Rivista il mulino

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Luoghi di lavoro, luoghi di vita
, June 12, 2017

La separazione dei luoghi di lavoro dai luoghi di vita domestica viene definita e descritta come una delle caratteristiche principali del processo di industrializzazione e di modernizzazione del modello capitalistico. Questa rigida distinzione tra luoghi ha a sua volta prodotto una separazione tra tutto ciò che ha a che vedere con intimità, affettività e cura, che viene circoscritto all’ambito domestico, e i comportamenti formali e freddi della vita professionale, il comportamento distaccato e controllato della sfera pubblica. Due ambiti nettamente e rigidamente separati che hanno contraddistinto l’organizzazione della vita quotidiana, del lavoro e del consumo in epoca fordista: tempi rigidi in luoghi altri da quelli domestici, fortemente disciplinati e strutturati, dove si mantiene una netta divisione tra ruoli e compiti.

Oggi in una situazione di profondo cambiamento e di flessibilizzazione non solo del mercato del lavoro, ma anche dei tempi e dei luoghi, di precarizzazione e diffusione di gig e sharing economy, e con il proliferare di tecnologie che consentono di lavorare da una molteplicità di luoghi differenti, si è indebolita la rigida distinzione tra luoghi di lavoro, di socialità e di vita. Possiamo lavorare da casa, azionare macchinari e strumenti vari da remoto, disporre di tutta la documentazione e i dati necessari sul cloud, senza più bisogno di archivi fisici, possiamo mescolare attività e tempi di vita quotidiana e professionale. Rispondiamo alle mail o lavoriamo dopo cena, il sabato o la domenica.

Non tutti i divorzi sono uguali
, June 5, 2017

«Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo» scriveva Lev Tolstòj. Lo stesso vale un po’ anche per i divorzi, ognuno doloroso e costoso, da molti punti di vista, a modo suo. La sentenza della Corte di Cassazione n. 11504/17 sull’assegno di mantenimento al coniuge dopo la separazione e la successiva ordinanza del Tribunale di Milano del 22 maggio, che a essa si richiama, hanno fatto discutere. E hanno provocato reazioni molto diverse anche tra le studiose. Roberta Carlini ha accolto favorevolmente la sentenza, vedendovi un riconoscimento dei cambiamenti nei modelli familiari e un invito alle giovani donne a non delegare a un marito la realizzazione delle aspirazioni di benessere economico e di realizzazione personale. Altri interventi, ad esempio quelli di Chiara Saraceno e Linda Laura Sabbadini, hanno fatto notare che la sentenza si richiama a un’idea astratta di parità di genere nella coppia. Un’idea che soprattutto non tiene conto del contributo del lavoro di cura non pagato della moglie considerata «non lavoratrice», concreto strumento di conciliazione famiglia-lavoro per gli uomini (e, non va mai dimenticato, di supporto fondamentale e risparmio per il sistema di Welfare).

L’America innocente, l’Europa matrigna
, May 29, 2017

“Believe in yourselves. Believe in your future. And believe, once more, in America”. Sono le parole conclusive del discorso di Trump dello scorso febbraio, tenuto davanti al Congresso riunito e che campeggiano nella home page del sito della Casa Bianca. Ma, al termine del suo primo viaggio ufficiale che lo ha visto, in nove giorni, visitare Arabia Saudita, Israele, Belgio e Italia, quello che si potrebbe pensare è che in realtà è prima di tutto l’America a non credere più in se stessa. Vale a dire, a non avere più fiducia nella capacità di proiettare un immaginario in grado di affascinare, di sedurre i cuori e le menti, di alimentare quell’insieme di speranze e desideri su cui si è costruito il “secolo americano” e la pervasiva affermazione del soft-power statunitense. Che questa capacità di proiezione si fosse offuscata, per la verità, lo si era percepito da tempo, tanto da aver nutrito un dibattito pubblico e storiografico sulla “fine” del secolo americano o, quanto meno, sul suo presunto declino. Tuttavia, tale dibattito si dipanava all’interno di un gioco dialettico fra Stati Uniti e altri contesti di riferimento – l’Europa, in primis, la Russia, la Cina o i nuovi Paesi emergenti – in cui però gli Stati Uniti tentavano di riproporre, aggiornandolo, quell’eccezionalismo che avrebbe dovuto farne un modello di riferimento. In fondo, anche l’America all’insegna della “diversity” di Barack Obama non sfuggiva alla tentazione di riaffermare il “lungo” secolo americano rintuzzando le opinioni di chi parlava di declino.

