Rivista il mulino

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Un leghismo del Sud?
, January 30, 2012

La scorsa settimana è stata segnata da un’esplosione di protesta che dalla Sicilia è risalita verso il Nord. Protagonisti indiscussi gli autotrasportatori, ma nell’Isola ad essi si sono affiancati altri lavoratori autonomi: agricoltori e pescatori che animano il "movimento dei forconi". Le principali rivendicazioni riguardano la riduzione del prezzo della benzina e del gasolio, esenzioni fiscali e rateizzazioni dei pagamenti richiesti dal fisco, protezione dei prodotti agricoli con misure più severe sulla tracciabilità e la contraffazione, modifica di regolamenti Ue sulla pesca ritenuti troppo penalizzanti. Al di là delle richieste specifiche, la cifra complessiva del movimento è contraddistinta dalla forte polemica nei riguardi dello Stato centrale, ritenuto il principale responsabile del disagio, e dall’altrettanto netta condanna della classe politica in tutte le sue articolazioni. Nelle manifestazioni si sono anche viste bandiere della Trinacria, ma l’impressione è che i riferimenti all’indipendentismo siano rimasti tutto sommato molto marginali rispetto agli slogan antistatalisti e antipolitici. Di fronte alla portata del fenomeno, che ha coinvolto per diversi giorni molte decine di migliaia di manifestanti - con conseguenze pesanti per l’economia e per la popolazione, specie in Sicilia - è difficile non chiedersi se stiamo assistendo al battesimo di un nuovo leghismo del Sud. Ma in questo caso di che leghismo si tratterebbe? In che misura potrebbe essere simile a quello sperimentato nel Nord?

Parlare chiaro
, January 23, 2012

Il governo Monti ha trattato i cittadini italiani da persone adulte capaci di affrontare la realtà, per quanto dura, e ha imposto loro misure severe, che tuttavia non hanno portato (come il premier stesso ha, con stupore, sottolineato) a un crollo verticale di popolarità, giacché la gravità della crisi è sotto gli occhi di tutti da quando si sono diradate le nebbie mediatiche delle comunicazioni politiche faziose. Questa semplice considerazione, banale in qualsiasi democrazia evoluta, non lo è per gli italiani che, per consolidato stereotipo, sembrano quasi sempre dover essere messi “sotto tutela” di qualcuno che sta più in alto, trattati come soggetti incapaci di pensare e di agire con la propria testa, incapaci di assumersi responsabilità individuali e incapaci di compiere scelte coraggiose quando la situazione lo impone. La conseguenza è quella di subire provvedimenti che sono pannicelli caldi che non incidono nella realtà, anzi, la lasciano marcire e consolidare nel degrado, ma soddisfano, nell’immediato e senza impegno, qualche lobby e categoria particolare, rimandando la soluzione del problema che, puntuale, si ripresenterà. La veduta corta del calcolo elettorale immediato viene preferita al futuro bene comune. 
Non è dunque un caso se gli italiani, diversamente da altre popolazioni di Paesi europei comparabili, hanno espresso ed esprimono, sino ad oggi, profondo distacco e sfiducia rispetto alle principali istituzioni politiche. Dentro la sfiducia ci stanno molte cose: c’è la disaffezione emotiva e c’è il giudizio critico sulla loro inefficienza e scarso rendimento.

Il disastro
, January 16, 2012

Salvo ripeterci in maniera ossessiva che viviamo nel Paese più bello del mondo, sembriamo per lo più indifferenti al disastro che accompagna il nostro ambiente. Eppure la durezza della natura e le sue periodiche manifestazioni sono lì a monito delle nostre scelte sbagliate. Negli ultimi mesi gli episodi drammatici che si sono susseguiti hanno riportato per qualche giorno sulle prime pagine l'incuria, l'abbandono, la mancata manutenzione del nostro territorio. Il prezzo pagato è stato alto. In vite umane, innanzitutto, e non solo. Ciò nonostante tarda a realizzarsi una vera e propria presa di coscienza da parte dell'opinione pubblica di quanto la nostra precaria postmodernità agisca pericolosamente sul mondo che abbiamo ricevuto in dono e che, in un modo o nell'altro, lasceremo alle generazioni future.

Ma per quanto fragile possa essere l'ecosistema, non c'è dubbio alcuno che le nostre credenze lo sono ancora di più. Poco alla volta, cullandoci in alibi assai incerti, affidati alla potenza immaginifica della tecnologia, siamo stati in grado di rendere normali e accettabili stili di vita che sino a poche generazioni fa ci sarebbero apparsi insostenibili e grotteschi, mentre l'illusione di un benessere facile e poco costoso ci portava a un punto di non ritorno. Che senso possiamo trovare, ad esempio, nel passaggio delle cosiddette Grandi Navi dal bacino di San Marco? Quanto sono noti all'opinione pubblica i danni che queste portaerei del turismo di massa arrecano alle fondamenta di Venezia?

