Rivista il mulino

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la nota
Chi ci chiederà scusa?
, August 1, 2011

«Stavolta l’ho fatta un po’ fuori dal vaso», ha concesso Mario Borghezio, con tutto l’esprit de finesse che gli è riuscito di mettere insieme. Quel che ha combinato è noto: poco dopo la strage sull’isola di Utoya, ha dichiarato che le “posizioni”  di Anders Behring Breivik «sono sicuramente condivisibili», a partire dall'«accusa esplicita all’Europa di essersi già arresa prima di combattere». A quale nemico si riferisca il parlamentare europeo della Lega Nord è questione inequivoca: agli “islamisti” attentatori della vera fede, e già che ci sono anche della purezza etnica di un continente.

Insomma, ha spiegato il paladino della civiltà occidentale, ha ragione Breivik a pretendere la «difesa dell’Europa cristiana». È vero, precisa, che le sue sono «posizioni antipapiste che io ovviamente non condivido». Ma un po’ di tolleranza non guasta, se si tratta di servire la religione dell’amore. Lo stesso amore, per intenderci, con cui a Torino nel 2000 l’allora deputato leghista al Parlamento italiano incendiò i pagliericci di alcuni esseri umani colpevoli di essere poveri e stranieri (gesto di carità per il quale, insensibile ai valori evangelici, la Cassazione nel 2005 lo condannò in via definitiva a due mesi e venti giorni di galera). In ogni caso, papisti o meno, questo è il dovere sacro e santo dei bravi europei timorati di Dio, e della superiorità bianca: contrapporre all’invasione dei seguaci di Maometto una «forte risposta cristiana anche in termini di crociata».

In fondo, ha spiegato il membro della Commissione parlamentare europea per i diritti civili, sono le stesse cose sostenute da Oriana Fallaci. Come dargli torto? Basta leggersi davvero La rabbia e l’orgoglio per convincersene. Le “posizioni” che entusiasmano il nostro defensor fidei trovano conforto in  quello scritto del 2001, e nel silenzio con cui politici, giornalisti, intellettuali e preti di fatto lo legittimarono.

L’Italia e il declino dell’Occidente
, July 25, 2011

Hanno qualcosa in comune gli attacchi speculativi ai Paesi deboli dell’area euro e lo scandalo Murdoch? Forse sì; forse entrambi sono manifestazioni di un unico processo, che molti chiamano declino dell’Occidente. Il declino della cultura occidentale è iniziato negli anni Ottanta, quando l’economia ha cominciato a lasciare il posto alla finanza: alla produzione di soldi per mezzo di soldi. Gli imprenditori occidentali hanno cioè smesso di produrre beni durevoli e cominciato a speculare in borsa: investimento che, a breve termine, è sembrato molto più redditizio.

È apparso allora il Casinokapitalismus, che ha arricchito poche persone producendo invece, per tutti gli altri, fallimenti su fallimenti: l’ultimo dei quali con la grande crisi dei mercati immobiliari. In compenso, il capitalismo finanziario è riuscito a cambiare i nostri valori: non più progresso, lavoro, produzione, ma rapido arricchimento, consumo e, per dimenticarsi più facilmente del futuro, tanto intrattenimento. Gli imperi mediatici di tycoon della comunicazione come Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi, così, hanno finito per soppiantare le grandi corporation industriali anche come punti di riferimento della politica.

In questo scorcio d’estate, alcuni di questi nodi stanno venendo al pettine. La speculazione, dopo i Paesi minori dell’area euro, ha cominciato ad attaccare i Paesi maggiori. Ora tocca all’Italia, percepita come politicamente allo sbando; e in effetti è vero che ormai si affida, come unica credenziale di serietà, a un tributarista lombardo, il prof. Giulio Tremonti. Ma soprattutto monta ogni giorno di più, nei Paesi anglosassoni, lo scandalo Murdoch: fra arresti e suicidi di collaboratori, dimissioni dei capi di Scotland Yard e gravi imbarazzi per il leader conservatore inglese David Cameron.

Una lucida follia
, July 19, 2011

Per i Paesi europei tenere i conti pubblici in ordine è la priorità assoluta della politica economica. Mai come in questo periodo, alla luce della crisi, un simile monito suona saggio. Ma se solo vi riflettiamo un attimo, senza ulteriori qualificazioni, rischia di essere un’affermazione folle. Per due motivi.

