Rivista il mulino

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la nota
Il Mezzogiorno in default
, July 23, 2012

Nei giorni scorsi si è diffusa la preoccupazione per un rischio di default della Regione Sicilia. Si tratta di un problema particolare o siamo di fronte a un fenomeno ben più vasto? In realtà la questione va ben al di là del caso Sicilia. Se infatti non si tiene solo conto del debito regionale in senso stretto, ma dei trasferimenti netti a favore delle regioni e degli enti locali del Sud, siamo in presenza di un deficit strutturale del Mezzogiorno stimato dalla Banca d’Italia in circa 60 miliardi all’anno (lo Stato incassa molto meno di quello che spende). Valori simili riguardano i trasferimenti realizzati nell’ultimo sessantennio.

Certo, questi trasferimenti servono per garantire l’accesso ai servizi fondamentali dei cittadini meridionali secondo il dettato della nostra Costituzione, e servono per promuovere lo sviluppo economico. Ma dopo sessant’anni è evidente che essi alimentano un’offerta di servizi e infrastrutture gravemente inefficiente, e non sono stati in grado di innescare uno sviluppo economico autonomo nel Sud, mentre gravano pesantemente sulle finanze pubbliche. È altrettanto chiaro che i vincoli posti dalla globalizzazione dell’economia e dall’integrazione europea non consentono più di continuare su questa strada, come le vicende della crisi in corso mostrano ampiamente. Una svolta è indispensabile.

La Sicilia, come Regione statuto speciale, ha avuto più trasferimenti e più autonomia nell’impiego delle risorse. Avrebbe dovuto crescere di più, e invece ha speso di più e si è sviluppata meno delle stesse regioni meridionali.

Più tagli, meno sviluppo
, July 16, 2012

Come mostrano molto bene tutti i dati disponibili, nel nostro Paese ricerca scientifica e innovazione sono malati gravi. Ma ora, con i tagli previsti dal decreto sulla spending review, anche se dovessero sopravvivere, rischiano danni irreparabili. È questo il rischio che, fuor di metafora, corre il nostro Paese. L’Università è stata risparmiata, ma è ormai ridotta all’osso dai tagli già subiti. A essere colpiti in maniera drastica sono gli altri enti pubblici dove si sviluppa la ricerca e si crea innovazione attraverso la produzione di nuova conoscenza: dall’Agenzia spaziale italiana all’Istituto nazionale di astrofisica, dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia al Consiglio nazionale delle ricerche, all’Istituto Nazionale di fisica nucleare e molti altri ancora, in tutto dodici enti di alta qualità facenti capo al Ministero.

Ma anche il nostro Istituto nazionale di statistica, l’Istat, che ha il compito fondamentale di censire la popolazione, fornire dati di qualità, affidabili e tempestivi su tutti gli aspetti rilevanti del nostro Paese, indispensabili per orientare le politiche pubbliche e fondamentali per ogni indagine su come cambia la vita degli italiani, ha subito tagli ai finanziamenti tali da fare dire al suo presidente, Enrico Giovannini: «dal prossimo gennaio non effettueremo più statistiche».

Alcuni quotidiani hanno fatto notare il paradosso tutto italiano di elogiare l’eccellenza dei risultati scientifici (come la scoperta del bosone di Higgs) per poi calare la scure (questo il premio!) proprio sul suo artefice, quell’Istituto Nazionale di fisica nucleare colpito con un taglio di oltre 9 milioni di euro (-3,79%) per il 2012 e di 24,3 milioni (-10,1%) per il 2013 e 2014.

Tagliare? Sì, ma dove
, July 9, 2012

Sin dalle elementari, l’alunno Mario Monti ha studiato al Leone XIII, storico collegio milanese gestito dalla Compagnia di Gesù a due passi da porta Sempione. Nello stesso collegio, a partire dall’anno scolastico 1956/1957 ha frequentato il liceo classico nella sezione B. Un suo compagno di classe di allora lo ricorda così: “Era un ragazzo serio ma cordiale, non l’ho mai visto perdere la pazienza; e non aveva quell’aspetto un po’ imbronciato che appare nelle foto pubblicate sui principali quotidiani. Aveva un sottile senso dello humor. Io e lui avevamo una cosa in comune: eravamo deboli in ginnastica. Per il resto mentre io leggevo ancora Topolino lui sfogliava già le riviste di economia”. Inutile sottolineare, e infatti il suo compagno si guarda bene dal farlo, che il giovane Monti aveva un profitto notevole e faceva sempre tutti i compiti a casa. Ora, proviamo a immaginarcelo, il nostro presidente del Consiglio, che di ritorno dall’ennesima trasferta a Bruxelles, questa volta faticosissima ma fruttuosa, deve mettersi alla scrivania per dare seguito agli impegni presi. Insomma, per fare i compiti a casa. Lo fa con la consueta intelligenza e devozione ma anche con un sottile senso di colpa perché, suo malgrado, per la prima volta nella vita non è tra i primi della classe. Per di più non si tratta di una bella versione di greco, né Tucidide né tanto meno Erodoto. Sono anzi compiti un po’ noiosi: è matematica, e per giunta elementare.

