Rivista il mulino

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Un prerequisito per qualsiasi governo
Sconfiggere la corruzione
, March 5, 2012

Nella classifica di Transparency International, Singapore, a pari merito con Danimarca e Nuova Zelanda, risultava nel 2010 il Paese meno corrotto al mondo. La presenza al vertice di Danimarca e Nuova Zelanda non sorprende: i Paesi nordici e le ex-colonie britanniche sono sempre stati poco corrotti. Sorprende invece trovare Singapore (e Hong Kong, poco più sotto in classifica), Paesi nei quali fino a quarant’anni fa il fenomeno dilagava. La corruzione non è dunque un destino segnato dalla storia, al quale ci si deve rassegnare. Si può combattere e vincere in tempi relativamente brevi – trenta/quarant’anni sono tempi storicamente brevi, meno di due generazioni - se si adottano misure adeguate.

Anche per queste ragioni abbiamo chiesto a Claudio Landi un articolo sul successo di Singapore nella lotta alla corruzione (l’articolo uscirà sul «Mulino», n. 2/2012). Ci pare che comprendere come un Paese quale Singapore sia stato in grado di far fronte al fenomeno sia utile per varie ragioni. Lo è innanzitutto perché il nostro è un Paese molto corrotto (un po’ meno della Grecia tra i Paesi europei, ma più di molti Paesi in via di sviluppo: di gran lunga il più corrotto nella sua classe di reddito pro-capite). Lo è perché la corruzione, e più in generale l’illegalità, la criminalità e l’inefficienza amministrativa –fenomeni strettamente collegati - sono ostacoli formidabili alla crescita economica e al benessere della popolazione, oltre che una grave lesione alla qualità della democrazia e della convivenza civile. Si tratta di un fenomeno italiano di antica data, con radici culturali profonde, ma che da Mani Pulite in poi, con qualche oscillazione, è sempre stato al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica. È un fenomeno che ha stimolato studi buoni e numerosi (la sintesi migliore per un lettore non specialista è quella di D. della Porta e A. Vannucci). Le iniziative politiche di contrasto che la corruzione ha suscitato sono state molteplici, ma tutte caratterizzate da scarso successo.

Due destini paralleli
, February 27, 2012

La coincidenza dell’agenda politica italiana e di quella francese invita più che mai al confronto. Silvio Berlusconi ha dovuto lasciare lo scorso novembre, mentre in Francia Nicolas Sarkozy si è impegnato in una campagna elettorale dall’esito incerto.

Il contrasto con la situazione di qualche anno fa è sorprendente. Nel 2007 Sarkozy batteva nettamente la sua rivale, Ségolène Royal; un anno più tardi, Berlusconi riconquistava il potere per la terza volta, sconfiggendo il centrosinistra. Il mondo sembrava sorridere a questi due leader dai tanti tratti comuni, al punto che si è parlato, ma a nostro avviso a torto, di sarko-berlusconismo. È pur vero che entrambi hanno saputo imporsi come leader indiscussi nei loro campi e come virtuosi della comunicazione, stabilendo una forma di egemonia culturale grazie all’associazione di valori antagonisti: liberalismo e protezionismo, tradizione e modernità, nazionalismo e europeismo. Sono riusciti a costruire intorno a sé un blocco sociale composito ma solido, sostenuto da professioni liberali e indipendenti, classe media, frazioni significative delle classi popolari, pensionati, cattolici praticanti. Occupavano un ampio spettro politico, che andava dai confini della destra estrema ai moderati del centro. Hanno inoltre tentato di forgiare un partito che unificasse le sensibilità di destra.

Certo, le differenze ci sono state eccome. Sarkozy non si è dovuto difendere dall’accusa di conflitto d’interesse, ed è un vero professionista della politica, erede lontano del gollismo e del bonapartismo. Per di più, le istituzioni, le leggi elettorali, la storia politica dei due Paesi erano e restano molto diverse. Nondimeno, le vittorie dei due leader sembrano aver confermato la tesi ampiamente diffusa secondo cui ormai, in Europa, la destra era e sarà dominante per ragioni profonde e durature, di natura quasi antropologica.

Che cosa è successo, dunque, nel giro di qualche anno? Le crisi economico-finanziarie hanno provocato i loro effetti destabilizzanti: disoccupazione, perdita in termini di potere d’acquisto, maggiori diseguaglianze. I due leader hanno perduto il loro charme e la loro aura poiché non hanno mantenuto le promesse, suscitando disincanto e disillusione.

Dovremmo dedurne che stiamo voltando pagina? Conviene essere molto cauti.

Serve una Germania europea
, February 20, 2012

I politici tedeschi non sono mai stati un modello di virtù cristalline. Negli anni Ottanta uno scandalo finanziario travolse l’intera dirigenza del partito liberale e in seguito lo stesso padre della patria riunificata, Helmut Kohl, dovette subire gli strali della giustizia per finanziamenti illeciti al partito. I casi di corruzione di vario genere non sono estranei alla vita politica tedesca. Non per nulla in Germania si diffuse fin dagli anni Novanta un sentimento di fastidio nei confronti della politica e dei partiti, bollato dall’allora presidente della Repubblica tedesca Richard von Weizsacker come "Politik und Parteienverdrossenheit". Atteggiamenti da primi della classe pronti ad ammonire e redarguire altri Paesi per le loro manchevolezze sono quindi del tutto fuori luogo.