Il primo: tenere i conti pubblici in ordine, si dice, serve a mettersi al riparo dalla speculazione internazionale. Purtroppo, questo rischia di essere una pia illusione. In Italia l’abbiamo imparato già con la crisi del 1992: la dimensione, la velocità e la volatilità dei flussi di capitale a breve termine sono tali che nessun Paese – anche di rilevanti dimensioni come l’Italia – è in grado di contrastarli. Una fuga di capitali è inarrestabile: e i tassi di interesse sui titoli pubblici possono essere costretti a raggiungere vette assurde, come stiamo vedendo in Grecia e in Irlanda. Le manovre sui conti pubblici servono a scoraggiare fughe di capitali? Certo aiutano, ma non mettono al riparo: se i grandi operatori finanziari scommettono contro un Paese, non c’è bilancio in ordine che possa fermarli.

Legalità e concorrenza
, July 12, 2011

Ormai da tempo la teoria economica attribuisce alla pressione concorrenziale un ruolo propulsivo nel migliorare le performance del sistema produttivo. Si è, così, diffusa la consapevolezza della necessità di massicce dosi di concorrenza in un Paese dove in molti ricordano con nostalgia le mitiche «lenzuolate», all’epoca ritenute addirittura troppo timide. Ma nel ragionare di concorrenza non andrebbe mai dimenticato che il primo fattore distorsivo della concorrenza è l’illegalità; se il rispetto delle regole diventa una variabile dipendente dalla valutazione di convenienza si generano vantaggi occulti e, al tempo stesso, squilibri evidenti nella allocazioni di risorse. Anche Confindustria, nel progetto «Italia 2015» premette a tutte le sue numerose proposte di riforma una solenne dichiarazione, secondo cui «il Paese deve fare della legalità il suo punto di forza, un vero e proprio marchio di qualità, per attrarre investimenti dall’estero e facilitare il processo di crescita e di internazionalizzazione delle imprese italiane».

In un articolo che verrà pubblicato sul prossimo numero del «Mulino», cerco di analizzare come le scelte di regolamentazione in materia di diritto dell’impresa possano dare un contributo alla crescita dimensionale delle imprese e come anche i fenomeni di illegalità pesino e incidano notevolmente sulle capacità e potenzialità di sviluppo dell’apparato produttivo.

Condominio Italia
, July 4, 2011

Un enorme camion articolato si è incastrato in un piccolo parcheggio condominiale. Sta tentando una manovra impossibile. È, appunto, la “manovra”, il tentativo di far quadrare i conti del condominio Italia: un colpo di qua e un colpo di là, un assegno postdatato a te e un altro a lui, una batostina a quelli e un rimbrotto a quegli altri. Mentre sulle scrivanie si accumulano i report che rappresentano l’evoluzione inesorabile del disastro, una robusta opera di taglia e cuci economico tenta faticosamente di accreditarsi. Grazie alla sua presentabilità rispetto al resto della compagine di governo, il ministro Tremonti accelera la corsa, aumenta il distacco sui compagni di partito e di coalizione e lavora, calcolatrice alla mano, nello sforzo di far quadrare almeno un po’ i conti. Impresa titanica, a fronte della indisponibilità di una intera classe politica, con poche e poco evidenti eccezioni, a farsi carico del problema.

“Il” problema. Data per certa la sofferenza seguita alla grande crisi, e tutt’altro che risolta la questione che ruota intorno all’interrogativo centrale dei pessimisti cronici (“E a noi quando tocca?”), restano, nero su bianco, i numeri che illustrano un quadro assai poco rassicurante. Come quelli che descrivono la disoccupazione giovanile (i minori di 25 anni) ormai al 30%. Da anni si celebra il rito del pianto lagnoso per le nuove generazioni: che non hanno possibilità di crescita, che soffrono la ridotta mobilità sociale, che si barcamenano in un difficile equilibrio tra lavori pagati male e sempre più spesso a termine. Quei precari con cui il ministro Brunetta si esprime a malintesi. Che capitano a tutti, certo, anche se da un ministro ci si aspetterebbe un po’ di attenzione in più.