Rivista il mulino

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Un'Italia a due facce
, September 3, 2012

Visto da fuori, il doppio volto dell’Italia ha un che di sconcertante, tanto oscuro da un lato quanto luminoso dall’altro. Per taluni aspetti, più che mai, l’Italia sembra andare alla deriva, ripiegata su se stessa, permeata da un sentimento antieuropeo che si diffonde sempre più. L’economia in recessione, la disoccupazione che avanza, le disuguaglianze che aumentano, un numero crescente di aziende in difficoltà; ma anche nuove tensioni sociali, la tipica creatività italiana in affanno, l’attrattiva culturale e intellettuale indebolite. Dal canto suo la politica offre uno spettacolo desolante. Almeno per il momento, le principali forze politiche si sfilacciano e si mostrano incapaci di accordarsi su una riforma della legge elettorale, di definire le loro alleanze, di proporre un progetto per il futuro, di far emergere dei leader autorevoli. E quel che è peggio, Silvio Berlusconi minaccia di tornare in politica! Le vicende poco chiare si moltiplicano, toccando tutti i partiti. La sfiducia nei confronti delle élite è esacerbata dalle dichiarazioni roboanti di Beppe Grillo, che riducono il livello del dibattito pubblico a zero, mentre i problemi che il Paese deve affrontare sfiorano la drammaticità.

Vi è poi l’altra faccia, quella che consente di guardare al futuro con un cauto ottimismo. Quella dell’Italia rappresentata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal presidente del Consiglio Mario Monti. Il primo cerca di assicurare la coesione dell’Italia ricordando continuamente che non bisogna lasciare da parte nessuno, specialmente i più fragili (le donne, i giovani, i ceti sociali più bassi, gli immigrati).

Un altro mostriciattolo
, August 27, 2012

Alla vigilia di una nuova riforma elettorale anche i politici con solida esperienza accademica sembra abbiano abbandonato il loro sapere per adattarlo alle opportunità politiche. È davvero un peccato, perché senza un intervento dettato dalla conoscenza dei sistemi elettorali e dei loro effetti sui sistemi partitici viene lasciata mano libera agli apprendisti stregoni. E infatti quello che sta per arrivare in Parlamento è un ennesimo mostriciattolo. I punti fermi su cui sarebbe stato – ed è – opportuno puntare i piedi e alzare la voce sono almeno tre.
Punto primo. Il premio di maggioranza. È una aberrazione che distorce ogni principio di rappresentatività. Per questa ragione ha una applicazione limitatissima: l’esempio più vicino, nel tempo e nello spazio, è quello greco (sic!). Ritornare su questa strada vuol dire insistere sull’errore di considerare i sistemi elettorali degli escomotage, degli artifizi, che impediscono ai cittadini di esprimere le loro volontà e che servono solo a confezionare maggioranze fittizie. Che poi si sfasciano perché manca il reale consenso popolare alla base.
Punto secondo. Le preferenze. Anche qui sembra che tutti abbiano mangiato quintali di fiori di loto. Si è azzerata la memoria del frazionismo interno, delle spese folli, della corruzione, delle “corse” individuali o di cordate dei candidati, delle pressioni dei gruppi organizzati o dei clan criminali. Per i curiosi e gli increduli si consiglia di leggere le conclusioni della Giunta per le elezioni della Camera nel 1987 per capire come funzionava il sistema delle preferenze nel collegio di Napoli-Caserta.

Temi d’estate
, August 20, 2012

Possiamo mettere un po' d’ordine nelle notizie economico-politiche di questa estate?

La premessa è la crisi del trattato di Maastricht, la stella polare della politica economica italiana della Seconda Repubblica, quella seria, in cui tutti abbiamo creduto, quella di Ciampi e Prodi: dobbiamo ora riconoscere che una moneta unica non regge se non ha alle sue spalle uno Stato sovrano. Gli economisti ci avevano avvertito che l’Eurozona non era un’area monetaria ottimale, che troppo forti erano le differenze tra gli Stati in essa ricompresi, e troppo limitata la sovranità delle sue istituzioni centrali, perché potesse reggere a shock asimmetrici, a eventi che colpissero con forza diversa diversi Paesi. Ed era illusoria l’attesa che in pochi anni le differenze potessero essere attenuate e le istituzioni centrali, federali, potessero essere rafforzate a prova di shock. Per una decina d’anni shock non ce ne sono stati, il che ci ha fatto abbassare la guardia. Poi ne è arrivato uno formidabile, l’onda lunga della crisi finanziaria americana del 2007-2008: tutto è cambiato e la situazione, grosso modo, è oggi questa.

