Rivista il mulino

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la nota
Lo ha detto la televisione
, April 4, 2011

Sempre più la dimensione pubblica appare caratterizzata da una sorta di agitazione continua, cui non fa seguito, se non raramente, alcun segnale di cambiamento reale e di innovazione. «Faccio cose, vedo gente», sembra essere il motto dominante. Una sensazione sgradevole, opprimente, che caratterizza innanzitutto le istituzioni che dovrebbero garantire il buon funzionamento del sistema Paese. Se ne è avuta una dimostrazione anche nei giorni scorsi proprio all’interno del Parlamento, dove il gran movimento iconizzato meravigliosamente nel voto in corsa dell’onorevole Scilipoti si è tradotto in uno spettacolare e terribile vilipendio delle istituzioni. Di fatto, la conferma della paralisi. La conferma dell’impossibilità per le Camere di svolgere il ruolo legislativo loro assegnato dalla Carta costituzionale. Gli stessi moniti di Giorgio Napolitano hanno evidenziato questa sorta di immobilismo rissoso. E secondo molti gli incontri con i capigruppo altro non sono se non l’annuncio che il Parlamento può essere sciolto da un momento all’altro. Prerogativa del Capo dello Stato, non a caso.

Nel frattempo la cultura fasulla del «governo del fare» continua a mietere vittime. Mercoledì 6 aprile saranno trascorsi due anni dal terremoto abruzzese. Due anni durante i quali è iniziata a emergere una parte delle responsabilità. La Procura della Repubblica dell’Aquila ha aperto 215 fascicoli, di cui 15 sono procedimenti in corso che andranno a processo. Oltre alle inchieste che hanno coinvolto i vertici della Protezione Civile e dell’Istituto Nazionale di Vulcanologia e a quelle sulle infiltrazioni mafiose negli appalti per la ricostruzione.

Una modesta proposta
, March 28, 2011

Se fossi ministro dell’interno, dice il Bossi Umberto, saprei io come fermarli. E intende i biblici invasori che vengono dal mare, visto che non c’è più il Gheddafi Muammar a farci da cane da guardia. A parte la Bibbia, che c’entra come il Bossi Umberto con la civiltà giuridica, concordiamo. Saprebbe lui come prendere uomini, donne incinte e bambini – insomma, chi néghér lì –, e levarseli di torno. Se poi non lo sapesse, potrebbe domandare in giro. Al riguardo, nel nostro povero Paese c’è in questi giorni tutto un fiorir di proposte.

Tra le più furbe, c’è quella del Rutelli Francesco, ex mangiapreti e neo baciapile. Il quale Rutelli Francesco è disposto a far entrare in Italia tutti, a parte quelli che scappano «solo per motivi economici» (pare che nel Vangelo il «date da mangiare agli affamati» l’abbia inserito sottobanco quello stalinista d’un Ferrara Giuliano, quand’era più magro). Poi ci sono anche il Frattini Franco e il Casini Pierferdinando. Il primo vuol convincere i migranti a tornarsene via con una dote – dice proprio così, dote – di millesettecento euro, su per giù quanto han pagato per venir da noi. Insomma, fossero rimasti di là, avrebbero già risolto. Il secondo invece è postal-tacitiano: «vanno rispediti al mittente». Non c’è dubbio: dei tre, il Rutelli Francesco è il più perspicace. Sia detto senza offesa, soprattutto per gli altri.

Guerra, il ritorno del rimosso
, March 21, 2011

Come siamo impreparati di fronte alla guerra, noi che leggiamo i giornali e ci informiamo religiosamente su internet, e ogni volta, benché democratici, magari di sinistra, ripetiamo le stesse fesserie a distanza di dieci, venti o cent’anni, come se la storia non insegnasse nulla, e ogni volta si dovesse capire tutto daccapo. La trama sembrava già scritta, dopo la Tunisia l’Egitto, dopo l’Egitto la Libia, e poi, perché no?, l’Italia, magari la primavera maghrebina sarebbe arrivata anche da noi… E invece no, il Fiero Beduino, il Cattivo Selvaggio di Tripoli si è messo in mezzo, ci ha guastato l’happy end, mostrando quanto contino, ancora e sempre, i soldi, la forza, e un’assoluta mancanza di scrupoli.

