Rivista il mulino

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la nota
L’impossibilità di sapere
, April 16, 2012

La sentenza per la strage di Brescia non sorprende. La mancata individuazione di responsabili era già scritta nei trentotto anni trascorsi da allora e negli errori e depistaggi operati fin da subito da chi era connivente, o non ostile, alla destra radicale. Del resto, l’avevamo già scritto sulla rivista, con un contributo puntuale e dettagliato di Anna Cento Bull  che segnalava sia l’indifferenza con cui procedevano i processi, sia la perdurante refrattarietà da parte della destra di derivazione Msi ad ammettere le responsabilità dei membri di Ordine Nuovo nelle stragi e in quella di Brescia in particolare.

Parlare degli anni di piombo e della strategia della tensione oggi, era come rievocare la resistenza negli anni Ottanta: eventi lontani, sfuocati agli occhi di quasi due generazioni. Da allora, la politica italiana ha attraversato ere geologiche, basti pensare al diluvio forza-leghista che ci ha sommersi negli ultimi vent’anni. Eppure la drammaticità di quegli eventi ha ancora la forza di scuotere. Perché solo l’Italia ha vissuto un periodo di così intensa lotta politico-ideologica tanto da indurre tanti a sparare per le strade, a prendere ostaggi, a piazzare bombe sui treni, nelle piazze, negli edifici pubblici. In Spagna e in Gran Bretagna, dove il terrorismo dell’Eta e dell’Ira è stato anche più sanguinario, esso si ammantava di una motivazione “nazionalista”, tipica delle lotte di liberazione nazionali, non di motivazioni ideologiche.

La pelle del serpente
, April 10, 2012

Siamo dunque alle battute di chiusura della farsa. Nata negli anni Ottanta del ventesimo secolo come Lega Lombarda, cresciuta nei Novanta come Lega Nord, nei Dieci del ventunesimo la strana compagine del Bossi Umberto (e del Bossi Trota) muore come The Family. O anche, per raccontarla all’antica italiana, se ne va in vacca come Tengo Famiglia. Sic transit gloria mundi, dicono i più cinici in quel di Roma ladrona. Quanto agli altri, molti non se ne capacitano, ma molti di più tirano il fiato. Ce ne sono però alcuni che, mentre scema il celodurismo sedicente padano, non dimenticano lo scempio che ne è venuto a tutti noi, e che non sparirà con il quasi-comico uscir di scena degli improbabili eredi di Brenno.

Ci sono intanto i danni per così dire morali sofferti dai nati un po’ sopra e un po’ sotto il quarantacinquesimo parallelo. Per più di vent’anni i loro bei dialetti sono stati confusi con una parlata zotica e greve, irta di latrati gutturali. E per più di vent’anni l’incolpevole Po è stato ridotto a comico padre d’una mitoideologia da bar Sport, ridicolizzata da druidiche scempiaggini. C’è da temere che non ne basteranno altri venti per dimenticarsi di tutto questo, e per farlo dimenticare.

Ci sono poi i danni (non solo morali) patiti dagli italiani d’ogni latitudine, indotti a immaginare che la politica non sia questione di interessi e conflitti, e talvolta di ideali e solidarietà, ma di sangue e suolo, o di Blut und Boden, per dirla in modo più trasparente e più preoccupante.

Come stanno gli italiani?
, April 2, 2012

Come stanno gli italiani? La risposta non può che essere molto preoccupata. Apparentemente il Paese tiene; va avanti; assorbe in silenzio recessioni e aumenti del carico fiscale. Ma ci sono scricchiolii evidenti. Cresce a ogni latitudine il numero di casi di piccoli imprenditori o di lavoratori che si tolgono la vita, per problemi con le banche, difficoltà aziendali, mancanza di lavoro. Un indicatore terribile.

Si dirà: ma che si può fare, se non stringere la cinghia e sperare che con fine d’anno ci sia qualche segnale di ripresa? Anzi, guardiamo i segnali positivi. Il duo Berlusconi-Tremonti, in questo periodo astutamente sottrattosi all’attenzione mediatica (si fa presto a dimenticare…), aveva portato il Paese sull’orlo del disastro, della crisi alla greca. È arrivato Monti e lo spread è sceso, è cresciuta la fiducia internazionale; un intervento molto duro, ma non irragionevole nella sua direzione, sulle pensioni; qualche tentativo di liberalizzare attività regolamentate; un aumento sensibile del carico fiscale; la lotta all’evasione. Non si può che continuare così, qual è l’alternativa?

