Rivista il mulino

Content Section

Central Section

la nota
O Beppe o dittatura
, May 14, 2012

«O Nikos o Beppe », sentenzia dal suo blog Giuseppe Grillo, detto Beppe. Quel che intende è da un lato semplice, dall’altro preoccupante: a salvare la vita (ma lui usa un’altra espressione, più fescennina) della democrazia, e per paradosso della partitocrazia, può provvedere solo il Movimento 5 stelle. Quando la (cosiddetta) Seconda Repubblica sarà giunta al capolinea, spiega, o il vuoto in cui è precipitata la politica sarà stato riempito da «un movimento di popolo che ha deciso di tirarsi su le maniche e occuparsi della cosa pubblica», o sarà invece riempito da movimenti neofascisti come quello francese di Marine Le Pen, o ultranazionalisti come Fidesz, dell’ungherese Viktor Orban, o nazisti come quello greco di Alba dorata, capeggiato dal Nikos (Michaloliakos) di cui lui sarebbe l’alternativa. Insomma, o Beppe o dittatura.

Resistiamo alla curiosità, e non indaghiamo troppo sulla circostanza singolare che nell’elenco funesto non ci sia la Lega Nord, il solo movimento di massa italiano che si possa ricondurre all’estrema destra del tipo Blut und Boden, sangue e suolo. Forse il silenzio dipende dal fatto che, fra un Trota e l’altro, il partito degli etnisti nostrani si sta dissolvendo. O forse la questione è più tattica, come suggerisce anche la presa di posizione di Grillo contro lo ius soli e contro la cittadinanza per i figli degli immigrati che siano nati in Italia. Insomma, quelli leghisti sono voti in gran parte in attesa di collocazione. Può convenire essere delicati, e non urtare sensibilità doloranti.

(adagio, ma non troppo)
Barra a sinistra
, May 7, 2012

Dopo la vittoria laburista nelle elezioni municipali di giovedì (in cui il Labour è tornato a essere il primo partito inglese e ha quasi riconquistato Londra), ieri la Spd e i Verdi hanno prevalso nelle elezioni del Land dello Schleswig-Holstein (che va probabilmente verso una coalizione Spd-Verdi-Ssw); in Grecia una sinistra sparsa e frammentata ha comunque raccolto più della metà dei voti e domani i dati delle amministrative italiane potrebbero fare del Pd il primo partito. Naturalmente, il risultato più importante è la vittoria di François Hollande in Francia, che ha il potenziale di riaprire la partita sul come affrontare la crisi del debito sovrano e produrre a livello europeo un compromesso meno inutilmente doloroso di quello imposto da Angela Merkel e di fatto subito da Nicolas Sarkozy.

Il margine della vittoria di Hollande è relativamente debole (sul 3%, vale a dire un po’ più di un milione di voti), ma non dovrebbe influire troppo sul risultato delle legislative di giugno: il Front National di Marine Le Pen renderà difficile la vita all’Ump, mentre a sinistra le regole di desistenza sono ben collaudate e dovrebbero consentire ai socialisti di ottenere una maggioranza assoluta (quindi senza la necessità di fare un’alleanza programmatica col Front de Gauche e il Pcf). Inoltre, l’Ump si ritrova senza leader (e Sarkozy, come Berlusconi, aveva un suo proprio valore aggiunto in voti): anche questo influenzerà negativamente il risultato elettorale del centrodestra. Nella Quinta Repubblica i francesi hanno sempre concesso al presidente neo eletto la maggioranza. Talora, in elezioni a metà o fine mandato, hanno sanzionato le politiche presidenziali, imponendo la cohabitation, ma questo non è mai avvenuto a inizio mandato. Dunque Hollande avrà la sua maggioranza per governare in Francia e pesare in Europa.

