Rivista il mulino

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la nota
Le misure restrittive di Trump sull'ingresso negli Stati Uniti di immigrati e rifugiati
La violenta noncuranza del razzismo
, January 30, 2017

L'ordine esecutivo con cui Trump ha emanato misure restrittive per l'immigrazione e l'ingresso dei rifugiati negli Stati Uniti ha scatenato una salva di rimostranze e proteste ferme e accalorate, in America e nel resto del mondo. Ma tutto sommato ci si potrebbe chiedere quanto di preoccupante ci sia veramente in questa faccenda. La stessa amministrazione ha provato a minimizzare le ricadute negative dei provvedimenti, già peraltro in parte disinnescati dalle decisioni di alcuni giudici e da una interpretazione accomodante che permette il reingresso nel Paese ai possessori di carta verde.

Il Dipartimento di Sicurezza nazionale ha sottolineato come ogni giorno negli Stati Uniti entrino più di 325.000 viaggiatori e solo poche decine abbiano avuto effettivamente qualche problema per via del bando. Si tratta comunque solo di misure temporanee, finché non saranno stabilite procedure di screening più sicure. E parlare di Muslim ban è fuori luogo, perché ad essere bandita è l'immigrazione da sette Paesi soltanto – la cui lista è stata recuperata da documenti dell'amministrazione Obama – mentre la maggior parte dei Paesi a maggioranza musulmana non è toccata dai provvedimenti.

Saviano e De Magistris, due letture altrettanto parziali (e sbagliate) di una città
Il bicchiere mezzo pieno
, January 23, 2017

La ricorrente polemica tra il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e lo scrittore Roberto Saviano genera sempre la stessa domanda da parte degli amici non napoletani: chi dei due ha ragione? Qual è la rappresentazione di Napoli più vicina alla realtà: quella offerta dal sindaco nel suo blog, di una città «del riscatto morale, ricca di umanità, di vitalità, di cultura e di turisti» o quella dello scrittore che descrive interi quartieri sotto il controllo di spietate «paranze dei bambini»? Il problema è che, in entrambi casi, si tratta per l’appunto di rappresentazioni, di narrative, centrate su letture della città quantomeno parziali.

Corrisponde certamente al vero che sino ad ora l’amministrazione comunale non è stata sfiorata da episodi di corruzione e si è mostrata poco propensa a collaborare con personaggi ambigui o collusi con la criminalità organizzata, al contrario di quanto è avvenuto, ad esempio, a Roma. Ed è altrettanto vero che si è notevolmente abbassata l’età dei ragazzi coinvolti in attività di controllo criminale di aree del centro contigue a quelle percorse dai turisti (ma sarebbe preferibile che la loro azione fosse circoscritta alle periferie?). Tuttavia si tratta solo di una parte del racconto, che lascia fuori ciò che non si vede perché oscurato dalla virulenza della polemica politica e giornalistica. De Magistris avrebbe avuto buon gioco ad ammettere onestamente che Napoli è una città storicamente gravata di problemi, non tutti risolvibili con il turismo e il riscatto morale, e che le fragili finanze comunali e l’assenza di una seria politica economica per il Mezzogiorno rallentano di molto la sua azione di governo. E Saviano dal canto suo avrebbe potuto evitare di confondere la visibilità sociale di un fenomeno, che si può sfruttare a fini narrativi, con la sua incidenza statistica: per ogni «piscitiello di paranza» con abbigliamento firmato, pistola in tasca e attributi maschili ben in vista, secondo la descrizione che ne fa l’autore, ci sono diecimila ragazzini, a volte un po’ timidi e problematici, che bene o male vanno a scuola, aiutano le famiglie a sbarcare il lunario, vestono abiti di poco prezzo, cantano nel coro della parrocchia, frequentano le associazioni che con sempre meno mezzi si occupano di loro.

Deumanizzare gli ultimi
, January 16, 2017

In questi giorni di freddo artico che ha avvolto l’Italia provocando vittime da gelo in varie parti della penisola, da Nord a Sud, ci si accorge, come ogni anno quando si verificano queste condizioni meteorologiche estreme, del problema dei senza fissa dimora che transitano, sopravvivono o muoiono nelle nostre città. Piani di emergenza vengono messi in atto per dare un tetto provvisorio a queste persone, volontari affiancano le istituzioni raccogliendo e distribuendo coperte, cibo caldo ecc. per gli emarginati. Poco però sappiamo di loro. Tendiamo a pensare che sia un problema di cui debbano occuparsi le istituzioni e non noi. A Milano non sono stati occupati tutti i posti predisposti per questa emergenza e un senzatetto ha perso la vita in un rifugio di fortuna. Il comune ha chiesto ai cittadini di segnalare persone che dormono all’addiaccio o in ricoveri di fortuna perché possano essere soccorsi e aiutati. Il problema è che noi cittadini preferiamo non vederli. Fanno parte di quel mondo invisibile che ci disturba e di cui non vogliamo occuparci.

