Rivista il mulino

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la nota
Rex stultorum
, February 11, 2013

“Ci sono in giro strane persone e ne succedono di ogni”, assicura Leonardo Dossena, sindaco di Lambrugo, in quel di Como. Dunque, ne conclude, è “meglio mettere le cose in chiaro”. Per farlo, che cosa c’è di meglio di una bella ordinanza che faccia un po’ d’ordine nel carnevale? Ecco allora che, in attesa della quaresima, ai lambrughesi non resta nemmeno la consolazione di girar per il borgo spetardando qua e là, o sparandosi addosso farina e schiuma da barba, e men che meno randellandosi l’un l’altro allegramente (per quanto il randello sia solo di plastica, e anche leggera).

Ma sono fortunati. Pur succedendone di ogni, a loro non succede quel che invece succede a Boscoreale, nel casertano. Là il sindaco non c’è più, e così ci ha pensato il commissario straordinario Michele Capomacchia, prefetto in pensione, a vietare ogni genere di carnascialesco mezzo più o meno contundente. Ma ci ha aggiunto anche l’uso delle maschere “che precludano l’immediato e sicuro riconoscimento del soggetto”. Se ne deve arguire che siano consentite tutte le altre, da quelle trasparenti a quelle che si portano in tasca.

Come a Boscoreale e a Lambrugo, in tutto il Paese è un fermento “sindacale” contro l’emergenza carnevale. A Martina Franca, per fare un esempio, i bar hanno l’obbligo di chiudere alle 20, per evitare che il carnevale – com’è peraltro sua abitudine millenaria – diventi occasione di “baldorie notturne”. E anche per mettere subito al lavoro i netturbini, ché poi se ne vanno a dormire. Ad Alatri è vietato non solo il lancio, ma anche la pura detenzione di “uova, ortaggi e simili” (la giurisprudenza alatrese avrà il suo daffare in relazione all’estensione semantica e botanico-zootecnica dell’aggettivo simili).

Così finirebbe l'Italia
, February 4, 2013

Come al solito la reazione prevalente è quella di ignorare la questione, di alzare le spalle; di richiamare i luoghi comuni secondo i quali i leghisti gridano tanto ma in fondo sono dei bravi ragazzi.

Errore grave: la proposta (per quanto vaga) di lasciare a ciascuna regione il 75% del gettito fiscale totale raccolto nel suo territorio è importante e grave; andrebbe discussa con attenzione. Prima di tutto nei suoi risvolti di tattica politica. Perché la Lega da sempre usa questo sistema: tirare molto alto – senza suscitare grandi reazioni – per poi apparire persino moderata nel richiedere concreti risultati riducendo le proprie pretese. E perché questa stessa proposta è stata fatta propria da un grande partito nazionale (il Popolo della Libertà), assumendo una rilevanza che va ben al di là della rivendicazione localistica. Il silenzio dei pidiellini è clamoroso.

Poi per i motivi di fondo. È costituzionalmente eversiva. La Costituzione è chiara: la tassazione è individuale, ed è progressiva in base al reddito. Anche i diritti di cittadinanza (istruzione, salute) sono personali, e sono indipendenti dal reddito. Per questo la politica economica nazionale svolge un fondamentale ruolo redistributivo: indirizza una parte delle tasse pagate dai più ricchi al finanziamento dei servizi per i più poveri, ovunque essi vivano. Come ovunque in Europa, come negli Stati Uniti, svolge un fondamentale ruolo politico: riduce le disuguaglianze, offre opportunità a chi ha meno. Un principio liberale, su cui si fondano le basi del nostro Stato democratico, che sarebbe stravolto dalla proposta Lega-Pdl: i principi dell’azione pubblica diventerebbero territoriali e non individuali.

Un caso di crisi del modello di governo delle regioni rosse
Il Monte dei Paschi senza il Pci
, January 28, 2013

L’intricata vicenda del Monte dei Paschi di Siena ha fatto pesantemente irruzione nella campagna elettorale ed è probabile che ne sentiremo ancora parlare. In attesa che si accertino le responsabilità, alcuni dati di fatto sono evidenti. Una banca importante – la terza a livello nazionale – ha fatto scelte sbagliate ed è stata mal gestita da chi ne detiene il controllo e designa gli amministratori, cioè la Fondazione Monte dei Paschi a sua volta controllata dagli enti locali (Comune e Provincia). Ciò solleva il tema rilevante del rapporto tra banche e fondazioni, ma qui vogliamo occuparci di un altro aspetto. Ci troviamo evidentemente in presenza di un caso emblematico di cattivo funzionamento delle istituzioni locali nel cuore delle zone rosse. Non si tratta peraltro di un caso isolato. Scandali e inefficienze hanno da tempo appannato il modello del buon governo delle regioni rosse affermatosi nei primi decenni dell’Italia repubblicana. Si è indebolita la sua capacità di offrire risposte innovative ai problemi economici e sociali, e anche di porsi come punto di riferimento a livello nazionale. È dentro questa più ampia vicenda che si colloca la questione del Monte dei Paschi. Ma come si è determinato questo cambiamento?

