Rivista il mulino

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la nota
Mario Monti e il dopo Monti
, December 17, 2012

Come tutti coloro che accedono ai piani alti della politica, e massimamente quando entrano nelle stanze del potere, anche il professor Mario Monti sembra essere tentato dal dismettere i panni del “tecnico” per calarsi in quelli del politico tout court. Vedremo tra pochi giorni quali saranno le sue intenzioni. Nel frattempo è chiaro che ogni sua decisione, in senso o nell’altro, influirà in maniera determinante sulle dinamiche elettorali e del sistema partitico.

Il primo effetto di una partecipazione diretta, con una propria lista (operazione peraltro tecnicamente difficile nei tempi ristretti di questa campagna elettorale per via della raccolta firme, formazione delle liste, organizzazione e promozione delle iniziative ecc.), sarebbe quello di frammentare ulteriormente il panorama del centro e forse anche della destra. Una lista autonoma guidata  da Monti in prima persona avrebbe al suo fianco una lista “Terzo Polo” e alla sua destra il PdL, la Lega e probabilmente gli ex-An, oltre a qualche altro cespuglio. Il centro e la destra sono, tutti i partiti  compresi, elettoralmente equivalenti al blocco di sinistra classica Pd-Sel-Socialisti. Ma non sono coalizzabili gli uni con gli altri ( a parte Terzo polo e lista Monti, ovviamente). La Lega non vuole sentire parlare del professore e lo stesso vale all’interno di buona parte del PdL, tant’è che non solo gli ex-An sono pronti a partire ma anche altre anime inquiete si muovono verso una direzione autonoma (Crosetto e Meloni). L’ostilità a Monti alberga tra l’elettorato pidiellino più ancora che tra la classe dirigente. Dopo aver nutrito per lustri i propri elettori di umori anti-europei, anti-establishment e anti-tasse ora è difficile farli convergere verso chi rappresenta l’antitesi di tutto ciò. Spezzoni del ceto dirigente pidielino possono sì cercare riparo sotto l’ombrello montiano ma non ciò porterà loro molti consensi. E se c’è chi immagina una qualche forma di intesa tra Berlusconi e Monti vuol dire che è rimasto prigioniero del castello incantato di Arcore. La frammentazione del centro e della destra consente quindi all’alleanza progressista un vantaggio strategico. 

Scola di laicità
, December 10, 2012

Dice Angelo Scola, arcivescovo di Milano, che lo stato laico minaccia la libertà religiosa. Non lo afferma in modo così crudo e netto, ma all’interno di un complesso Discorso alla città pronunciato il 6 dicembre scorso nella basilica milanese di Sant’Ambrogio. Diciassette secoli fa, sostiene, l’editto di Costantino ha segnato l’initium libertatis dell’uomo moderno, e in particolare l’atto di nascita della libertà religiosa.

Già qui è lecito dissentire. A quel lontano febbraio del 313, e al riconoscimento «a chicchessia» della «libera volontà di aderire vuoi alla fede dei cristiani, vuoi a quella religione che ognuno reputi la più adatta a se stesso», hanno velocemente tenuto dietro provvedimenti sempre più persecutori nei confronti di chi aderisse alla religione cosiddetta pagana. Nel 341-342 furono banditi i sacrifici. Nel 346 furono chiusi tutti i templi, e fu comminata la pena di morte a chi avesse compiuto sacrifici. Nel 353-358 la pena di morte fu anche prevista per chi adorasse le statue degli dèi. Nel 381-385 si tornarono a proibire i sacrifici, e ci si aggiunse anche la divinazione. E soprattutto, con l’editto di Tessalonica del 380, gli imperatori Teodosio I, Graziano e Valentiniano II misero al bando tutte le professioni di fede che contrastassero con il credo niceno. «Ordiniamo che il nome di Cristiani Cattolici avranno coloro i quali non violino le affermazioni di questa legge», proclamano. E poi: «Gli altri li consideriamo persone senza intelletto e ordiniamo di condannarli alla pena dell’infamia come eretici […] costoro devono essere condannati dalla vendetta divina prima, e poi dalle nostre pene, alle quali siamo stati autorizzati dal Giudice Celeste». 

