Rivista il mulino

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Un tema sfruttato elettoralmente, ma decisivo per il futuro dell'Italia
Ius soli, al più presto
, June 16, 2017

Sono trascorsi circa 20 mesi da quando la Camera dei deputati trasmise al Senato il disegno di legge per modificare la legge n. 91 del 5 febbraio 1992 in materia di cittadinanza. L’approvazione alla Camera sembrò un passo avanti significativo verso la concessione della cittadinanza ai figli nati in Italia da cittadini stranieri, «chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno [diritto di soggiorno permanente per i comunitari, carta di soggiorno di lungo residente per i non comunitari]». In realtà da allora – era il 15 ottobre 2015 – quel testo è fermo in Senato.

Se sono trascorsi quasi due anni dall’approvazione del disegno di legge alla Camera, ne sono trascorsi venticinque da quando, nel 1992, venne approvata la legge tuttora in vigore, che concede la cittadinanza al compimento della maggiore età. Da allora fino al 2004 sono stati circa 120.000 gli stranieri residenti divenuti italiani, circa 10.000 all’anno, inclusi quanti hanno ottenuto la cittadinanza per matrimonio. Come ricorda Neodemos, «a partire dal biennio 2005-2006 il numero di nuovi cittadini è nettamente cresciuto, assestandosi su una media di 40-50.000 all’anno per l’effetto dell’aumento dell’anzianità migratoria e dell’informatizzazione delle procedure». Da quel momento le concessioni della cittadinanza per durata della residenza hanno superato quelle per matrimonio. Qualche anno dopo, sono poi cresciute via via le concessioni di cittadinanza ai figli di stranieri residenti in Italia che chiedono di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno di età. Nel 2014 la cifra era salita a circa 130.000 nuovi italiani, compresi i nuovi cittadini di origine comunitaria.

La concezione della cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia rimane una questione irrisolta, dunque. Come detto, già la legge del 1992 riconosceva il cosiddetto ius soli, ma solo al compimento della maggiore età. Appelli e petizioni a poco sono serviti, se è vero che il percorso parlamentare della nuova legge continua a incontrare ostacoli.

Luoghi di lavoro, luoghi di vita
, June 12, 2017

La separazione dei luoghi di lavoro dai luoghi di vita domestica viene definita e descritta come una delle caratteristiche principali del processo di industrializzazione e di modernizzazione del modello capitalistico. Questa rigida distinzione tra luoghi ha a sua volta prodotto una separazione tra tutto ciò che ha a che vedere con intimità, affettività e cura, che viene circoscritto all’ambito domestico, e i comportamenti formali e freddi della vita professionale, il comportamento distaccato e controllato della sfera pubblica. Due ambiti nettamente e rigidamente separati che hanno contraddistinto l’organizzazione della vita quotidiana, del lavoro e del consumo in epoca fordista: tempi rigidi in luoghi altri da quelli domestici, fortemente disciplinati e strutturati, dove si mantiene una netta divisione tra ruoli e compiti.

Oggi in una situazione di profondo cambiamento e di flessibilizzazione non solo del mercato del lavoro, ma anche dei tempi e dei luoghi, di precarizzazione e diffusione di gig e sharing economy, e con il proliferare di tecnologie che consentono di lavorare da una molteplicità di luoghi differenti, si è indebolita la rigida distinzione tra luoghi di lavoro, di socialità e di vita. Possiamo lavorare da casa, azionare macchinari e strumenti vari da remoto, disporre di tutta la documentazione e i dati necessari sul cloud, senza più bisogno di archivi fisici, possiamo mescolare attività e tempi di vita quotidiana e professionale. Rispondiamo alle mail o lavoriamo dopo cena, il sabato o la domenica.