Certo, si rischia di provare ammirazione per il boia libico, se si confronta l’apocalisse scatenata a centocinquanta chilometri dalle nostre coste con le piccole battaglie private ingaggiate sull’argomento dal popolo del web, militarmente schierato dinanzi al proprio computer. E qui bisognerebbe aprire un ampio ed elevato dibattito  su tutta la gente come voi e me – nos semblables, nos frères – che invece di scazzottarsi sanamente nelle osterie, come una volta, lo fa on line, spesso al riparo di uno pseudonimo dietro al quale stanno talvolta autentici mercenari, proprio come quelli libici, solo che questi non sparano Scud, sparano altre cose, che non si possono dire su un sito perbene.

Un popolo di patrioti?
, March 17, 2011

Che succede, insomma? Dobbiamo sentirci italiani? Non dobbiamo sentirci italiani? Perché sono questi, in definitiva, gli interrogativi che la celebrazione del centocinquantesimo dell’Unità pone. Francamente penso che ci siano ottimi motivi per sentirsi parte di una comunità politica italiana. E penso anche che quegli ottimi motivi dovremmo andarli a cercare in prima istanza nella Costituzione della Repubblica, che è il patto fondativo che ci lega davvero. Lì, nella prima parte, nella sezione dei valori, così come nella seconda, quella relativa all’architettura costituzionale, possiamo trovare seri motivi di orgoglio, poiché si tratta di una Costituzione nel suo complesso molto bella, e tale da aver garantito le libertà di tutti (sottolineo: assolutamente tutti) dal 1948 a oggi.

Dopodiché è anche giusto che per un anno, e in occasione del 150o, si celebri la data del 17 marzo considerandola festa nazionale. Ma solo per un anno. Perché la Repubblica italiana le sue feste di fondazione le ha già, e sono il 25 luglio e il 2 giugno. Eventi molto belli da ricordare: la Liberazione, la Repubblica, l’elezione dell’Assemblea Costituente a suffragio universale sono evidentemente momenti importanti, carichi di una grande quantità di valori positivi: la fine di una dittatura; la fine di una guerra e di una minacciosa occupazione straniera; l’inizio di una lunga stagione di piena e larga libertà.

In Italia abbiamo troppi laureati?
, March 14, 2011

Non pochi, anche per giustificare le manovre finanziarie (Tremonti) e legislative (Gelmini) sull’università, sostengono con sempre maggiore convinzione che all’Italia tanti laureati, in fondo, non servono. Guardiamo i numeri e confrontiamoci a livello regionale con l’Europa. Partiamo dal dato che fotografa la storia più lontana e indica la necessità di recupero nel tempo lungo: la quota dei laureati sulla popolazione fra i 25 e i 64 anni. Vale a dire l’effetto delle scelte e dei risultati educativi degli ultimi quattro decenni. La media europea è del 24,3%; quindi un europeo “adulto” su quattro è laureato. Le regioni europee dove questo valore è massimo, il che non sorprende, sono quelle del Nord. In particolare quelle britanniche (la prima in assoluto in graduatoria è Londra, con il 48,3%), e quelle di Olanda, Belgio, Danimarca e Paesi scandinavi. Ma ci sono molte delle regioni delle capitali europee. Inoltre, cosa interessante, si trovano anche regioni spagnole: i Paesi baschi, Madrid, la Navarra sono molto in alto in graduatoria. Le regioni italiane non sono messe bene: la prima è il Lazio (ma 178ma su 267 regioni) con il 19,6% di laureati sulla popolazione “adulta”; un valore che è metà di quello di Madrid. Fra le prime regioni italiane c’è anche l’Abruzzo, che ha una percentuale più alta di quasi tutte le regioni del Nord (e non a caso è una regione che è cresciuta molto).