Rivista il mulino

Content Section

Central Section

la nota
Europa, la grande Repubblica
, October 29, 2012

«It is the duty of a patriot to prefer and promote the exclusive interest and glory of his native country: but a philosopher may be permitted to enlarge his views, and to consider Europe as one great republic, whose various inhabitants have attained almost the same level of politeness and cultivation». Le parole che abbiamo appena letto sono tratte dalle ultime pagine del terzo volume di The History of the Decline and Fall of the Roman Empire di Edward Gibbon, pubblicato nel 1781. Oggi ciò che più ci colpisce nel leggerle è probabilmente la caratterizzazione dell’Europa come una “grande Repubblica”. Siamo a pochi anni dallo scoppio della rivoluzione francese, che annuncia un secolo, il XIX, che vede l’emergere dei nazionalismi e l’ingresso del continente in una nuova fase di quella lotta per la supremazia tra le maggiori potenze destinata a durare fino al XX secolo. Eppure lo storico inglese coglie già, nella realtà economica e sociale dei Paesi europei, quella sostanziale uniformità di condizioni di vita, di istituzioni e di cultura che trova la propria – imperfetta – espressione nell’esperimento dell’Unione europea. A ben vedere, la preveggenza di Gibbon non dovrebbe sorprenderci.

Ma che c'entra Pietro Micca?
, October 22, 2012

Mentre in Francia continua il percorso accidentato della legge 16 dicembre 2010 di “réforme des collectivités territoriales”, da noi l’algida discussione sulla razionalizzazione si carica di un’esplicita vena polemica, di contestazione del ceto politico, considerato in genere rapace, costoso e inadeguato. Il “Parlamento dei nominati”, del resto, non ha saputo dare risposte chiare all’opinione pubblica e non v’è dubbio che, anche per comprensibili ragioni di opportunità e di fattibilità immediata, il governo abbia deciso d’incidere sul livello meno forte sotto il profilo politico e meno a diretto contatto con i cittadini, quello provinciale. Un palazzo in cui, nella vita, è possibile non si debba mai mettere piede e dei cui servizi si ha in genere un’idea piuttosto vaga. Astraendo dai risparmi effettivi, si è individuato l’anello debole della catena delle cariche pubbliche, e si è partiti da lì.

Le reazioni sono state d’incredulità e sgomento. Fino agli ultimi giorni di luglio, quasi nessuno immaginava che si sarebbe dovuto metter mano con rapidità ai confini provinciali. Era qualcosa di inaudito e d’incredibile che avrebbe dovuto richiedere – così parlavano i saggi – adeguata ponderazione. Poi, lo spread e la situazione internazionale hanno offerto a Monti l’occasione per forzare i tempi.

La devolution del malaffare
, October 15, 2012

Quando incominciò l’epopea di Mani pulite - sottolineiamo epopea perché per più di un anno l’opinione pubblica acclamava il lavoro dei giudici godendosi l’azione “purificatrice” contro politici e magnati corrotti - solo “il manifesto” e qualche altra voce isolata sollevava obiezioni sul metodo del pool: troppo sbrigativo con la carcerazione preventiva, troppo a maglie larghe la rete delle supposte complicità. Per il resto, era tutto un coro di “olé”. Il “verminaio” della corruzione - così veniva descritto - era talmente disgustoso che bisognava in ogni modo estirpare il male alla radice.  Poi, all’alba del 1994, prima con prudenza e in seguito con sempre maggior vigore, è incominciata una revisione critica fino a invertire completamente il giudizio su Tangentopoli. La vulgata che si è diffusa è stata quella della “congiura dei giudici”. Magari qualche politico aveva messo le mani nella marmellata, ma la decapitazione della classe politica della Prima Repubblica era stata studiata a tavolino da quei giacobini del pool di Milano. E anche qui, chi aveva plaudito con entusiasmo all’azione dei giudici cambiava, come d’abitudine, casacca, adottando il politicamente corretto della congiura giudiziaria.

Perché ricordare tutto questo? Per il semplice motivo che ci troviamo di fronte a una situazione che ricorda molto da vicino il 1992. Ogni giorno c’è un'incriminazione e cade una testa.

Aritmetica d'evasione
, October 8, 2012

La notizia s’è presa tutta una pagina di quotidiano: tale Giuseppe Saggese è finito in carcere per peculato. Maneggiando in modo più o meno creativo i bilanci e i contanti di Tributi Italia, si sarebbe intascato personalmente quindici milioni di euro, sottraendone nel complesso un centinaio alle casse (e ai cittadini) di circa quattrocento comuni. Sembra che il gruzzolo sia stato investito, per così dire, in beni di prima necessità come Audi, Mercedes, Jeep Cherokee, yacht e noleggio di aerei; per tacere di sponsorizzazioni a ignoti musicisti coinvolti in opere liriche messe in scena in Vaticano, in onore di Madre Teresa di Calcutta, o stipendi da ottomila euro a ex generali delle Fiamme gialle e consorti. Naturalmente, tutto questo è da dimostrare. Nell’attesa, proviamo a fare un paio di considerazioni.

La prima è di tipo aritmetico. Prendiamo per buona la stima di chi opina che nel nostro amato Paese vengano sottratti allo Stato, e a noi, pressappoco centoventi miliardi di euro l’anno. Aggiungiamoci l’ipotesi che evadere le tasse o intascarsene l’importo siano comportamenti che si somigliano molto, almeno dal punto di vista del danno pubblico procurato (e magari anche da quello della moralità privata, per usare un concetto fuori moda). Abbiamo così tutto quello che ci serve per far di conto. Cento milioni stanno in centoventi miliardi ben un milione e duecentomila volte.

Industria e politica industriale in Italia
, October 1, 2012

L’industria italiana non se la passa bene. È stretta fra congiuntura e problemi strutturali. La prima, con la persistente caduta della domanda interna in Europa e soprattutto in Italia, sta mettendo a dura prova la sopravvivenza stessa di molte imprese. Ma al netto della crisi, da un decennio si fanno più stringenti i vincoli strutturali, che in passato si era riusciti a scavalcare con successo: imprese troppo piccole; pochi laureati nelle aziende; scarsa ricerca e sviluppo. Molte ce la stanno facendo bene lo stesso, ma il loro totale è troppo piccolo. Rischiamo seriamente una forte contrazione della nostra base industriale. Una pessima notizia: senza una forte base industriale, anche il miglior terziario è più debole. Il Paese nel suo insieme va avanti troppo poco. Che cosa si può fare? Per cominciare, tornare a discutere seriamente di politica industriale; cioè di quello che le politiche pubbliche possono (e non possono) fare per favorire processi di rafforzamento e di trasformazione della nostra industria. Una discussione non banale, tra fallimenti del passato e vincoli finanziari del presente.

Una discussione che non c’è, né in sede politica né in sede scientifica. Largo spazio hanno le posizioni estreme di quanti continuano ideologicamente a pensare che la cosa migliore è non far nulla; che il mercato (come si è visto benissimo con la recente crisi…) risolve tutto per il meglio da solo. Molto si discute di favole. Ne circola una secondo la quale le imprese italiane sarebbero inondate di risorse pubbliche, senza buoni motivi; esisterebbe un ennesimo tesoretto da destinare alla riduzione fiscale.