Purtroppo è prevalso questo riflesso nella politica europea della Germania. In questi ultimi anni la cancelliera Angela Merkel si è dimostrata disastrosamente inadatta al ruolo di leader continentale che le circostanze le assegnavano. Invece di guidare con mano ferma ma con atteggiamento cooperativo la crisi economica dell’Unione, ha badato ai propri interessi nazionali. Ha potuto farlo grazie alla debolezza politica della Francia di Nicolas Sarkozy, francamente patetico nella sua impotente burbanza durante le conferenze stampe comuni con la cancelliera, all’inesistenza italiana (to say the least…) e alle difficoltà interne degli altri Paesi di media grandezza come Spagna e Polonia.  

La Germania ha avuto per la prima volta l’opportunità di occupare un ruolo di leadership “palese”.  Solo che ha occupato lo spazio lasciato libero dalle altrui inadeguatezze senza esercitare una leadership in senso proprio. Angela Merkel non sta guidando l’Europa fuori dalle difficoltà dell’Unione.

Vabbuò
, February 13, 2012

Sono le 22 e 25 del 13 gennaio scorso. Nella plancia della grande nave ferita un gruppo di ufficiali è alle prese con l’emergenza. Parola tra le più in voga, emergenza. Il suo etimo rimanda a qualcosa che, nascosto sott’acqua, inatteso e improvviso si mostri in superficie. E certo qualcosa si è mostrato, quella notte, nelle acque del Giglio. Non si tratta solo dello scoglio contro cui il comandante Francesco Schettino ha condotto la Costa Concordia. Quello contro cui siamo stati portati a schiantarci tutti insieme è anche una metafora. Lo conferma un filmato, più o meno anonimo, che nei giorni scorsi è emer-so, anch’esso, nel mare della nostra povera pubblica opinione. Che cosa si vede e che cosa si sente in quel filmato? Mentre la Costa Concordia va alla deriva, incapace di essere governata, in plancia c’è una calma strana. A più di mezz’ora dall’impatto, ancora non è stato dato l’ordine di abbandonare la nave. E alle 22 e 25, appunto, qualcuno avvisa Schettino: «Comandante, i passeggeri stanno cominciando a entrare da soli sulle lance». E lui: «Vabbuò, vabbuò… jà». Ci vogliono altri sei o sette minuti perché l’ordine sia dato, e altri venti circa perché le scialuppe comincino a esser calate. In fondo, tutto questo è noto. Tutto, tranne quell’imbelle, stupido «Vabbuò, vabbuò… jà». È questa la metafora contro cui abbiamo fatto naufragio. E poiché le metafore per loro natura tendono a uscir da sé e a portare ad altro, lasciamo il comandante della Costa Concordia alla sua paura e alla sua coscienza, e guardiamoci attorno. Viene fin troppo facile, ora, pensare al vabbuò interminabile del governo Berlusconi, e alle scialuppe di salvataggio mai messe in acqua. Di scogli, di falle, di motori in panne, di catastrofe neppure si voleva parlare, nella plancia del Paese. Ma, appunto, qui la metafora si applica fin troppo facilmente. Con la differenza non da poco, rispetto alla Costa Concordia, che nessun comandante sarà chiamato a render conto davanti a un giudice.

Riparliamo di università
, February 6, 2012

In Italia si torna a parlare di università. Non è difficile capire perché, con il cambio di ministro che c’è stato. E’ un buon segno. Ma non sarebbe certo male se riuscissimo a migliorare anche la qualità della discussione, che oggi appare ancora dominata da facili slogan: basterebbe davvero abolire il valore legale dei titoli di studio per risolvere tutti i problemi? Forse si possono proporre alcuni elementi di un’agenda un po’ più completa per la discussione. Proviamo a farlo mettendo in luce cinque punti almeno (per cominciare).
Innanzitutto, all’Italia servono molti più laureati. Viaggiamo nella parte bassa della classifica dell’Unione europea a 27, e rischiamo nei prossimi anni di scivolare ancora più basso. Un elevato numero di laureati, soprattutto in discipline scientifiche, può favorire il rilancio competitivo del Paese. Le imprese che esistono hanno bisogno delle nuove conoscenze tecniche e creative, di cui sono portatori giovani ad alta qualifica; e tutti noi abbiamo bisogno che una parte di questi giovani crei nuove imprese, per mettere a profitto quelle conoscenze e creare nuovo lavoro. E’ un tassello di un possibile rilancio; non l’unico, naturalmente. Ma rassegnarsi a mantenere costante, o addirittura a ridurre il numero di laureati, in base all’attuale richiesta delle imprese (in un momento di grave crisi) certamente aiuta il declino.