Dopo il disastro della "Concordia" è la volta dell'Isola del Giglio. Dell'importanza di questo pezzo di mare Mediterraneo si torna a parlare in queste ore a causa della tragedia che ha visto un mostro come la “Concordia” naufragare a poche centinaia di metri dalle coste dell'Isola. Chi frequenta quei luoghi e legge della tragedia rimane senza parole. Ma se non ci fosse stato questo ”incidente” nessuno avrebbe fatto scandalo di un monumento con una stazza simile (114.500 tonnellate) che sfiora Gorgona e il Giglio. Un mare di una bellezza straordinaria, ma molto delicato e adatto per lo più al diporto. Eppure, come hanno ricordato gli amministratori locali, non era certo la prima volta che navi da crociera di quelle dimensioni passavano dalla costa. Del resto, chi ha fatto caso a quanto è successo poche settimane fa, quando, proprio vicino all'isola di Gorgona, un cargo dell'armatore Grimaldi ha “perduto” più di 200 fusti di rifiuti altamente tossici?

Un anno decisivo
, January 9, 2012

È iniziato un anno decisivo per il futuro del nostro Paese: alla fine del 2012, forse, capiremo se l’Italia ha qualche possibilità di farcela, di rovesciare le tendenze che sembrano condurla ad un declino irreversibile, o se queste tendenze verranno confermate. Quattro i protagonisti del dramma, tre interni e il contesto esterno. Cominciamo da quest’ultimo.

Anche se i protagonisti interni si comporteranno al meglio delle loro possibilità, è improbabile che la loro azione possa aver successo se il contesto esterno non sarà favorevole. Ed in particolare se l’Europa (leggi: la Germania) non allenterà le condizioni recessive che ci impone: se ciò non avverrà i mercati scommetteranno sulla continuazione del ristagno, i rendimenti del debito pubblico resteranno molto elevati e questo presto o tardi ci condurrebbe all’insolvenza. Sta nella consapevolezza di questo possibile esito la ragione dell’attivismo del governo sul fronte europeo.

Veniamo allora al governo, il primo grande protagonista interno. Due le direttive della sua azione: il fronte che abbiamo appena ricordato – internazionale e soprattutto europeo –  per il quale mi limito a constatare che non potremmo avere un negoziatore migliore di Mario Monti. E il fronte domestico. Su questo va ribadito che la manovra di Natale era necessaria, soprattutto per presentarsi in modo credibile al negoziato europeo: si è trattato di una manovra inevitabilmente recessiva, ma, dati i tempi e le circostanze, i suoi effetti di iniquità sono stati contenuti. Resta aperto il problema di una maggiore equità e soprattutto dello sviluppo, cui il governo si accinge a marce forzate, scandite dai prossimi riscontri europei. Sul primo problema, l’equità, ottima l’insistenza sull’evasione fiscale: con Cortina, Befera ha dato a Monti un assist magistrale. Le misure di liberalizzazione e di efficienza previste vanno nella direzione giusta, ma i loro effetti sulla crescita saranno lenti a maturare. E se l’Europa non aiuta, se saremo costretti ad altre manovre recessive, saranno difficilmente attuabili: liberalizzare e promuovere efficienza riesce assai meglio in una fase di crescita.

Un discorso di inizio anno
, January 2, 2012

Quando a scuola, da bambini, si cominciavano a conoscere i primi principi dell’ordinamento costituzionale, ci si convinceva presto che l’Italia era un Paese dove il Presidente della Repubblica poteva fare e decidere poco. Si formava così l’idea che da noi, a differenza di quanto accadeva altrove, il Presidente ricoprisse una carica poco più che simbolica. Un’idea ancora oggi presente in molti italiani adulti.

In realtà le diverse presidenze nella storia della nostra Repubblica hanno messo in luce come la prima carica dello Stato sia determinante anche per gli equilibri politici, pur se con molte varianti e diverse interpretazioni di ruolo di settennato in settennato. I discorsi di fine anno con cui i diversi Presidenti si sono rivolti ai cittadini sono assai significativi: rileggerli, ascoltarli e, quando possibile, riguardarli nei filmati Rai aiuta a comprendere l’evoluzione stessa del ruolo del Capo dello Stato, che procede di pari passo con i cambiamenti che si sono succeduti, a velocità anche molto diverse tra loro, in più di sessant’anni di storia repubblicana. Si chiamano “discorsi di fine anno”. Anche quello pronunciato sabato sera da Giorgio Napolitano non fa eccezione e, già disponibile sul sito della presidenza della Repubblica, ha questo titolo. Eppure, per molti versi, va letto più che altro sotto forma di discorso d'inizio anno, rivolto com’è a quanto, e tanto, il Paese dovrà fare in questo 2012 appena iniziato. Nelle parole di Napolitano la retorica svolge la sua funzione solo per rendere più incisivi i principi fondanti dell’azione istituzionale e politica di questa presidenza. Le interpretazioni violente venute dal solito schieramento, che del suo becero antinazionalismo continua a fare bandiera, meriterebbero di essere ignorate. Se non fosse per la palese piena appartenenza della Lega alla classe politica italiana, e non certo padana, di governo nazionale sino all’altro ieri, con ben scarsa identità peraltro; di opposizione giacobina oggi, tanto da mettere i panni un tempo indossati dai partiti di ispirazione comunista che si ergevano a difensori del lavoro e dei lavoratori.