Rivista il mulino

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Il Medioriente verso il baratro
, October 3, 2011

Pochi giorni fa, mentre a New York l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite era nel pieno di un fitto lavorio diplomatico per l’eventuale riconoscimento di uno Stato palestinese sovrano e indipendente, Israele lanciava al mondo un chiaro segnale, e un’ennesima provocazione politica, annunciando la costruzione di più di mille nuovi appartamenti a Gilo, un insediamento ebraico nella Cisgiordania occupata. Gilo non è certo un caso unico. Incurante delle pressioni internazionali, Israele continua a costruire case e infrastrutture nelle sue “colonie” in Cisgiordania, a demolire case arabe “abusive” (è difficilissimo, per un palestinese, ottenere dalle autorità israeliane d’occupazione il permesso di costruirsi una casa su un terreno che gli appartiene), a distruggere, per mano di coloni particolarmente aggressivi, uliveti palestinesi e altro.

Le “colonie” rendono impossibile la creazione di uno Stato palestinese nei territori arabi occupati da Israele nella guerra del 1967, e costituiscono una loro strisciante annessione a Israele, totale o parziale. È una vecchia storia iniziata quarant’anni fa e che continua a ripetersi con drammatica monotonia, benché per la comunità internazionale gli insediamenti e le strade che li collegano tra loro e a Israele (strade proibite ai palestinesi) siano perfettamente illegali. Il caso di Gilo, pochi giorni or sono, ha suscitato l’usuale litania di critiche e condanne senza conseguenze.

Uscire dall’incubo
, September 26, 2011

Viviamo ormai in una specie d’incubo: il passato non passa, la fine non si decide a finire. Ma se l’agonia del berlusconismo si prolunga interminabilmente, non è solo perché vent’anni sono più che sufficienti per mettere radici. Il fatto è che Silvio Berlusconi ha finito per identificarsi così profondamente con la politica, l’economia, il costume, l’immagine stessa del nostro Paese, che l’idea di una sua improvvisa scomparsa provoca nei più una sorta di vertigine: oddio, e che succederà mai, dopo? Peggio ancora, è come se facesse comodo a tutti indugiare sulla soglia del futuro, giusto il tempo per autoconvincersi che un ventennio di scandali e di declino ha un solo responsabile: lui, naturalmente, e chi altro?

Così, a ogni ulteriore gradino sceso nella considerazione internazionale e nella nostra stessa autostima, invece di cercare di uscire dall’incubo ci consoliamo con l’idea che toccato il fondo non è ancora finita, c’è ancora terra dove cominciare a scavare. Ci sono economisti così fascinati dal baratro da impegnarsi a calcolare – compiendo confronti con Paesi come il nostro, però dotati di un governo – quanto costi all’Italia ogni giorno di ulteriore permanenza al potere del premier. Ma anche questa idea che un uomo solo possa tenere in ostaggio un intero Paese, non è essa stessa incomprensibile, prima ancora che insopportabile? Come lo spiegheremo ai nostri nipoti, se mai ce lo chiederanno?

Il federalismo è morto?
, September 19, 2011

Più d’uno, nelle scorse settimane, ha sostenuto la fine del progetto federalista in Italia. Affermare che il processo di costruzione del “federalismo fiscale” si sia già arenato o stia comunque per arenarsi si fonda su due ottimi motivi.

Il primo è di carattere economico-finanziario. Nella zigzagante e un po’ imbarazzante costruzione delle diverse versioni delle manovre finanziarie, questo governo ha tenuto sempre un punto fermo. Scaricare il grosso delle riduzioni della spesa su regioni ed enti locali. Il motivo attiene alla comunicazione politica. Quando, progressivamente, se ne vedranno gli effetti (sui servizi comunali, sul Welfare, sul trasporto pubblico locale) l’ira dei cittadini si scaricherà sulle regioni e sugli enti locali; non sarà semplice comunicare che l’asilo è chiuso, o che le rette si impennano, per decisione di Tremonti. Il costo di queste non proprio coraggiosissime scelte rischia però di essere sensibile: la costruzione di un diverso sistema di finanziamento dei livelli periferici di governo per il futuro si scontra con l’assoluta carenza di risorse per le funzioni di base per il presente. Difficile fare patti chiari in questa situazione.

Il secondo è di carattere tutto politico. Come noto, in Italia c’è un partito secessionista. Le sue proposte sono fuori dal dettato costituzionale; ma, per le vicende politiche nostrane, non solo quel partito fa parte pienamente del gioco politico, ma è anche al governo; ed è anche quello che ha in mano la partita del federalismo fiscale.

Le regole, l'etica e il Partito democratico
, September 12, 2011

Strano destino, quello del Partito democratico, al centro delle bufere giudiziarie. Torna in scena il rapporto tra etica e politica, solamente che questa volta coinvolge direttamente chi ha fatto della “questione morale” e dell’”etica pubblica” uno dei suoi valori fondanti. E lo ha fatto con merito perché, in un contesto dove moralità, trasparenza e correttezza dell’azione politica sono beni notoriamente in disuso, si è dato da tempo regole interne e principi di comportamento: la sospensione di Filippo Penati ne è la testimonianza.

Ma è inutile nascondersi dietro il classico dito, l’etica è qualcosa in più del semplice rispetto della legge. In altri termini: l’accertamento della responsabilità penale spetta alla magistratura e Penati ha il pieno diritto a tutte le tutele previste dall’ordinamento, con il rispetto che si deve a qualsiasi imputato che, nell’ambito delle procedure, manifesta la propria innocenza. Ma chi ricopre cariche politiche ha una forma di responsabilità diversa che richiede, nella gestione del potere, canoni di particolare rigore personale e di protezione della reputazione del partito che si rappresenta. Sono canoni che vanno scrutinati e verificati con attenzione prima e al di là degli accertamenti giudiziari, anche perché quando le ipotesi di reato emergono, la frittata, anche sul piano mediatico, è ormai fatta.

La scuola prima di tutto
, September 5, 2011

Conosciamo Ilvo Diamanti da molti anni. Oltre ad essere un ottimo studioso e docente è, da tempo, un seguitissimo opinionista. Per alcuni ha il difetto di scrivere su un giornale che viene considerato di parte, “la Repubblica”. Ma, accantonati questi giudizi, se lo si legge davvero ci si accorge che come pochi altri sa mettere a nudo le caratteristiche (o per meglio dire i difetti endemici) dell’Italia, della sua classe dirigente e, spesso, degli italiani. Le sue “mappe” e le “bussole”, per chi abbia la pazienza di consultarle con un po’ di attenzione, servono a orientarsi meglio di un gps.

Se uno studioso attento e autorevole che, cosa per nulla scontata, tale è rimasto anche dopo la notorietà avuta grazie all’attività pubblicistica, arriva a scrivere un articolo come quello pubblicato lo scorso primo settembre, dev’esserci una ragione seria e grave. O forse più d’una.