Rivista il mulino

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la nota
Vox populi
, June 13, 2011

I referendum abrogativi hanno sempre avuto un impatto politico fortissimo sul sistema politico italiano. Una ragione di questo risiede nella natura stessa dello strumento: si vota dando un «sì» o un «no», esprimendo una decisione netta, senza mediazioni. Nei referendum – e non a caso il generale De Gaulle li usò in abbondanza quando tornò al potere nella V Repubblica – le intermediazioni offerte dai partiti saltano, e l’elettore è di fronte a una scelta binaria e ultimativa. I referendum, dunque, non solo vanno “oltre” le indicazioni dei partiti, ma a volte, quando questi non sanno interpretare le sensibilità dell’elettorato, li travolgono. Pensiamo alle consultazione tenutisi nei primi vent’anni di vita dell’istituto referendario, dal 1974 al 1993: sono stati tutti di grande portata sistemica, dal primo, quello sul divorzio, agli ultimi di quella fase alta, quelli sul finanziamento dei partiti e il sistema elettorale (del Senato). Anzi, la spallata finale al sistema partitico della cosiddetta “Prima Repubblica” venne proprio dai referendum del 1993, preceduta, quasi annunciata, da quello, apparentemente minore, per l’introduzione della preferenza unica nel 1991. Molte sono le analogie tra quella stagione di inizio anni Novanta e i referendum che si sono appena tenuti. Anche allora vi erano leader di una stagione politica antica e ormai declinante che irridevano ai referendum e invitavano ad “andare al mare”, come suggerì all’epoca Bettino Craxi. Anche allora si tentò di minimizzarne il risultato “depoliticizzando” il significato. Anche allora il referendum venne lanciato come un guanto di sfida a una classe di governo logora e distante.

Dopo il voto: il grande nodo delle partecipate
, June 6, 2011

Un tema rimasto un po’ nell’ombra nella recente tornata elettorale, ma che i nuovi sindaci dovranno affrontare con urgenza, è quello delle società partecipate dai comuni. È infatti necessario uscire al più presto dal disinteresse della politica per una gestione efficiente di queste imprese, utilizzate troppo spesso come luogo di politiche consociative a danno delle imprese stesse e dei cittadini.

La situazione è molto variegata sul territorio nazionale, per numero e tipo di società coinvolte, nonché per la varietà dei risultati economici: accanto a società in perdita, che prima o poi comporteranno anche pesanti oneri sui bilanci comunali, vi sono vere e proprie casseforti, a cui i comuni hanno attinto per coprire i buchi di bilancio, soprattutto in questi anni di tagli dei trasferimenti governativi. Ne risente la politica di privatizzazioni e/o liberalizzazioni, che se in un caso diventa difficile nell’altro è osteggiata dagli enti stessi che incassano i dividendi. Che siano in utile o siano in perdita, le società dei comuni sono poi il luogo di compensazione che consente ai politici di gestire conflitti e mantenere consensi, grazie alla gestione diretta di incarichi i cui compensi sono spesso di grande appetibilità.

Il ripensamento sulle imprese dei Comuni deve essere a 360 gradi, a partire dalle opportunità di privatizzazione e/o di liberalizzazione, anche al di là degli obblighi di legge.

Vincitori e vinti
, May 31, 2011

Chi ha vinto, a Milano? La domanda non è retorica, anche se i numeri e le percentuali lo suggerirebbero. Che dopo due decenni la destra debba lasciare il posto al centrosinistra è un fatto. Ed è un fatto l’entusiasmo travolgente e sereno con cui lunedì, fino a notte, i milanesi hanno accolto e “sancito” un passaggio che potrebbe esser d’epoca, e non solo per la città. Eppure la domanda va posta: chi ha vinto, a Milano?

Prima ancora del ballottaggio, quando però già si avvertiva un “vento nuovo”, qualcuno ha azzardato una risposta: la vittoria di Giuliano Pisapia sta tutta nella sconfitta di Letizia Moratti, e del suo schieramento. L’ipotesi ha l’aria d’essere accorta e realistica: berlusconismo e leghismo ne hanno combinate tante, a Milano e in Italia, che hanno finito per stancare persino i loro elettori. Se così fosse accaduto, il voto milanese non esprimerebbe che la crisi della destra. Il centrosinistra ne avrebbe solo approfittato, e dunque a Milano non ci sarebbe una parte davvero vittoriosa, ma solo una perdente.