Per questo mi sembra interessante l’esperienza di James Beavis, un giovane studente di medicina in Gran Bretagna, che ha trascorso il mese di dicembre come homeless a Londra ponendosi due differenti obiettivi

Domani il discorso di addio del presidente uscente in vista dell’insediamento del presidente eletto
L’addio di Obama
, January 9, 2017

I riti in democrazia sono importanti e hanno la capacità di cementare una comunità. Al di là dei conflitti che la lacerano, testimoniano la continuità nella diversità delle scelte politiche, certificano la saldezza delle istituzioni sulla volatilità dei comportamenti e degli umori popolari.

Se ne erano accorti anche i padri fondatori della nuova repubblica americana quando, all’interno di una lotta politica che vedeva all’opera tutta la gamma possibile della retorica populista, ritenevano il passaggio di potere da un presidente all’altro come il momento della sospensione del conflitto e della ricerca dell’unità del paese.

Certo alla fine del Settecento anche nei primi decenni dell’Ottocento, tutto era relativamente più semplice: in fondo i candidati appartenevano alla stessa élite economico-sociale, condividevano la stessa cultura politica di fondo pur facendo riferimento a un elettorato già composito dal punto di vista economico, religioso ed etnico. Non a caso, il primo vero e proprio terremoto politico si ebbe con l’elezione dell’«uomo del popolo», piuttosto rozzo e volgare (o quantomeno così dipinto all’epoca), per quanto eroe di guerra, Andrew Jackson, il quale aprì la Casa Bianca al popolino che si gettò sulle bevande e sul cibo, travolgendo tutto sotto lo sguardo attonito dei rappresentanti delle élite che osservavano la nuova calata dei barbari.

Dopo il referendum, per un ritorno alla ragione
, January 2, 2017

Superato lo shock referendario e calato il polverone delle polemiche più aspre che hanno diviso il Paese negli ultimi mesi dell’anno trascorso si sta ora imponendo la domanda sul «che fare»: domanda a cui, alla luce dell’esperienza compiuta, dovremmo oggi cercare di dare risposta non più in termini di fazione, ma di ragione.

Per chi voglia usare gli occhi della ragione l’esito referendario sembra innanzitutto aver dimostrato cosa, almeno per il momento, non si deve fare.

Partendo dall’esperienza di due referendum costituzionali che, prima nel 2006 e poi nel 2016, hanno dato risultati nettamente negativi ed in termini significativamente crescenti, è indubbio che la prima cosa da non fare è quella di tentare nuovamente la strada di una «grande riforma» della Costituzione vigente che il Paese – anche se indotto da motivazioni sicuramente diverse – ha chiaramente dimostrato di non volere.

In una visione razionale e realistica è, dunque, bene che la carta repubblicana che da settant’anni regge la vita della nostra comunità nazionale resti quella che è nelle sue linee portanti, che riguardano non solo il sistema delle libertà (descritte nella prima parte), ma anche la forma di governo e Stato (tracciata nella seconda parte). E questo per un motivo elementare che il Paese dimostra, con il referendum, di avere ben compreso dal momento che la «palude» che con l’ultima «grande riforma» si dichiarava di voler superare trova certamente la sua prima causa non tanto nel modello costituzionale di cui disponiamo (modello che, almeno nel suo complesso, ha sinora retto bene la prova del tempo) quanto nelle disfunzioni di un sistema politico che dopo anni di affanno si presenta oggi in condizioni di crescente dissesto.

Ma esiste anche un’altra strada che una lettura razionale dell’esito referendario e del contesto politico in cui è maturato si dimostra, per il momento, non percorribile: ed è la strada di una riforma elettorale diretta a forzare al di là della ragionevolezza la distribuzione delle forze in campo, così da garantire «la sera stessa delle elezioni» la «vittoria sicura» di una maggioranza (sia pure artificiale) e la nascita di un governo stabile. Su questo terreno se è vero che ai fini del rafforzamento della governabilità il principio maggioritario – così come accade in tutte le democrazie meglio funzionanti – può essere utilmente adottato nelle sue diverse varianti, è anche vero che nei sistemi politicamente disomogenei e conflittuali, come è il nostro,