Qualche timore che gli scricchiolii si possano fare più forti affiora; il dubbio che qualche scelta alternativa ci sia va considerato. Il punto è che la crisi è lunga (il Centro studi Confindustria ci dice che è ormai peggiore di quella di fine anni Venti) e i suoi effetti si sommano nel tempo. Le famiglie resistono, ma i piccoli patrimoni si consumano; le reti di protezione familiare si lacerano. La verità è che non sappiamo come stanno gli italiani, che cosa sta veramente succedendo. Ma il timore che sotto l’apparente tranquillità possano esplodere drammi e tensioni non può essere semplicemente ignorato.

La crescita passa per il Sud
, March 26, 2012

Dopo l’intervento sulle pensioni il governo ha posto al centro della sua agenda il problema della crescita dell’economia italiana. L’attenzione si è finora concentrata soprattutto su liberalizzazioni e regolazione dei rapporti di lavoro. Sono certo aspetti importanti, insieme ad altri dei quali si parla, come la sempre invocata semplificazione amministrativa e l’efficienza della giustizia civile. Colpisce però l’assenza dalla scena del problema del Mezzogiorno. Eppure, è impossibile immaginare una crescita solida e un’Italia più civile se non si affermerà in quest’area del Paese uno sviluppo autonomo capace di autosostenersi.

Su quest’assenza pesano certo i fallimenti del passato e i timori di aprire un fronte che comporti nuove spese. Ma è proprio questo legame tra sviluppo delle regioni meridionali e maggiore spesa che andrebbe rimesso in discussione: da un lato, una strategia efficace per il Sud non dovrebbe essere vista necessariamente come foriera di nuova spesa; dall’altro un Sud che imboccasse la strada di uno sviluppo autonomo libererebbe risorse decisive per la crescita di tutto il Paese.

La pressione fiscale e contributiva sulle imprese e sul lavoro è particolarmente alta, ed è ulteriormente cresciuta per far fronte alle tensioni finanziarie (il carico sui redditi d’impresa è il più alto in Europa e raggiunge il 68%; il «cuneo fiscale» è tra i più elevati).

La politica nonostante la politica
, March 19, 2012

Fa sempre una certa impressione vedere in che modo giornali e opinione pubblica riescono a digerire la malapolitica italiana. Uno stomaco di ferro che, almeno in apparenza, metabolizza l’uno dopo l’altro scandali grandi e piccoli. A vent’anni dal terremoto di Mani Pulite, restiamo un Paese largamente corrotto e impunito. Ma i vent’anni trascorsi dall’ingiurioso lancio di monetine non sono passati invano. Sommati ai decenni precedenti, anni conclamati di Prima Repubblica, formano un ampio periodo storico nel corso del quale il popolo che la Carta fa padrone del proprio destino sembra essersi poco alla volta assuefatto. Come per tutto, o quasi, anche alla corruzione in tutte le sue forme, ma soprattutto alla corruzione come mutamento dei costumi e atteggiamento profondamente culturale, ci siamo abituati? Nonostante i periodici allarmi, gli strali, le grida, osserviamo oggi con malcelata rassegnazione come dalla ricca torta formata da tutte le nostre tasse manchino sempre più fette. Dai consigli comunali a quelli regionali, passando naturalmente per le casseforti dei partiti, decine di milioni di euro abbandonano la scena pubblica per imboccare quella più riservata dei conti bancari privati e privatissimi. Per tacere dell’evasione, altra causa conclamata del grande furto (e relativa beffa) di soldi pubblici.

Così, mentre un serio e autorevole governo di professori tenta di concretizzare riforme che troppo a lungo sono rimaste intrappolate nella rete dei rapporti politici (o, quando è il caso, si ripromette di modificare i connotati di quelle, in buona parte di facciata, che lo scorso esecutivo aveva varato), il lato ignobile della politica prosegue ad accaparrarsi una fetta importante della torta nazionale.