapporti con la Russia di Putin – sono una prova del fatto che la politica non può fermarsi ai tweet che solleticano la pancia di quegli elettori che continuano a dare fiducia all’ex tycoon. 

Aspettando l’era post voucher
La normalizzazione della crisi
, March 27, 2017

Il Consiglio dei ministri, dieci giorni fa, ha approvato la delibera che abolisce i voucher per pagare i lavori temporanei. Si è trattato di una decisione tutta politica per evitare conflitti in questo delicato momento della legislatura, giacché gran parte delle forze politiche si dichiara consapevole della necessità di una nuova regolamentazione del lavoro occasionale. Il timore di molte persone è quello di far ripiombare nell’economia sommersa attività precarie, tipiche della gig economy, che occupano oggi un numero consistente di giovani, di immigrati e quote deboli del mercato del lavoro. Se all’abolizione dei voucher non segue rapidamente l’istituzione di nuovi strumenti per regolarizzare e far emergere i lavori temporanei, a progetto eccetera, questi lavoratori si troveranno in condizioni ancora peggiori rispetto alle attuali. Del resto convivere con l’incertezza, generata non solo dalla struttura del mercato del lavoro ma anche dalla rapidità e imprevedibilità del cambiamento tecnologico, rappresenta una caratteristica di quest’ultimo decennio.

Il clima di incertezza ha ormai subito una sua storicizzazione e normalizzazione ed è quindi almeno in parte indipendente dal ceto, dal genere o dal livello di istruzione, sebbene queste categorie rimangano dirimenti nel fornire risorse rispetto alla capacità di gestire l’imprevedibilità e all’abilità del navigare a vista.

A proposito dell’introduzione del reddito di inclusione sociale
Reis, un passo avanti
, March 20, 2017

Il 9 marzo scorso il Senato ha approvato il Disegno di legge delega al governo per il contrasto alla povertà e il riordino delle prestazioni e del sistema degli interventi e dei servizi sociali che introduce su tutto il territorio nazionale una nuova misura di sostegno al reddito per le famiglie povere: il Reddito di inclusione sociale (Reis). Come ha dichiarato il presidente del Consiglio Gentiloni, si è compiuto in tal modo un «passo avanti per venire incontro alle famiglie in difficoltà». Ma non è un passo da gigante, come vedremo più avanti. Intanto occorre riconoscere che si tratta effettivamente di una svolta importante che comporta l’abbandono dell’approccio basato su successive «sperimentazioni», per periodi limitati di tempo e per aree geografiche ristrette, di misure con caratteristiche e denominazioni molto variegate che ha caratterizzato sin qui l’intervento di contrasto alla povertà. Va inoltre sottolineato che la misura, pur rivolgendosi alla sola platea dei poveri (individuati con il criterio molto restrittivo di un reddito Isee inferiore ai 3.000 euro annui), ha per la prima volta una natura universalistica, poiché si rivolge a tutti i cittadini italiani e stranieri, residenti da un certo numero di anni in Italia, e non a particolari categorie di soggetti (famiglie con figli minori, anziani, persone non autosufficienti e via di seguito). Anche l’impegno finanziario è sicuramente apprezzabile, se confrontato con i tagli lineari delle precedenti legislature. Esso infatti per il 2017 ammonta a 1,6 miliardi (che salgono a 2 miliardi considerando anche le risorse europee).

Lo strano caso del populismo penale
, March 13, 2017

Mancano due giorni alle elezioni olandesi, e poco più di un mese a quelle francesi. Se si aggiornasse il Dizionario dei luoghi comuni di Flaubert, dunque, conterrebbe una voce così concepita: «Populismo: tuonare contro». Con un piccolo problema, però: su una scena politica affollata di populismi, che cosa significa ancora la parola «populismo»? Che cosa indica ancora un termine che può applicarsi indifferentemente a Geert Wilders come a Marine Le Pen, a Donald Trump così come a Vladimir Putin, a Beppe Grillo o a Matteo Renzi?

Un minimo di onestà intellettuale imporrebbe di definire «populismo» secondo i seguenti estremi: «termine spregiativo usato nel XXI secolo per indicare tutti i fenomeni politici che non ci piacciono, non capiamo e/o ci fanno paura». Ad esempio: chi è il più populista del reame, il sindaco napoletano De Magistris, che cerca di togliere al leader leghista Salvini il suo sacrosanto diritto di manifestare, oppure lo stesso leader leghista, che organizza la sua adunata di camicie verdi a Fuorigrotta, dove il casino è assicurato?

Tutto consiglierebbe dunque di espellere «populismo» dal nostro vocabolario, come «strega» o «unicorno». Personalmente, farei anche un pensierino alla parola «popolo», che userei il meno possibile, e solo con una precisazione liberal-pluralista. La sovranità appartiene al popolo solo nel senso – non certo che il popolo comandi, cosa mai capitata al mondo, bensì – che nessuno comanda. Nessun autocrate, né leader democratico né unto del signore, cioè, può mai confiscare la sovranità del popolo, presentandosi come suo unico rappresentante.

L’unica eccezione che sono disposto a concedere al bando totale di «populismo» è il suo uso qualificato, seguito da un aggettivo. Penso in particolare a «populismo penale», espressione usata da penalisti e criminologi per indicare una politica del diritto penale curiosa, benché insospettabilmente diffusa: la politica della paura.

Al di là del mito delle riforme strutturali, per crescere occorre recuperare una visione più pragmatica
Il pragmatismo necessario
, March 6, 2017

Si registra un certo consenso, fra i pochi che si occupano delle caratteristiche strutturali dell’economia italiana, riguardo al fatto che una parte significativa delle nostre debolezze dipenda dal numero molto limitato di grandi imprese, e in generale dalla modestia dei fenomeni di crescita dimensionale. Nessuno sogna di diventare come la Germania o gli Stati Uniti; il tema è rafforzare alcune delle caratteristiche del nostro capitalismo, come ad esempio ben argomentano nel loro recentissimo libro il direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, e Anna Giunta.

Perché è cambiato il mondo. La dimensione serve per radicarsi in mercati grandi, nuovi, lontani, difficili; per dar vita e controllare catene internazionali di fornitori; per utilizzare al meglio le grandi possibilità offerte dalle nuove tecnologie; per finanziare ricerca, innovazione, marketing, design, che sono armi competitive imprescindibili specie da quando non è più disponibile la svalutazione; perché la crescita delle imprese migliori aiuta la riallocazione di capitale e lavoro. Ma vi è di più: imprese medie e grandi servono al Paese. Favoriscono lo sviluppo delle piccole; assumono giovani laureati qualificati; diffondono buone pratiche manageriali; incubano al loro interno quadri e dirigenti che divengono nuovi imprenditori. Purtroppo, i cambiamenti dell’economia italiana sono di segno opposto: si assottiglia sempre più il plotone delle nostre più grandi imprese; e la crisi ha ridotto numericamente anche il gruppo delle medie. Nell’abbigliamento, Benetton fattura un miliardo, Zara e H&M nel complesso più di venti.