Rivista il mulino

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Legalità e concorrenza
, July 12, 2011

Ormai da tempo la teoria economica attribuisce alla pressione concorrenziale un ruolo propulsivo nel migliorare le performance del sistema produttivo. Si è, così, diffusa la consapevolezza della necessità di massicce dosi di concorrenza in un Paese dove in molti ricordano con nostalgia le mitiche «lenzuolate», all’epoca ritenute addirittura troppo timide. Ma nel ragionare di concorrenza non andrebbe mai dimenticato che il primo fattore distorsivo della concorrenza è l’illegalità; se il rispetto delle regole diventa una variabile dipendente dalla valutazione di convenienza si generano vantaggi occulti e, al tempo stesso, squilibri evidenti nella allocazioni di risorse. Anche Confindustria, nel progetto «Italia 2015» premette a tutte le sue numerose proposte di riforma una solenne dichiarazione, secondo cui «il Paese deve fare della legalità il suo punto di forza, un vero e proprio marchio di qualità, per attrarre investimenti dall’estero e facilitare il processo di crescita e di internazionalizzazione delle imprese italiane».

In un articolo che verrà pubblicato sul prossimo numero del «Mulino», cerco di analizzare come le scelte di regolamentazione in materia di diritto dell’impresa possano dare un contributo alla crescita dimensionale delle imprese e come anche i fenomeni di illegalità pesino e incidano notevolmente sulle capacità e potenzialità di sviluppo dell’apparato produttivo.

Condominio Italia
, July 4, 2011

Un enorme camion articolato si è incastrato in un piccolo parcheggio condominiale. Sta tentando una manovra impossibile. È, appunto, la “manovra”, il tentativo di far quadrare i conti del condominio Italia: un colpo di qua e un colpo di là, un assegno postdatato a te e un altro a lui, una batostina a quelli e un rimbrotto a quegli altri. Mentre sulle scrivanie si accumulano i report che rappresentano l’evoluzione inesorabile del disastro, una robusta opera di taglia e cuci economico tenta faticosamente di accreditarsi. Grazie alla sua presentabilità rispetto al resto della compagine di governo, il ministro Tremonti accelera la corsa, aumenta il distacco sui compagni di partito e di coalizione e lavora, calcolatrice alla mano, nello sforzo di far quadrare almeno un po’ i conti. Impresa titanica, a fronte della indisponibilità di una intera classe politica, con poche e poco evidenti eccezioni, a farsi carico del problema.

“Il” problema. Data per certa la sofferenza seguita alla grande crisi, e tutt’altro che risolta la questione che ruota intorno all’interrogativo centrale dei pessimisti cronici (“E a noi quando tocca?”), restano, nero su bianco, i numeri che illustrano un quadro assai poco rassicurante. Come quelli che descrivono la disoccupazione giovanile (i minori di 25 anni) ormai al 30%. Da anni si celebra il rito del pianto lagnoso per le nuove generazioni: che non hanno possibilità di crescita, che soffrono la ridotta mobilità sociale, che si barcamenano in un difficile equilibrio tra lavori pagati male e sempre più spesso a termine. Quei precari con cui il ministro Brunetta si esprime a malintesi. Che capitano a tutti, certo, anche se da un ministro ci si aspetterebbe un po’ di attenzione in più.

Lo Stato introvabile
, June 27, 2011

La situazione della “monnezza” a Napoli, dopo quasi due decenni di “emergenza” continua, ha consolidato uno dei più stupefacenti e significativi ossimori che definisce una “normale emergenza”.L’argomentazione della straordinarietà dell’evento, oltre a giustificare anni di inefficienze istituzionali, corruzione politica e consistenti apporti mafiosi, tende a legittimare ogni sorta di intervento fuori dalle regole di un Paese civile e democratico (come l’intervento dell’esercito). Ma ci sono due novità: una riguarda le istituzioni pubbliche e l’altra i cittadini.