Se i mercati finanziari internazionali cui il nostro debito ci espone si fidassero di noi, della nostra capacità di ripagarlo, chiederebbero interessi più bassi e forse ce la faremmo: dovremmo comunque affrontare un lungo periodo di vacche magre, dovremmo lentamente ripagare una buona parte del debito e imbarcarci in riforme strutturali difficili e a rendimento differito per attenuare le differenze principali con le economie più efficienti e gli Stati meglio gestiti del Nord Europa. 

Ci sarebbe però una luce alla fine del tunnel, una credibile ragione di ottimismo e l’ottimismo alimenterebbe consumi, investimenti, voglia di affrontare il rischio.

Non c'è alternativa
, August 13, 2012

In politica è meglio non affezionarsi troppo all’idea che non c’è alternativa. Quante volte abbiamo letto commenti o editoriali che ci spiegavano che Silvio Berlusconi era l’unico in grado di unire la destra, di vincere le elezioni o di guidare il Paese?

A manifestare questa opinione non erano solo sostenitori del capo del Pdl. Al contrario, persino alcuni tra i più fieri oppositori di Berlusconi – e diversi osservatori imparziali – hanno, in perfetta buona fede, accreditato in passato l’idea che non ci fosse alternativa al suo governo.

Sappiamo com’è andata a finire: il panico da spread ha cambiato le carte in tavola aprendo la strada all’iniziativa del presidente della Repubblica che ha accompagnato la nascita di una diversa maggioranza e di un nuovo governo. Credo che questo esempio, tra i tanti che si potrebbero menzionare, dovrebbe spingerci a riflettere con attenzione prima di proiettare indefinitamente nel futuro la posizione d’indiscusso primato che l’attuale presidente del Consiglio ha nella politica italiana.

Non solo perché, com’è evidente, alcuni tra gli scenari peggiori che potrebbero emergere in seguito a una nuova drammatica accelerazione della crisi finanziaria vedrebbero un leader politico con le caratteristiche culturali e personali di Mario Monti in seria difficoltà nel tenere sotto controllo partiti in via di dissoluzione e un elettorato in fuga dalle formazioni presenti in Parlamento, ma anche perché è difficile immaginare che l’attuale maggioranza possa stabilizzarsi fino al punto da por mano a un programma di riforme di lungo periodo in concordia e armonia.

Uno spread di civiltà
, August 6, 2012

«Abbiamo ridotto lo spread con l’Europa», così, soddisfatto, ha detto qualche giorno fa Giuliano Pisapia. E non si tratta dello spread di cui da molti (troppi?) mesi la politica ha rinunciato a occuparsi, lasciandolo a quella che – come si sostiene – sarebbe la perizia tecnica di un gruppo di professori, economisti e banchieri. Naturalmente, ogni tecnica è sempre una politica, ma con la pretesa più o meno ipocrita di non esserlo. Nel caso cui si riferisce il sindaco di Milano, invece, non c’è ombra di “ideologia tecnica”, e la politica trova (o ritrova) tutta la sua necessaria, felice autonomia: ora anche la più ricca e, come si diceva in anni lontani, la più europea delle città italiane ha un registro delle unioni civili.

Se si stilasse una classifica a questo proposito – ossia, a proposito del riconoscimento di un diritto non più che elementare, nella sua urgenza umana –, la metropoli lombarda si collocherebbe al di sotto del novantesimo posto, ben lontana dalla prima classificata, Empoli, e anche dopo Cagliari, che l’ha istituito un mese fa, il suo registro. D’altra parte, non si tratta di una gara, e se poi lo fosse varrebbe il principio olimpico (ampiamente disatteso, del resto) del barone Pierre de Coubertin «l’importante non è vincere, ma partecipare».

Veniamo dunque al merito della decisione presa dal Consiglio comunale milanese, dopo un confronto durato una dozzina di ore, e seguito a mesi di trattative, polemiche, ritardi