Fondata o infondata che sia, questa lettura del voto ha un significato politico scoperto: non c’è niente di nuovo nel centrosinistra, né un vento impetuoso né una brezza sostenuta. Dunque, si può procedere indisturbati nella ricerca di alleanze più o meno accorte e realistiche, appunto. Si tratta della stessa “ricerca” che, non molti mesi fa, ancora portava a suggerire al centrosinistra la candidatura di Gabriele Albertini come soluzione ottimale. Milano è senza rimedio una città moderata, si diceva, e si intendeva di destra.

Corrispondenze dall'Italia
, May 23, 2011

Da grande mi piacerebbe fare il corrispondente dall’Italia per qualche giornale estero, grande o piccolo, su carta o in rete. Un po’ perché il corrispondente appartiene alla nobile e un po’ misteriosa categoria dei mediatori: come gli ambasciatori, i contrabbandieri e i medium, tutti dediti ai traffici oltreconfine. Un po’ perché basta confrontare i giornali italiani e quelli esteri per rendersi conto che la corrispondenza dall’Italia è ormai un sottogenere della letteratura fantastica: lo scaffale sotto il picaresco, in alto a destra, accanto alla fantascienza. In effetti, come ci sembrano seriosi i giornali esteri, in confronto ai nostri; e come devono sembrare rutilanti i nostri all’estero, almeno per quei pochi che hanno il fegato di comprarli, salvo nasconderli dentro l’ultimo numero di "Playboy".

Prendiamo il "Nouvel Observateur", rivista francese serissima che però da anni affida le proprie corrispondenze dall’Italia a Marcelle Padovani, la Natalia Aspesi transalpina: detto con sincera ammirazione dell’una e dell’altra. Anche questa settimana, in un numero dedicato all’affaire Dominique Strauss-Kahn (La descente aux enfers, la sobria titolazione), non manca un resumé della storiaccia di Ruby: roba dell’Ottocento, per il lettore italiano. Eppure, anche questo è una sorta di omaggio al nostro new new journalism: quel misto di gossip con annessa indignazione che ci manca tanto quando siamo all’estero. Ma tranquilli, ben presto anche i giornali stranieri si adegueranno ai nostri; la vita pubblica, ormai, imita l’arte dappertutto, anche se invenzioni come Vittorio Sgarbi e i Responsabili restano per ora inarrivabili.

Insomma, cosa scriverei oggi se fossi un corrispondente dall’Italia?

Hic sunt leones
, May 17, 2011

Gli studiosi di comportamento elettorale discutono da anni sulla validità di due modelli interpretativi. Uno sostiene che i  partiti traggono i maggiori benefici elettorali quando convergono verso il centro per catturare, con proposte “sfumate”, l’elettore mediano – supponendo implicitamente che intorno al centro si collochi la gran parte dell’elettorato. L’altro modello indica invece nella nettezza della proposta politica, e anche nella sua radicalità, la chiave del successo: gli elettori vedono e comprendono meglio una proposta dai contorni precisi e la apprezzano in quanto tale. Per esemplificare, meglio rossi o neri che grigi.

Se si tengono a mente questi schemi interpretavi diventa più semplice rispondere al refrain che i commentatori moderati all’unisono fanno risuonare in queste ore, e cioè che la vittoria dei candidati di sinistra alle elezioni amministrative è in realtà una vittoria di Pirro perché spinge a sinistra l’asse dell’opposizione e la allontana dalla “virtuosa e proficua” alleanza con il centro.

A questa interpretazione si possono contrapporre una serie di obiezioni. La prima: non si riesce a capire per quale motivo la sinistra debba essere più moderata della destra; quest’ultima ha mietuto successi per anni radicalizzando il conflitto e nessuno dei commentatori moderati ha gridato allo scandalo quando leghisti e berluscones vari insultavano avversari e istituzioni. La seconda: non “rispondere per le rime” a un avversario che attacca a testa bassa porta il segno della debolezza, non della “superiorità morale”. Il centrosinistra, e il Pd in particolare, si è spesso ritirato sdegnoso, come una madamina offesa, dai toni forti con cui la destra conduceva la polemica politica. La terza: in una società divisa in due campi opposti di dimensioni molto simili come quella italiana, l’opposizione (come il governo) ha chances di successo solo se aggrega un fronte ampio; se invece si fanno esclusioni a priori ci si condanna alla sconfitta.