Reato di tortura e crisi della legge
, May 22, 2017

Il Parlamento è l’ultimo posto al mondo dove dovrebbero farsi le leggi? Il sospetto viene, a considerare la vicenda dell’introduzione in Italia del reato di tortura, su cui il Senato ha trovato una larga intesa la settimana scorsa. Sulla vicenda, c’è poco da aggiungere alla conclusione tratta su questo sito da Marina Lalatta Costerbosa: un legge così sarebbe meglio che non fosse approvata. Ma poiché la vicenda è emblematica della crisi strutturale della legge parlamentare, ricapitolo la vicenda e argomento il mio sospetto.

Tutto nasce dalla Convenzione contro la tortura del lontano 1984, ratificata dall’Italia nel 1988, ma poi accantonata dopo il G8 di Genova del 2001, perché osteggiata dai sindacati di polizia e dalla destra. La Convenzione obbligava tutti i Paesi a vietare un delitto così definito (art. 1): «Il termine "tortura" indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali [...] qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale» (corsivo aggiunto).

Come segnalo nel mio libro Non c’è sicurezza senza libertà, appena uscito dal Mulino, se la Convenzione impegna i Paesi firmatari a qualcosa è a vietare la tortura come reato proprio, compiuto da un pubblico ufficiale. L’art. 613 bis che la legge vuole introdurre nel codice penale, invece, recita: «Chiunque, con più atti di violenza o di minaccia, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità umana [...] è punito con la reclusione da tre a dieci anni» (corsivo aggiunto). Chiunque.

La macchina della paura
, May 15, 2017

Ci sono i fatti, e poi c’è la percezione dei fatti. E nelle questioni relative alla sicurezza a contare sembra essere la percezione dei fatti. Prendiamo il caso del cosiddetto «ampliamento» della legittima difesa. Quali sono i fatti?

Nel 2015, anno cui risalgono le statistiche più recenti, sono stati rimandati a giudizio per eccesso di legittima difesa 136 cittadini, poi prosciolti nel 90% dei casi. Dov’è l’allarme sociale? Dov’è il vuoto legislativo? Eppure, la Camera ha legiferato, e con clamore. Leghisti e affini avrebbero voluto sancire la «presunzione assoluta di innocenza» per gli sparatori casalinghi. Insomma, avrebbero voluto sancire un sacrosanto diritto all’eccesso di legittima difesa (un caso evidente di analfabetismo giuridico). Sentendosi scavalcata a destra, la maggioranza ha tergiversato e ha prodotto un testo tragicomico. Ma ci siamo abituati (meno male che il Senato c’è, ha detto Pietro Grasso). Ci stupisce invece che un ramo del Parlamento abbia scelto di perder tempo discutendo una riforma inutile, almeno quanto ai fatti.

Ma lasciamo i fatti, e torniamo alla loro percezione. Ed è qui che la troviamo, l’utilità delle nuove norme sulla legittima difesa. È la stessa utilità che da ben più di vent’anni guida le scelte politiche. È la stessa utilità che dall’inizio degli anni Novanta si è fatta padrona del nostro immaginario, e che ha segnato e segna le fortune di partiti e movimenti, in primo luogo dei loro leader. Iniziata con la Lega, e con il suo uso programmatico della paura a fini di consenso, la politica della percezione è presto diventata prassi dominante, non solo a destra. È la paura, è la sua percezione sociale costruita dalla macchina mediatica della paura, che decide della politica (di quel poco che la finanza e l’economia lasciano alla politica).