Rivista il mulino

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Un anno decisivo
, January 9, 2012

È iniziato un anno decisivo per il futuro del nostro Paese: alla fine del 2012, forse, capiremo se l’Italia ha qualche possibilità di farcela, di rovesciare le tendenze che sembrano condurla ad un declino irreversibile, o se queste tendenze verranno confermate. Quattro i protagonisti del dramma, tre interni e il contesto esterno. Cominciamo da quest’ultimo.

Anche se i protagonisti interni si comporteranno al meglio delle loro possibilità, è improbabile che la loro azione possa aver successo se il contesto esterno non sarà favorevole. Ed in particolare se l’Europa (leggi: la Germania) non allenterà le condizioni recessive che ci impone: se ciò non avverrà i mercati scommetteranno sulla continuazione del ristagno, i rendimenti del debito pubblico resteranno molto elevati e questo presto o tardi ci condurrebbe all’insolvenza. Sta nella consapevolezza di questo possibile esito la ragione dell’attivismo del governo sul fronte europeo.

Veniamo allora al governo, il primo grande protagonista interno. Due le direttive della sua azione: il fronte che abbiamo appena ricordato – internazionale e soprattutto europeo –  per il quale mi limito a constatare che non potremmo avere un negoziatore migliore di Mario Monti. E il fronte domestico. Su questo va ribadito che la manovra di Natale era necessaria, soprattutto per presentarsi in modo credibile al negoziato europeo: si è trattato di una manovra inevitabilmente recessiva, ma, dati i tempi e le circostanze, i suoi effetti di iniquità sono stati contenuti. Resta aperto il problema di una maggiore equità e soprattutto dello sviluppo, cui il governo si accinge a marce forzate, scandite dai prossimi riscontri europei. Sul primo problema, l’equità, ottima l’insistenza sull’evasione fiscale: con Cortina, Befera ha dato a Monti un assist magistrale. Le misure di liberalizzazione e di efficienza previste vanno nella direzione giusta, ma i loro effetti sulla crescita saranno lenti a maturare. E se l’Europa non aiuta, se saremo costretti ad altre manovre recessive, saranno difficilmente attuabili: liberalizzare e promuovere efficienza riesce assai meglio in una fase di crescita.

Un discorso di inizio anno
, January 2, 2012

Quando a scuola, da bambini, si cominciavano a conoscere i primi principi dell’ordinamento costituzionale, ci si convinceva presto che l’Italia era un Paese dove il Presidente della Repubblica poteva fare e decidere poco. Si formava così l’idea che da noi, a differenza di quanto accadeva altrove, il Presidente ricoprisse una carica poco più che simbolica. Un’idea ancora oggi presente in molti italiani adulti.

In realtà le diverse presidenze nella storia della nostra Repubblica hanno messo in luce come la prima carica dello Stato sia determinante anche per gli equilibri politici, pur se con molte varianti e diverse interpretazioni di ruolo di settennato in settennato. I discorsi di fine anno con cui i diversi Presidenti si sono rivolti ai cittadini sono assai significativi: rileggerli, ascoltarli e, quando possibile, riguardarli nei filmati Rai aiuta a comprendere l’evoluzione stessa del ruolo del Capo dello Stato, che procede di pari passo con i cambiamenti che si sono succeduti, a velocità anche molto diverse tra loro, in più di sessant’anni di storia repubblicana. Si chiamano “discorsi di fine anno”. Anche quello pronunciato sabato sera da Giorgio Napolitano non fa eccezione e, già disponibile sul sito della presidenza della Repubblica, ha questo titolo. Eppure, per molti versi, va letto più che altro sotto forma di discorso d'inizio anno, rivolto com’è a quanto, e tanto, il Paese dovrà fare in questo 2012 appena iniziato. Nelle parole di Napolitano la retorica svolge la sua funzione solo per rendere più incisivi i principi fondanti dell’azione istituzionale e politica di questa presidenza. Le interpretazioni violente venute dal solito schieramento, che del suo becero antinazionalismo continua a fare bandiera, meriterebbero di essere ignorate. Se non fosse per la palese piena appartenenza della Lega alla classe politica italiana, e non certo padana, di governo nazionale sino all’altro ieri, con ben scarsa identità peraltro; di opposizione giacobina oggi, tanto da mettere i panni un tempo indossati dai partiti di ispirazione comunista che si ergevano a difensori del lavoro e dei lavoratori.

