Rivista il mulino

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la nota
Una critica argomentata alla proposta di congedo obbligatorio dal lavoro per i neo-padri
Meno diseguali e con più figli
, November 7, 2016

In occasione di un recente convegno milanese sulla condizione della donna nel mondo del lavoro il presidente dell’Inps Tito Boeri, commentando le cifre preoccupanti sulla disoccupazione che in Italia colpisce le donne con figli, ha avallato la proposta – già caldeggiata da tempo da più parti – di istituire un congedo di paternità obbligatorio di quindici giorni. Le ragioni per cui secondo Boeri il congedo obbligatorio aiuterebbe l’occupazione femminile sono due: da una parte l’esigenza di spezzare il circolo vizioso per cui gli uomini si trovano ad avere «maggior potere contrattuale nello stabilire chi deve lavorare e chi deve stare con i figli»; dall’altra il fatto che «i datori di lavoro considerano le donne con figli come un costo» e quindi tendono a discriminarle. A fronte dell’esigenza di dare una scossa allo status quo, Boeri ritiene che si possa fare ricorso anche a mezzi coercitivi per obbligare i padri a servirsi del congedo, infliggendo sanzioni ai recalcitranti. La notizia è subito rimbalzata sui media e sulle prime pagine di alcuni quotidiani, incontrando generale consenso e approvazione.

Qualche perplessità è stata espressa da Emma Bonino, che teme un’ingerenza indebita dello stato nella vita familiare. In realtà, si tratta di una preoccupazione infondata. Il congedo obbligatorio non conferisce allo Stato il potere di entrare nelle case degli italiani per controllare il loro ménage domestico; obbliga semplicemente gli uomini a non andare al lavoro per quindici giorni.

Conoscere per non odiare
, October 31, 2016

Il rifiuto da parte di alcuni abitanti di un paesino del ferrarese di accogliere un gruppo di giovani donne scappate dalla guerra e dalla follia omicida di Boko Aram suggerisce alcune considerazioni, in aggiunta a quelle espresse da Bruno Simili nella sua triste «cartolina dall’Italia». Non si tratta infatti di un caso isolato, anche se la sproporzione tra la reazione degli abitanti e la «pericolosità» di uno sparuto drappello di profughe ha destato scalpore.

Si potrebbe incolpare di questo e di altri episodi simili gruppi ed esponenti della destra becera che tendono ad assecondare nell’opinione pubblica ciò che Luigi Ferrajoli ha definito a suo tempo «il riflesso classista e razzista della equiparazione dei poveri, dei neri e degli immigrati ai delinquenti». E, del resto, le ragazze respinte sommavano tutti e tre questi elementi di stigmatizzazione. Ma ciò sarebbe troppo facile. Le barricate di Gorino si inseriscono piuttosto in un’onda lunga, della quale hanno fatto parte anche provvedimenti che hanno goduto di un ampio consenso politico, tendenti a perseguitare i soggetti in forza della loro identità o condizione (ad esempio trovarsi in uno stato di clandestinità o non avere una dimora stabile) e non per aver commesso un reato, nonché politiche di attivazione animate dalle migliori intenzioni tendenti alla infantilizzazione dei soggetti beneficiari, come è avvenuto nel caso dei

Il diffondersi della «gig economy» nelle società digitali
Si torna al cottimo?
, October 24, 2016

È ormai qualche tempo che si discute di come la nuova rivoluzione tecnologica abbia cambiato e stia cambiando radicalmente e profondamente le nostre vite e il nostro modo di lavorare, di trascorrere il tempo libero, di tenere le nostre relazioni sociali. Il progresso tecnologico ha certamente prodotto una società più ricca e avanzata, ma allo stesso tempo sta riorganizzando continuamente le possibilità di redistribuzione e i nuovi assetti tra «vincitori e perdenti», tra inclusi ed esclusi, favorendo principalmente quelli con il più alto livello di istruzione e formazione, con competenze gestionali, legate alla finanza e ai sistemi informatizzati e tecnologici.