Per quanto la si voglia chiamare “spending review”, altro non è se non una comune partita doppia. Tanto entra, tanto esce. Nel caso italiano, com’è noto, con un debito pubblico che ormai veleggia verso i 2.000 miliardi di euro (ma, come mostra bene questo terrificante link, continua a crescere mentre io scrivo e mentre voi leggete) il problema è sempre lo stesso. L’allegro banchetto cui la partitocrazia si è servita per decenni per alimentare lo scambio tra spesa pubblica e voti. Giunti a questo punto, con il malefico spread che continua a pulsare per ricordarci l’enorme spreco di risorse sotto forma di interessi per rimborsare tale debito (pari, solo per riferirsi a quanto speso in una giornata tipo, sempre quella in cui scrivo, a quasi 67 milioni di euro), bisogna decidere che cosa tagliare. Perché la “spending review”, che in teoria potrebbe anche voler dire risparmio di qua per investire di là, altro non è se non soprattutto questo, tagli su tagli. Noia a parte, ecco la gravità del compito.

Ricostruire dove la terra trema
, July 2, 2012

I terremoti sono come le guerre. Lasciano dietro di sé cumuli di macerie. E, come le guerre, lanciano una sfida che si può perdere o vincere, la sfida della ricostruzione. Anche ora, nel caso del terremoto che ha colpito la pianura padana, si tratta di pensare a ricostruire. Dopo la prima fase, quella dell’emergenza, quando occorre dare un riparo a tutti coloro che vivevano in costruzioni rese inagibili, la seconda fase è forse la più delicata. Bisogna trasformare le tende in insediamenti temporanei in attesa della ricostruzione. È la cosiddetta “fase dei prefabbricati”, spesso graziose villette mono o bifamiliari, ammassate in uno spazio il più delle volte angusto, dotate comunque di qualche confort. Tutto bene se l’insediamento sarà effettivamente temporaneo, se il processo di ricostruzione, tra progettazione, finanziamento e realizzazione non durerà in eterno. Perché è in questa fase, quando molti abitanti vivono ancora negli insediamenti temporanei, che si decide il volto della comunità ricostruita.

In alcuni casi, è stata adottata una strategia della ri-localizzazione. Soprattutto nel Belice, dove sono state ricostruite “altrove” Salaparuta, Poggioreale e Gibellina, ma anche in Irpinia, dove la stessa sorte è toccata a Conza della Campagna. Anche in quest’ultimo caso non si può escludere che qualcuno suggerisca o elabori progetti di urbanizzazione e di edilizia residenziale in qualche area esterna dove trasferire la popolazione che ha perso la propria abitazione. In pochi mesi, come il caso dell’Aquila insegna, si possono costruire nuovi quartieri, fornire alloggi “chiavi in mano”, dotati di cucine moderne, bagni, docce, televisione (naturalmente) e accesso a internet e magari anche un parco giochi e una piscina. Eppure, a circa tre anni dalla consegna delle prime case ai terremotati d’Abruzzo, mi piacerebbe sapere che cosa ne pensano gli abitanti.

Intrattenimento e intercettazioni
, June 25, 2012

Speriamo che si riveli un fuoco di paglia. Una fiammata che si estingue rapidamente senza lasciare conseguenze. Ad alimentare questa speranza sono i commenti di autorevoli giuristi ed esponenti di primo piano della magistratura. Concordi nel sostenere che le conversazioni tra l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino e un consigliere giuridico del Quirinale non rivelino un’attività illecita o moralmente censurabile da parte degli interessati. Sarebbe una buona notizia, tra le poche di questo torrido inizio d’estate, il fatto che non stiamo per fare i conti anche con una gravissima crisi istituzionale.

Chi ha tentato di alimentare l’incendio sarà deluso, ma tutti gli altri dovrebbero trarne qualche ragione di conforto. Non può sfuggire a nessuno, infatti, il ruolo essenziale che il presidente della Repubblica ha avuto nel favorire la nascita del governo Monti, e la straordinaria energia che sta mostrando nel sostenerne continuamente gli sforzi con esortazioni e consigli di cui la compagine governativa – composta in larga misura di persone che non hanno alle spalle un’esperienza politica paragonabile a quella di Giorgio Napolitano – sta verosimilmente tenendo buon conto. Nei limiti del possibile, che sono piuttosto stretti in questo momento.

Se il pericolo di un disastroso “attacco al Quirinale” in un momento di eccezionale fragilità politica ed economica del nostro Paese si allontana, ciò non vuol dire che dobbiamo lasciarci alle spalle le polemiche di questi giorni senza una riflessione. Che riguarda un tema che può apparire astruso, e ha invece un’importanza cruciale, che sarebbe imprudente sottovalutare per ciò che rivela sulla cultura politica italiana.