L'urgenza della politica
, December 27, 2011

Le ultime settimane dell'anno che l’Italia ha attraversato hanno suscitato e suscitano lo stupore degli osservatori stranieri. Fino a ottobre, la maggior parte delle grandi capitali dell'Unione europea considerava il Paese come uno dei malati del continente, a causa delle pessime performance economiche, dello stato delle finanze pubbliche e di un presidente del Consiglio dalla credibilità sempre più fragile. Ma poi, grazie a uno dei “miracoli” cui ci ha abituati, Silvio Berlusconi ha ceduto il posto a Mario Monti e alla sua squadra di professori ed esperti.

Così, ora, l'Italia raccoglie elogi. Angela Merkel ha smesso di considerarla come il peggiore scolaro dell'Eurozona. A Nicolas Sarkozy è venuto in mente che Roma potrebbe giocare un ruolo nei progetti europei della Francia. Insomma, è bastato qualche giorno affinché l'Italia ritrovasse un'aura scomparsa da molto tempo, anche se al prezzo di una manovra particolarmente dura. Tuttavia questo repentino capovolgimento di immagine non può certo rimuovere molti e seri motivi di perplessità.

L'insediamento del governo Monti ha confermato un'insolita disposizione da parte della Repubblica italiana. Da tempo le élite hanno iniziato a disconoscersi reciprocamente; e solo quando il Paese si è trovato sul bordo del precipizio si sono rivelate capaci  di inventarsi meccanismi di mediazione da “grande coalizione” di unità nazionale, senza però esplicitarla né tanto meno prevederne le conseguenze.

Aspettando Godot
, December 19, 2011

Il governo Monti era stato salutato con entusiasmo dall’opinione pubblica. Quasi tre quarti dei cittadini vedevano con favore la sua nascita: un record.  Dopo quattro settimane la percentuale è scesa a meno della metà. I provvedimenti economici, inevitabilmente, scontentano varie fasce di elettorato, da coloro che assaporavano l’imminente pensione a proprietari di immobili e soprattutto di seconde case, da pensionati con 1500 euro al mese a “scudati” anonimi, e così via. Tassisti e farmacisti invece tirano un bel sospiro di sollievo.

Su quanto sia rigorosa, equa e pro-crescita questa manovra sospendiamo il giudizio, in questa sede. Qui ci interessa soprattutto un altro punto: quanto questo governo si caratterizzi come alternativa a quello che ci ha preceduto e alla maggioranza che ci ha (mal)governato per 8 anni su 10 . Il sospiro generale di sollievo che ha accolto Mario Monti a Palazzo Chigi comprendeva anche la “liberazione” da un periodo di mistificazioni e falsità - “ tutto va bene”, “abbiamo i conti in ordine”, “stiamo meglio degli altri Paesi” - propalate fino all’estate scorsa. E infatti una operazione-verità c’è stata quando è stato ripetuto più volte che stavamo per finire come la Grecia.

Buone nuove
, December 13, 2011

Non tutto è nero e fosco come sembra. All’orizzonte si profila anche qualche buona notizia.

Dopo molto parlare e molto annunciare, infatti, l’adeguamento alla media europea degli stipendi dei (numerosi) parlamentari italiani non dovrà più avvenire, con “urgenza” e “per decreto”. Il tema, delicatissimo come facilmente s’intende, andrà invece posto in discussione laddove lo si è sempre dibattuto e sempre lo si dovrà dibattere: in Parlamento. Saranno le Camere, e non più, per fortuna, un noioso professore di economia insieme ai suoi altrettanto noiosi professori circondati da tecnici, a provvedere, se vorranno provvedere, al taglio delle indennità di deputati e senatori. Nel modo, nel tempo e nel quanto che riterranno più corretti e opportuni. Oppalà.

È quanto previsto da un emendamento del governo (quello dei noiosi, sempre loro) presentato alle Commissioni Bilancio e Finanze. E per fortuna. Perché la norma prevista in origine dal decreto sarebbe stata illegittima, come ci spiegano i più esperti. Anche per quanto riguarda lo stipendio dei parlamentari, dunque, l’ultima parola toccherà, come sempre, ai parlamentari medesimi. Cui il governo ha tuttavia ricordato, con fermo garbo istituzionale, la necessità-dovere di equiparare il trattamento economico di titolari di cariche elettive e dei vertici di enti e istituzioni pubbliche rispetto alla media degli analoghi trattamenti economici percepiti dai colleghi europei.