Oggi con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale disponiamo delle cosiddette smart machines, macchine intelligenti che risolvono problemi meglio della maggior parte degli esseri umani: battono a scacchi i campioni, producono diagnosi mediche corrette, sostituiscono i guidatori. Nella digital economy le nuove tecnologie consentono la nascita di piattaforme dove domanda e offerta si incontrano riducendo drasticamente le intermediazioni e facendo scomparire figure professionali considerate ormai obsolete. Si diffonde quella che gergalmente viene definita la «gig economy» (dall’inglese lavoretto, compito o lavoro temporaneo e occasionale), ovvero un insieme di relazioni economiche dove le prestazioni lavorative continuative tendono a diminuire e dove

Presidenziali Usa 2016: il «central drama» dell’identità e il nemico in casa
Sesso (tanto), droga (pure) e poco rock’n’roll
, October 17, 2016

«Sex&Drugs&Rock’n Roll», cantavano Ian Dury and the Blockheads nell’ormai lontanissimo 1977. Eppure, dopo l’ennesima esternazione di Donald Trump – secondo la quale Hillary Clinton avrebbe vinto il secondo dibattito televisivo perché «dopata» – questo sembra essere il leitmotiv delle ultime, estenuanti, settimane di campagna elettorale. Ormai tutti non vedono l’ora che finisca anche perché dopo tanto «sesso», parecchia «droga» (non quella a cui si riferisce Trump, ma il «doping mediatico» che ha infarcito il dibattito politico sin dalle primarie) e poco rock’n’roll, non si capisce cosa altro potrebbe succedere da qui all’8 novembre. Sul «New York Times», l’autorevole Thomas Friedman ha proposto di vendere i biglietti per godersi lo spettacolo: li acquisterebbero da tutto il mondo e con il ricavato si potrebbe riportare il bilancio in attivo! La «London Review of Books», invece, ha fatto un elenco, infinito, di persone che non voteranno Trump: donne, africani-americani, messicani-americani, le persone riservate, i veterani del Vietnam, i pacifisti e così via. L’ironia è l’unica cosa che può salvare gli americani e il resto del mondo dallo spettacolo piuttosto desolante di una politica sul punto di implodere. Non solo i repubblicani sono ormai preda di una crisi di nervi, ma i democratici sono consapevole,

sì/no: un voto decisivo
Con che faccia, o la politica del faccia-a-faccia
, October 10, 2016

La campagna per il referendum costituzionale è appena entrata nel vivo, come si dice, eppure siamo già esausti. Appena finito di scrivere questa nota, ad esempio, il sottoscritto ricomincerà a battere coscienziosamente palcoscenici di provincia, incrociando le armi con rivali ancora più stanchi e meno convinti di lui. Il format dell’Evento, infatti, sembra definitivamente diventato il faccia-a-faccia: che ovunque si svolga – sul video, o in incontri pubblici – riscuote il consenso di tifoserie entusiaste.

Di solito, funziona così. Il sostenitore del «sì», spesso giovane e bello(a), snocciola convinto(a) i pregi della Renzi-Boschi; talvolta, specie se meno giovane e meno bello(a), sospira che, dopotutto, questa riforma è sempre meglio di niente. Il sostenitore del «no», specie se è un ex presidente della Corte costituzionale, spiega in modo sofferto i pericoli della riforma; se è solo un politico d’opposizione, invece, si limita a scalmanarsi contro il presidente del Consiglio.

I risultati sono alterni. In genere, prevalgono o i sostenitori del «sì» o quelli del «no», indifferentemente, purché si guardino bene dall’entrare nel merito. Anche perché, diciamolo, cosa dovremmo dire del merito? Cos’è meglio, il troppo poco o il quasi niente? Il «sì» a una riforma inutile se non controproducente, oppure un «no» che non indica uno straccio di alternativa? È un po’ come nelle dispute teologiche: più il quesito è confuso, più la discussione rischia di durare per secoli.