Rivista il mulino

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Usa, un passato che non passa
, August 23, 2017

L’aspro conflitto che sta scuotendo gli Stati Uniti, ancora una volta, rende evidente come vi sia un passato che non passa – lo schiavismo, la guerra civile –, una memoria lacerata che mina nel profondo la coesione sociale, i valori e i principi della democrazia americana, mettendone di nuovo in luce le contraddizioni e i limiti. Dai recessi più o meno profondi della storia, sono riemersi movimenti, pulsioni, gruppi che, apparentemente dati per sconfitti o marginali, dimostrano di essere capaci di incunearsi nelle pieghe della democrazia statunitense e di riaffiorare ogniqualvolta si apra uno spiraglio. Una capacità, tuttavia, è bene ricordarlo, che è stata anche resa possibile dalle scelte della politica, a partire da quelle di un Partito democratico che, egemone per buona parte del Novecento, non ha avuto remore a scendere a compromessi con le forze politiche più retrive. La sua storia, ancor più, forse, di quella del Partito repubblicano, almeno fino agli anni Settanta del secolo scorso, deve fare i conti con le ambivalenze, gli opportunismi che hanno contraddistinto anche le decisioni di chi, come Franklin Delano Roosevelt, ha impresso un impulso riformista. Nel corso degli anni Trenta e Quaranta i liberals del Partito democratico, con poche eccezioni, vennero a patti con i segregazionisti del Sud e con l’ala più conservatrice del partito su questioni come i linciaggi, le discriminazioni dei neri nel mondo del lavoro e nelle forze armate, la privazione dei diritti civili e politici. Ma i liberal vennero a patti con i conservatori anche rispetto al rigurgito di movimenti filo-fascisti e filo nazisti e – con analogie interessanti rispetto al presente – con coloro che, in nome dell’antisemitismo e dell’anticomunismo, si opponevano a politiche di accoglienza nei confronti dei rifugiati ebrei e antifascisti. La tolleranza nei confronti dei democratici del Sud rese possibile, poi, l’attivismo della Commissione Dies che, ancora in quegli anni, era sempre pronta a indagare in nome della sicurezza nazionale tutti coloro che venivano sospettati di essere “pink” – sindacalisti, attivisti dei movimenti giovanili e militanti per i diritti civili – ma, non era altrettanto sollecita nel perseguire i gruppi fascisti e filo-nazisti americani. 

Sburocratizziamo la cultura
, July 31, 2017

Spirano venti di guerra nelle università italiane. Niente che debba allarmare le questure, per ora: la stagione delle occupazioni è più avanti, fra ottobre e dicembre. Ad agosto, gli atenei sono deserti: al massimo, s’incontrano gli operai che imbiancano i bagni in vista di possiibili ispezioni. Gli accademici in rivolta sono altrove. I commissari delle abilitazioni sudano a gratis per chiudere la seconda tornata, oppressi dall’incubo della terza, che ricomincia il 4 agosto. I candidati alle stesse abilitazioni, invece, digitano furiosamente sui tasti dei portatili l’ennesimo pezzo di letteratura da concorso, tempestando di mail le redazioni delle riviste di fascia A perché glielo pubblichino. Alcuni cercano persino di aggiornarsi sotto l’ombrellone, compulsando libri comprati a loro spese. E tutti si chiedono che cosa abbiamo fatto per meritarci questo.

Per fortuna, il tam tam è partito in primavera, dal Politecnico di Torino: a settembre, l’anno accademico si aprirà con un inaudito sciopero degli esami. Le motivazioni possono sembrare nebulose, persino corporative, a chi lavorerebbe anche nelle miniere di sale, se fossero banditi appositi concorsi: recuperare anni di contributi perduti, dopo un blocco degli stipendi che dura da una vita. Ma è chiaro che si tratta solo del casus belli che potrebbe far scoppiare i Vespri siciliani, il Tumulto dei Ciompi, la Congiura dei Pazzi. L’accademia in rivolta, decimata dai tagli ai finanziamenti, dai pensionamenti e dal palese disprezzo dei politici, reclama che si torni a finanziare la ricerca, che si assumano i giovani, che si riveda tutto il carrozzone della valutazione.