Nelle regioni rosse – come in altre aree del Centro Nord - vi erano delle tradizioni non erose di saper fare diffuso, ma anche di fiducia e di cultura civica (su cui aveva attirato l’attenzione proprio vent’anni fa Robert Putnam). Queste risorse hanno permesso di sperimentare il modello di produzione flessibile dei distretti industriali, nel momento in cui si sono manifestati i grandi cambiamenti dei mercati verso beni meno standardizzati e di qualità. La specificità delle zone rosse ha riguardato la governance dello sviluppo. Un solido compromesso sociale basato su sindacati forti ma cooperativi. Governi locali capaci di assecondare lo sviluppo di piccola impresa con servizi sociali diffusi ed efficaci – a lungo all’avanguardia nel Welfare italiano - e con servizi alle imprese rilevanti (non solo le aree industriali, ma i centri di servizio, le attività formative, il sostegno all’export ecc.).

La scuola, la vera emergenza
, January 21, 2013

Sono trascorsi ormai più di dieci anni da quando, il 31 ottobre del 2002, crollò l’edificio che ospitava la scuola elementare di San Giuliano di Puglia, l’unico a cedere di schianto durante il terremoto del Molise. Quel giorno a scuola, con i quattro insegnanti e i due bidelli, c’erano cinquantotto bambini. Ventisette, insieme a un’insegnante, morirono.

Sei anni dopo, a Rivoli. Questa volta senza scosse di terremoto, crollò il soffitto dell’aula di un liceo scientifico, il Darwin, e lì perse la vita David, diciassette anni, in classe insieme ai suoi compagni della quarta A. Il ministro dell’Istruzione di allora, la non dimenticata Mariastella Gelmini, parlò di “tragedia incomprensibile”.

Ma sono poche, in questo nostro Paese che rincorre sempre le stesse “emergenze”, le cose davvero “incomprensibili”. Come nel caso dell’edilizia scolastica, dove le emergenze sono ben note, almeno da quando, nel 1996, venne istituita un’Anagrafe apposita (a tutt’oggi in verità non ancora completa). Qual è, quattro anni dopo la tragedia di Rivoli, lo stato dell’edilizia scolastica in Italia? Resta pessimo, nonostante i finanziamenti che di tanto in tanto arrivano (l’ultimo, pari a 111 milioni e 800mila euro, è contenuto nel DM del 3 ottobre 2012) ma di cui spesso si perdono le tracce. Con le consuete, enormi differenze territoriali, soprattutto tra Nord e Sud, lo stato delle scuole frequentato dai nostri bambini e ragazzi resta in larga parte pessimo.

Salire in politica
, January 14, 2013

La politica in Italia oggi non gode di grande reputazione presso i cittadini, in particolare tra i giovani.

Pur essendo cresciuto l’impegno pubblico in molte attività che si stenta a non definire “politiche”, come partecipare a manifestazioni, firmare appelli e petizioni, dar vita ad appassionati dibattiti su internet contro la corruzione e la cosiddetta “casta”, si è passati dalla critica ai partiti a una sorta di ripulsa della politica e dei politici tout court. Aumenta, cioè, la voglia di far sentire la propria voce nella sfera pubblica, senza che ciò si traduca nell’aspirazione a influire sulla ripartizione del potere nell’ambito dello Stato.

La politica viene frequentemente intesa come il mestiere di chi un “vero” mestiere non ha, un’attività strumentale all’acquisizione privata di risorse (denaro, prestigio, potere): in altri termini una scorciatoia per ottenere privilegi per sé e/o per il proprio gruppo di interesse. Sembra essere caduta anche quella distinzione semantica tra “politica partitica” (cattiva) e “politica diffusa”, intesa come scelta quotidiana di trasformazione di sé e della realtà (buona), che aveva caratterizzato il mondo giovanile dopo l’esaurimento dei movimenti di protesta degli anni Settanta.

Il “vivere di politica” che Weber vedeva come un modo di rendere la politica una professione (ma non alternativo a quello di chi, vivendo “per” la politica, serve una causa e dà senso alla propria vita) è oggi sempre più spesso inteso in modo spregiativo, come stile di vita amorale se non immorale, basato sull’incompetenza e sulla sottomissione a vari padroni.