Rivista il mulino

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la nota
Industria e politica industriale in Italia
, October 1, 2012

L’industria italiana non se la passa bene. È stretta fra congiuntura e problemi strutturali. La prima, con la persistente caduta della domanda interna in Europa e soprattutto in Italia, sta mettendo a dura prova la sopravvivenza stessa di molte imprese. Ma al netto della crisi, da un decennio si fanno più stringenti i vincoli strutturali, che in passato si era riusciti a scavalcare con successo: imprese troppo piccole; pochi laureati nelle aziende; scarsa ricerca e sviluppo. Molte ce la stanno facendo bene lo stesso, ma il loro totale è troppo piccolo. Rischiamo seriamente una forte contrazione della nostra base industriale. Una pessima notizia: senza una forte base industriale, anche il miglior terziario è più debole. Il Paese nel suo insieme va avanti troppo poco. Che cosa si può fare? Per cominciare, tornare a discutere seriamente di politica industriale; cioè di quello che le politiche pubbliche possono (e non possono) fare per favorire processi di rafforzamento e di trasformazione della nostra industria. Una discussione non banale, tra fallimenti del passato e vincoli finanziari del presente.

Una discussione che non c’è, né in sede politica né in sede scientifica. Largo spazio hanno le posizioni estreme di quanti continuano ideologicamente a pensare che la cosa migliore è non far nulla; che il mercato (come si è visto benissimo con la recente crisi…) risolve tutto per il meglio da solo. Molto si discute di favole. Ne circola una secondo la quale le imprese italiane sarebbero inondate di risorse pubbliche, senza buoni motivi; esisterebbe un ennesimo tesoretto da destinare alla riduzione fiscale.

Corruzione politica e partiti
, September 24, 2012

La settimana scorsa è stata segnata dallo stridente contrasto tra due fenomeni. Da un lato, il governo ha rivisto al ribasso le stime sull’andamento dell’economia. Dunque, specie per la parte più debole delle famiglie italiane, i sacrifici non sono affatto finiti. D’altro lato, abbiamo assistito alla tragica farsa dell’appropriazione e dello spreco del denaro pubblico per fini privati nella regione Lazio, con contorno di festini, maiali e ancelle. È solo l’ultima manifestazione di un fenomeno così diffuso e radicato da porre l’Italia nelle classifiche della corruzione politica ai primi posti tra i Paesi più sviluppati.

Perché l’Italia detiene questo triste primato? Pretendere di rispondere in poche battute sarebbe inutilmente presuntuoso. Concentriamoci solo su un punto. Le cure che sono state proposte nell’ultimo ventennio per la malattia della nostra politica sono state efficaci? O di fronte all’evidente peggioramento del male non sarebbe forse il momento di pensare a medicine diverse?

Le ricette prevalenti sono maturate di fronte al tracollo della “partitocrazia” della Prima Repubblica e sono state molto plasmate da quella esperienza, nel senso di basarsi su una forte sfiducia verso il ruolo dei partiti nella politica. La domanda era: come superare il degrado dei vecchi partiti? Nella sostanza, la risposta si è basata su due ricette tra loro legate: incoraggiare il bipolarismo e l’alternanza tra coalizioni; favorire l’apertura dei vecchi partiti a soggetti nuovi, scelti direttamente dagli elettori. Alternanza e apertura possono certo fare bene, ma come per tutte le medicine bisogna chiedersi se la loro applicazione a un determinato organismo non generi effetti collaterali che peggiorano le condizioni del paziente.

L'alibi della crisi
, September 17, 2012

C’è un nemico del progresso tra noi. Si aggira per l’Italia nascondendosi dietro la Grande Crisi. È l’alibi della mancanza di risorse, che come d’incanto viene tirato fuori ogni qualvolta un progetto di riforma, o almeno di cambiamento, sbuca nel deserto delle idee che contraddistingue la cultura politica italiana. A fargli da compari, sul palcoscenico di un Paese impoverito e allo stremo delle forze, fanno capolino di volta in volta l’inefficienza del sistema, l’assenza di meritocrazia, l’ingordigia delle corporazioni. Caratteri purtroppo reali, che tenendosi bordone l’un l’altro hanno sinora impedito la messa in pratica di qualsivoglia progetto di lungo periodo di crescita e di sviluppo. Se si aggiungono la conclamata incapacità della classe politica italiana di rinnovarsi e i danni derivati dalla cultura di potere che ha segnato la gran parte del periodo successivo a Tangentopoli, la scena è completa.