Non tutti i divorzi sono uguali
, June 5, 2017

«Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo» scriveva Lev Tolstòj. Lo stesso vale un po’ anche per i divorzi, ognuno doloroso e costoso, da molti punti di vista, a modo suo. La sentenza della Corte di Cassazione n. 11504/17 sull’assegno di mantenimento al coniuge dopo la separazione e la successiva ordinanza del Tribunale di Milano del 22 maggio, che a essa si richiama, hanno fatto discutere. E hanno provocato reazioni molto diverse anche tra le studiose. Roberta Carlini ha accolto favorevolmente la sentenza, vedendovi un riconoscimento dei cambiamenti nei modelli familiari e un invito alle giovani donne a non delegare a un marito la realizzazione delle aspirazioni di benessere economico e di realizzazione personale. Altri interventi, ad esempio quelli di Chiara Saraceno e Linda Laura Sabbadini, hanno fatto notare che la sentenza si richiama a un’idea astratta di parità di genere nella coppia. Un’idea che soprattutto non tiene conto del contributo del lavoro di cura non pagato della moglie considerata «non lavoratrice», concreto strumento di conciliazione famiglia-lavoro per gli uomini (e, non va mai dimenticato, di supporto fondamentale e risparmio per il sistema di Welfare).

L’America innocente, l’Europa matrigna
, May 29, 2017

“Believe in yourselves. Believe in your future. And believe, once more, in America”. Sono le parole conclusive del discorso di Trump dello scorso febbraio, tenuto davanti al Congresso riunito e che campeggiano nella home page del sito della Casa Bianca. Ma, al termine del suo primo viaggio ufficiale che lo ha visto, in nove giorni, visitare Arabia Saudita, Israele, Belgio e Italia, quello che si potrebbe pensare è che in realtà è prima di tutto l’America a non credere più in se stessa. Vale a dire, a non avere più fiducia nella capacità di proiettare un immaginario in grado di affascinare, di sedurre i cuori e le menti, di alimentare quell’insieme di speranze e desideri su cui si è costruito il “secolo americano” e la pervasiva affermazione del soft-power statunitense. Che questa capacità di proiezione si fosse offuscata, per la verità, lo si era percepito da tempo, tanto da aver nutrito un dibattito pubblico e storiografico sulla “fine” del secolo americano o, quanto meno, sul suo presunto declino. Tuttavia, tale dibattito si dipanava all’interno di un gioco dialettico fra Stati Uniti e altri contesti di riferimento – l’Europa, in primis, la Russia, la Cina o i nuovi Paesi emergenti – in cui però gli Stati Uniti tentavano di riproporre, aggiornandolo, quell’eccezionalismo che avrebbe dovuto farne un modello di riferimento. In fondo, anche l’America all’insegna della “diversity” di Barack Obama non sfuggiva alla tentazione di riaffermare il “lungo” secolo americano rintuzzando le opinioni di chi parlava di declino.

Reato di tortura e crisi della legge
, May 22, 2017

Il Parlamento è l’ultimo posto al mondo dove dovrebbero farsi le leggi? Il sospetto viene, a considerare la vicenda dell’introduzione in Italia del reato di tortura, su cui il Senato ha trovato una larga intesa la settimana scorsa. Sulla vicenda, c’è poco da aggiungere alla conclusione tratta su questo sito da Marina Lalatta Costerbosa: un legge così sarebbe meglio che non fosse approvata. Ma poiché la vicenda è emblematica della crisi strutturale della legge parlamentare, ricapitolo la vicenda e argomento il mio sospetto.

Tutto nasce dalla Convenzione contro la tortura del lontano 1984, ratificata dall’Italia nel 1988, ma poi accantonata dopo il G8 di Genova del 2001, perché osteggiata dai sindacati di polizia e dalla destra. La Convenzione obbligava tutti i Paesi a vietare un delitto così definito (art. 1): «Il termine "tortura" indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali [...] qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale» (corsivo aggiunto).

Come segnalo nel mio libro Non c’è sicurezza senza libertà, appena uscito dal Mulino, se la Convenzione impegna i Paesi firmatari a qualcosa è a vietare la tortura come reato proprio, compiuto da un pubblico ufficiale. L’art. 613 bis che la legge vuole introdurre nel codice penale, invece, recita: «Chiunque, con più atti di violenza o di minaccia, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità umana [...] è punito con la reclusione da tre a dieci anni» (corsivo aggiunto). Chiunque.