Un referendum contro l'unità nazionale
, July 24, 2017

Mentre i lombardi sono bombardati da una comunicazione istituzionale potente e assai costosa che li invita al voto, la politica italiana continua pericolosamente a disinteressarsi del referendum del prossimo 22 ottobre in Lombardia (e in Veneto).

Per capire meglio su che cosa, e soprattutto perché, si vota, può essere utile tornare sul tema e ripercorrere il testo della mozione approvata a maggioranza dal Consiglio Regionale lo scorso 13 giugno.

Il testo ricorda che già nel febbraio 2015 lo stesso Consiglio ha approvato l’indizione di un referendum consultivo concernente l’iniziativa per l’attribuzione a (sic, non “alla”) Regione Lombardia di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia ai sensi dell’art. 116, con le relative risorse, configurando “un’autonomia affine a quella del Friuli-Venezia Giulia”, quindi molto ampia. L’iniziativa non precisa le materie sui cui si vuole maggiore autonomia, non nasce dall’individuazione di specifici temi su cui si ritiene sarebbe più opportuna una competenza regionale. “Si tratta su tutto”; perché il vero, principale obiettivo sono le risorse finanziarie. La maggiore autonomia, infatti, è “a beneficio esclusivo del grande popolo lombardo che si vedrebbe così sgravato, grazie all’autonomia fiscale, di ampie porzioni di fiscalità regionale (bollo auto, aliquota regionale Irpef ecc.) e godrebbe di uno spettro maggiore di servizi e di un’assistenza rafforzata”. Ma non finisce qui: perché il presidente di Regione Lombardia è impegnato a convocare un tavolo, dopo lo svolgimento del referendum, composto da tutte quelle regioni che vantano un credito annuale nei confronti dello Stato centrale, per costituire un “Fronte del residuo fiscale”, “applicando il sacrosanto principio, ormai non più trascurabile, che le risorse rimangano nei territori che le hanno generate”.

Ius soli, un dibattito forzato e fuorviante
La cittadinanza come protezione
, July 17, 2017

Nel nostro Paese la questione dello ius soli ha dato vita non solo a un imbarazzante iter parlamentare (ben documentato in un recente intervento su questo sito), ma anche a una singolare altalena di sentimenti e disposizioni d'animo da parte del pubblico, almeno a stare a quanto riportano i media e i numerosi sondaggi che si sono susseguiti negli anni.

L’ultimo dei veri partiti?
, July 10, 2017

È stato pubblicato da poco un bel libro, soprattutto un libro utile per chi si interessa delle vicende dei partiti e dei movimenti politici del nostro Paese: L’ultimo partito, di Luciano Fasano e Paolo Natale, edito da Giappichelli. L’ultimo partito è il Partito democratico, il solo grande partito sopravvissuto attraverso continue trasformazioni e ridenominazioni alla doppia crisi che i partiti italiani hanno conosciuto nell’ultimo quarto di secolo: quella dei primi anni Novanta, a seguito di Tangentopoli, e quella più recente, che ha condotto alla straordinaria affermazione del Movimento 5 Stelle. È il partito che ha raccolto l’eredità politica del Partito comunista e della sinistra democristiana e ha mantenuto forme organizzative e modelli di democrazia interna che assomigliano a quelli dei partiti di una volta. Sconvolgimenti di questa intensità e durata – il primo soprattutto – non ci sono stati negli altri grandi Paesi dell’Europa occidentale e solo di recente il loro sistema politico e i loro modelli di democrazia stanno risentendo dell’ondata populista e anti-europea conseguente alle difficoltà economiche e all’intensità dell’immigrazione.