Se lo Stato italiano – come è ben riassunto in un titolo di un libro di Sabino Cassese di qualche anno fa – è uno Stato “introvabile”, nello stesso tempo esteso e debole, costoso e inefficiente, oggi nella situazione napoletana mostra in più una disgregazione mai raggiunta prima e una faccia gretta e particolaristica. A questo si è giunti con le lacerazioni nel governo tra Lega e PdL, e all’interno della stessa Lega, i reciproci blocchi e sgambetti e il linguaggio del “padroni a casa nostra” più simile all’atteggiamento “NIMBY” (acronimo inglese per Not In My Back Yard, ossia “Non nel mio cortile”) di molte proteste attuali che non a quello di una forza di governo che dovrebbe avere a cuore gli interessi generali (il che, detto tra parentesi, getta un’ombra cupa sul progetto federalista della Lega).

Ma questi strumenti e linguaggi appaiono consunti e riescono sempre meno a fare breccia su una popolazione incattivita e al limite della sopportazione.

Miracolo all'italiana
, June 20, 2011

La maggior parte dei commentatori, italiani e stranieri, sta celebrando il miracolo di un Paese che, improvvisamente, pare uscito dal torpore televisivo nel quale era immerso. Un Paese che, ridestatosi, si preparerebbe a relegare un indebolito Silvio Berlusconi nel dimenticatoio della storia. In breve, in Italia sarebbe in corso una di quelle svolte di cui la storia italiana trabocca, un nuovo episodio della versatilità per cui è noto il suo popolo. Non si tratta che di cliché, nient’altro che di cliché che fanno pensare ad altre idee preconfezionate assai diffuse, secondo cui gli italiani, tutti fascisti, nell’estate del 1943 decisero tutti da un giorno all’altro di passare dall’altra parte. In effetti, viene da pensare che un miracolo si sia repentinamente prodotto, se si considera che l’Italia dal 1994 è diventata un regime, una telecrazia che stabilisce un totalitarismo sottile, una tirannia della maggioranza, e che Berlusconi rappresenta alla perfezione lo stato d’animo immutevole degli italiani: poco istruiti, senza senso civico, ottenebrati dalla televisione, preoccupati unicamente di soddisfare i propri interessi e quelli delle loro famiglie. A dispetto delle due sconfitte subite da Berlusconi, sino a pochissimo tempo fa siffatte analisi erano molto diffuse, tanto diffuse da alimentare la favola di una maledizione strutturale della democrazia italiana.

Vox populi
, June 13, 2011

I referendum abrogativi hanno sempre avuto un impatto politico fortissimo sul sistema politico italiano. Una ragione di questo risiede nella natura stessa dello strumento: si vota dando un «sì» o un «no», esprimendo una decisione netta, senza mediazioni. Nei referendum – e non a caso il generale De Gaulle li usò in abbondanza quando tornò al potere nella V Repubblica – le intermediazioni offerte dai partiti saltano, e l’elettore è di fronte a una scelta binaria e ultimativa. I referendum, dunque, non solo vanno “oltre” le indicazioni dei partiti, ma a volte, quando questi non sanno interpretare le sensibilità dell’elettorato, li travolgono. Pensiamo alle consultazione tenutisi nei primi vent’anni di vita dell’istituto referendario, dal 1974 al 1993: sono stati tutti di grande portata sistemica, dal primo, quello sul divorzio, agli ultimi di quella fase alta, quelli sul finanziamento dei partiti e il sistema elettorale (del Senato). Anzi, la spallata finale al sistema partitico della cosiddetta “Prima Repubblica” venne proprio dai referendum del 1993, preceduta, quasi annunciata, da quello, apparentemente minore, per l’introduzione della preferenza unica nel 1991. Molte sono le analogie tra quella stagione di inizio anni Novanta e i referendum che si sono appena tenuti. Anche allora vi erano leader di una stagione politica antica e ormai declinante che irridevano ai referendum e invitavano ad “andare al mare”, come suggerì all’epoca Bettino Craxi. Anche allora si tentò di minimizzarne il risultato “depoliticizzando” il significato. Anche allora il referendum venne lanciato come un guanto di sfida a una classe di governo logora e distante.