Nonostante la dimostrata centralità, nel bene e nel male, del sistema formativo di un Paese per il suo benessere, l’alibi della crisi si è applicato a più riprese anche alla scuola. Evidente in teoria, ma assai poco nella pratica italiana, l’assunto lo hanno compreso bene i Paesi europei che hanno saputo valorizzare, con politiche e investimenti adeguati, il loro sistema di istruzione, facendosi trovare preparati ad affrontare, grazie anche a una buona capacità di sviluppo scientifico e tecnologico, le fasi di normalizzazione e declino che hanno segnato il panorama mondiale sin dagli anni Settanta. Anni cruciali, trascorsi a riformulare l’idea stessa di scuola per tutti, adeguandola ai nuovi bisogni e alle trasformazioni rapide e violente che di lì a poco la tanto conclamata globalizzazione avrebbe imposto. Mentre una parte rilevante e piuttosto trasversale delle élite politiche italiane, ma anche culturali ed economiche, preferiva accontentarsi dei risultati raggiunti (“i migliori asili d’Europa, un’ottima scuola elementare, centri di studio di assoluta eccellenza”, e via di questo passo), chiudendosi di fatto in se stessa, ignorando la realtà e soprattutto ignorandone gli effetti. 

Una certa idea d'Italia
, September 10, 2012

I risultati positivi ottenuti da Mario Draghi con il nuovo piano anti-spread hanno mostrato non solo la determinazione e l’alto profilo del presidente della Bce, ma – dalla reazione positiva dei mercati e dal calo repentino dello spread – hanno messo in evidenza che si è trattato di un evento importantissimo, che ci potrebbe consentire di uscire dall’incertezza e dalla crisi dell’euro. Anche lasciando da parte troppo facili entusiasmi, date le ombre che ancora si allungano sulla moneta unica, un’idea di Europa si è fatta strada nelle stesse parole di Draghi: l’euro è irreversibile, e con esso la finalità di tutelare l’integrità di tutta l’area euro, spazzando via l’idea nefasta più volte circolata di una moneta unica a due velocità. È una doppia vittoria, finanziaria e politica.

Ma se Draghi ha svolto al meglio il suo ruolo, il rischio per quanto riguarda il nostro Paese è quello di non capire che adesso tocca ai partiti, che sono già entrati nel vivo della campagna elettorale, formulare programmi realistici, riempire di contenuti le proprie esternazioni giornaliere, rimboccarsi le maniche chiarendo a tutti che la tempesta non è passata, che le riforme devono essere continuate. Che, in definitiva, la lezione è stata imparata a dovere.

Eppure dai partiti sentiamo parlare di alleanze, ma non di programmi e contenuti. Sentiamo parlare di scontro tra giovani e vecchi, ma ancora un volta la mancanza di chiarezza sui contenuti sposta lo scontro sul piano personale, senza fare capire perché il semplice dato anagrafico dovrebbe rendere i primi migliori dei secondi.

Un'Italia a due facce
, September 3, 2012

Visto da fuori, il doppio volto dell’Italia ha un che di sconcertante, tanto oscuro da un lato quanto luminoso dall’altro. Per taluni aspetti, più che mai, l’Italia sembra andare alla deriva, ripiegata su se stessa, permeata da un sentimento antieuropeo che si diffonde sempre più. L’economia in recessione, la disoccupazione che avanza, le disuguaglianze che aumentano, un numero crescente di aziende in difficoltà; ma anche nuove tensioni sociali, la tipica creatività italiana in affanno, l’attrattiva culturale e intellettuale indebolite. Dal canto suo la politica offre uno spettacolo desolante. Almeno per il momento, le principali forze politiche si sfilacciano e si mostrano incapaci di accordarsi su una riforma della legge elettorale, di definire le loro alleanze, di proporre un progetto per il futuro, di far emergere dei leader autorevoli. E quel che è peggio, Silvio Berlusconi minaccia di tornare in politica! Le vicende poco chiare si moltiplicano, toccando tutti i partiti. La sfiducia nei confronti delle élite è esacerbata dalle dichiarazioni roboanti di Beppe Grillo, che riducono il livello del dibattito pubblico a zero, mentre i problemi che il Paese deve affrontare sfiorano la drammaticità.

Vi è poi l’altra faccia, quella che consente di guardare al futuro con un cauto ottimismo. Quella dell’Italia rappresentata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal presidente del Consiglio Mario Monti. Il primo cerca di assicurare la coesione dell’Italia ricordando continuamente che non bisogna lasciare da parte nessuno, specialmente i più fragili (le donne, i giovani, i ceti sociali più bassi, gli immigrati).