Festeggiare il lavoro?
, April 30, 2012

A ogni ricorrenza, anno dopo anno, ci si ritrova ad ascoltare e a leggere le stesse cose. Ma che accadrebbe se queste  ricorrenze non ci fossero più? Molte festività laiche sono state oggetto di discussioni e polemiche, sia perché considerate, a torto, di parte; sia perché ritenute responsabili di un calo della produttività, vero peccato originale di qualsivoglia forma di astensione dal lavoro.

Un primo bilancio
La Francia al voto
, April 23, 2012

Questo primo turno delle presidenziali francesi può già darci qualche prima, importante indicazione. L’astensionismo si assesta attorno al 20%, circa quattro punti in più rispetto al 2007, quando il livello dell’astensione al voto fu eccezionalmente basso. Ma la partecipazione può essere considerata più o meno equivalente a quella di molte elezioni precedenti, il che conferma che le presidenziali mobilitano i Francesi.

François Hollande è in testa con il 28,6% dei suffragi. Raggiunge così il secondo risultato mai ottenuto da un candidato socialista al primo turno (dopo Mitterrand nel 1988) e ora potrà trarre beneficio da una dinamica a lui favorevole. Jean-Luc Mélenchon, arrivato quarto con l’11,1% dei voti, mostra la persistenza di una cultura della sinistra radicale, minoritaria ma pur sempre di lunga tradizione. Eva Joly, per i Verdi, e i due candidati trotzkisti ottengono in totale poco meno del 4%. Pertanto, sinistra e estrema sinistra ottengono in tutto oltre il 43,5% (circa 8 punti in più rispetto al 2007). L’aumento è significativo ma il livello complessivo della sinistra rimane al di sotto dei buoni risultati ottenuti nei decenni Settanta e Ottanta.

Dal canto loro, destra ed estrema destra raccolgono il 46,8% dei voti, due punti in più rispetto al 2007, ma con un cambiamento interno a questa compagine completamente nuovo. Nicolas Sarkozy non riesce a ottenere che la seconda posizione, con il 27%. Ed è questa la prima volta nella storia della V Repubblica francese: fin qui, infatti, al primo turno il presidente uscente candidato alla riconferma si era sempre classificato al primo posto. Questo risultato deriva da una perdita di 4 punti rispetto a quanto da lui ottenuto nel 2007. Una punizione molto severa dopo il suo primo quinquennato, segnale inequivocabile del fallimento di una campagna da lui molto caratterizzata verso destra nella speranza, come già era avvenuto nel 2007, di catturare ancora una volta l’elettorato del Fronte Nazionale.

L’impossibilità di sapere
, April 16, 2012

La sentenza per la strage di Brescia non sorprende. La mancata individuazione di responsabili era già scritta nei trentotto anni trascorsi da allora e negli errori e depistaggi operati fin da subito da chi era connivente, o non ostile, alla destra radicale. Del resto, l’avevamo già scritto sulla rivista, con un contributo puntuale e dettagliato di Anna Cento Bull  che segnalava sia l’indifferenza con cui procedevano i processi, sia la perdurante refrattarietà da parte della destra di derivazione Msi ad ammettere le responsabilità dei membri di Ordine Nuovo nelle stragi e in quella di Brescia in particolare.

Parlare degli anni di piombo e della strategia della tensione oggi, era come rievocare la resistenza negli anni Ottanta: eventi lontani, sfuocati agli occhi di quasi due generazioni. Da allora, la politica italiana ha attraversato ere geologiche, basti pensare al diluvio forza-leghista che ci ha sommersi negli ultimi vent’anni. Eppure la drammaticità di quegli eventi ha ancora la forza di scuotere. Perché solo l’Italia ha vissuto un periodo di così intensa lotta politico-ideologica tanto da indurre tanti a sparare per le strade, a prendere ostaggi, a piazzare bombe sui treni, nelle piazze, negli edifici pubblici. In Spagna e in Gran Bretagna, dove il terrorismo dell’Eta e dell’Ira è stato anche più sanguinario, esso si ammantava di una motivazione “nazionalista”, tipica delle lotte di liberazione nazionali, non di motivazioni ideologiche.