Ripartire da Taranto
, December 3, 2012

Quella dell’Ilva di Taranto è una storia italiana. Ha tanti degli ingredienti che ritroviamo nello sviluppo del nostro Paese, nel bene e nel male. Ma è anche una cartina al tornasole: per verificare se e quanto avremo la capacità di disegnare, un po’ alla volta, uno sviluppo diverso.

L’Ilva è un pezzo importante del nostro sistema manifatturiero. Ha una dimensione rilevantissima sull’economia locale, ma anche un ruolo decisivo a scala nazionale: per le forniture alle industrie a valle, per il saldo della nostra bilancia commerciale. È frutto della storia, per molti versi positiva, della nostra grande rincorsa industriale: dal Piano Sinigaglia alla siderurgia pubblica, al grande costante aumento della produzione negli anni del boom fino alla storica decisione di creare il Quarto Centro Siderurgico a Taranto e poi di raddoppiarlo. Nonostante tutte le difficoltà del quadro internazionale (fra nuovi produttori e nuovi materiali) e la crisi irreversibile dell’impresa pubblica, uno stabilimento che è rimasto competitivo, efficiente.

Allo stesso tempo, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’Ilva ha un impatto devastante sull’ambiente, moltiplicato dalle enormi dimensioni dello stabilimento. Ha condizionato negativamente tutta l’area di Taranto, con un inquinamento persistente e rilevante. Ha avuto effetti drammatici sulla salute dei lavoratori e dei cittadini.

Un punto a favore della bella politica. Ma è solo l'inizio
Le primarie, un partito e la destra che non c'è
, November 26, 2012

Alle otto meno dieci c’è ancora gente e in molti seggi si vota ben oltre l’orario di chiusura. Ma chi ha già votato dice di non avere fatto grandi file. Dopo tante parole, e critiche, e rimbrotti, alla fine tutti sono costretti a riconoscerlo: queste primarie ci volevano proprio. Sono state uno straordinario successo: a livello nazionale sono state le prime, vere primarie. Esse danno fiato a chi corre ogni giorno convinto che la strada da percorrere debba essere, più che mai, politica. Gettano un po’ di luce, quanto basta, per rendere visibili nuovi progetti possibili di vita comune e condivisa, in un Paese troppo a lungo vissuto di disprezzo e rancore tra le parti. Smuovono, soprattutto, un bel pezzo di quella politica considerata (spesso non a torto e indipendentemente dall’anagrafe) vecchia e imbalsamata, rimettendola in carreggiata nei confronti di quella che troppo a lungo è stata considerata (quasi sempre sbagliando) anti-politica. Ecco il dato più rilevante. Indipendentemente dai risultati – ce ne occuperemo come di consueto a breve alla voce “Questioni primarie” – gli oltre tre milioni di elettori che, nonostante i temuti piccoli disagi, si sono recati al voto per indicare il loro preferito tra i “fantastici cinque” hanno dato un aiuto grande e concreto per riequilibrare la bilancia a favore della politica.

Il sesto continente
, November 19, 2012

Se siamo convinti che i continenti siano ancora cinque, come ci hanno insegnato a scuola, sbagliamo. Perché da qualche anno se ne è aggiunto uno nuovo, che galleggia sotto forma di due enormi isole in mezzo al Pacifico. Grande come il Canada, è fatto solo di immondizia, ed è diventato il simbolo del “troppo pieno” che hanno raggiunto nella cosiddetta civiltà del benessere gli stili di vita dell’Occidente, almeno di quella che è, o è stata, la sua parte più grassa e opulenta. Daniel Pennac ci ha costruito sopra uno spettacolo teatrale, in scena in questi giorni. Anche al “sesto continente” conviene pensare nel gesto quotidiano del “buttare via”. All’idea di meno rifiuti (e anzi, idealmente, di “rifiuti zero”), ben chiarita in apposite direttive della Commissione europea, fanno riferimento tutte le iniziative pubbliche per la Settimana europea di riduzione dei rifiuti.

Pur senza invocare gli ideali di decrescita alla Latouche che respingono il modello di consumo su cui, pigramente, ci siamo adagiati, adottando stili di vita più consapevoli ognuno di noi può dare il proprio contributo. Dopo il grande scandalo di Napoli e della Campania,