Rivista il mulino

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Ricostruire dove la terra trema
, July 2, 2012

I terremoti sono come le guerre. Lasciano dietro di sé cumuli di macerie. E, come le guerre, lanciano una sfida che si può perdere o vincere, la sfida della ricostruzione. Anche ora, nel caso del terremoto che ha colpito la pianura padana, si tratta di pensare a ricostruire. Dopo la prima fase, quella dell’emergenza, quando occorre dare un riparo a tutti coloro che vivevano in costruzioni rese inagibili, la seconda fase è forse la più delicata. Bisogna trasformare le tende in insediamenti temporanei in attesa della ricostruzione. È la cosiddetta “fase dei prefabbricati”, spesso graziose villette mono o bifamiliari, ammassate in uno spazio il più delle volte angusto, dotate comunque di qualche confort. Tutto bene se l’insediamento sarà effettivamente temporaneo, se il processo di ricostruzione, tra progettazione, finanziamento e realizzazione non durerà in eterno. Perché è in questa fase, quando molti abitanti vivono ancora negli insediamenti temporanei, che si decide il volto della comunità ricostruita.

In alcuni casi, è stata adottata una strategia della ri-localizzazione. Soprattutto nel Belice, dove sono state ricostruite “altrove” Salaparuta, Poggioreale e Gibellina, ma anche in Irpinia, dove la stessa sorte è toccata a Conza della Campagna. Anche in quest’ultimo caso non si può escludere che qualcuno suggerisca o elabori progetti di urbanizzazione e di edilizia residenziale in qualche area esterna dove trasferire la popolazione che ha perso la propria abitazione. In pochi mesi, come il caso dell’Aquila insegna, si possono costruire nuovi quartieri, fornire alloggi “chiavi in mano”, dotati di cucine moderne, bagni, docce, televisione (naturalmente) e accesso a internet e magari anche un parco giochi e una piscina. Eppure, a circa tre anni dalla consegna delle prime case ai terremotati d’Abruzzo, mi piacerebbe sapere che cosa ne pensano gli abitanti.

Intrattenimento e intercettazioni
, June 25, 2012

Speriamo che si riveli un fuoco di paglia. Una fiammata che si estingue rapidamente senza lasciare conseguenze. Ad alimentare questa speranza sono i commenti di autorevoli giuristi ed esponenti di primo piano della magistratura. Concordi nel sostenere che le conversazioni tra l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino e un consigliere giuridico del Quirinale non rivelino un’attività illecita o moralmente censurabile da parte degli interessati. Sarebbe una buona notizia, tra le poche di questo torrido inizio d’estate, il fatto che non stiamo per fare i conti anche con una gravissima crisi istituzionale.

Chi ha tentato di alimentare l’incendio sarà deluso, ma tutti gli altri dovrebbero trarne qualche ragione di conforto. Non può sfuggire a nessuno, infatti, il ruolo essenziale che il presidente della Repubblica ha avuto nel favorire la nascita del governo Monti, e la straordinaria energia che sta mostrando nel sostenerne continuamente gli sforzi con esortazioni e consigli di cui la compagine governativa – composta in larga misura di persone che non hanno alle spalle un’esperienza politica paragonabile a quella di Giorgio Napolitano – sta verosimilmente tenendo buon conto. Nei limiti del possibile, che sono piuttosto stretti in questo momento.

Se il pericolo di un disastroso “attacco al Quirinale” in un momento di eccezionale fragilità politica ed economica del nostro Paese si allontana, ciò non vuol dire che dobbiamo lasciarci alle spalle le polemiche di questi giorni senza una riflessione. Che riguarda un tema che può apparire astruso, e ha invece un’importanza cruciale, che sarebbe imprudente sottovalutare per ciò che rivela sulla cultura politica italiana.

I limiti dell’efficienza francese
, June 18, 2012

La Quinta Repubblica francese sta dando una nuova prova della sua efficienza e della sua vitalità. Le elezioni presidenziali, che appassionano moltissimo gli elettori, hanno designato François Hollande il 6 maggio, la sera del secondo turno, con il 51,68% dei voti. Qualche giorno più tardi, non appena concluso il passaggio delle consegne, è stato costituito il governo. Altrettanto velocemente il nuovo governo si è messo al lavoro, avviando immediatamente alcune delle riforme promesse in campagna elettorale, in particolare in materia sociale e pensionistica.

Successivamente, il 10 e il 17 giugno, le legislative hanno dato ai socialisti una maggioranza assoluta: in questo modo non dipenderanno dal sostegno dei loro alleati verdi e, cosa ancora più importante, da quello dei deputati del Front de gauche. La destra perde più di un centinaio di seggi ed entra in un momento di grande turbolenza. Ritiratosi Nicolas Sarkozy dalla vita politica (provvisoriamente o definitivamente, solo il futuro potrà dirlo), il partito affronterà una guerra intestina per la leadership e dovrà chiarire la sua strategia in rapporto al Front national, che ottiene due deputati per la prima volta dal 1986 (quando era stato favorito dall’entrata in vigore eccezionale di uno scrutinio proporzionale). Una vittoria, quella del Front national, più che simbolica: dimostra la forza del partito e quella personale di Marine Le Pen, che non è più semplicemente la figlia di suo padre.

Dall’Eliseo, il presidente Hollande ha dunque tutte le carte in mano per il suo quinquennato. Può contare sul suo Primo ministro, che esiste politicamente poiché lui lo ha nominato; su una maggioranza parlamentare di sinistra che si concretizza nel controllo delle presidenze dell’Assemblea nazionale e, per la prima volta nella storia della Repubblica, del Senato; infine, sul sostegno delle regioni, dato che una sola métropole è governata dalla destra. Ma le difficoltà cominciano adesso.

Che ne sarà del Pdl?
, June 11, 2012

Nell’arco di un anno il monolite Pdl si è disgregato. La caduta del governo Berlusconi (oltre ad aver danneggiato terribilmente le imprese del Cavaliere, tanto per ricordare il rapporto tra la sua discesa in campo e i suoi interessi personali) e la sua sostituzione con un governo “moderato” (e per bene) ha trascinato il partito in uno stato di depressione profonda. All’interno del Pdl nessuno sa più bene che cosa fare. Le innumerevoli fondazioni e associazioni facenti capo ai vari leader  – ultima quella presentata dal presidente della regione Lazio, Renata Polverini – proliferano proprio per prepararsi a un “liberi tutti” generalizzato. Ma, come per la Grecia, bisognerà vedere se il default del Pdl sarà “gestito” – da Berlusconi inevitabilmente – oppure porterà all’implosione più incontrollabile. L’ultima mossa ufficiale  presentata e approvata nella prima direzione della storia del Pdl (e a fortiori di Forza Italia), in cui si è discusso e ci si è confrontati, punta all’organizzazione di primarie per la scelta del leader. Una rivoluzione copernicana per il partito più verticistico di tutti. Un segnale anche di grande difficoltà o, meglio, di confusione.

Laddove si predicava la virtù del capo e della leadership, si deve “ritornare al popolo”… Meglio tardi che mai. Il problema è che tutto questo nasce e si sviluppa mentre sono ancora in corso i congressi provinciali del Pdl in vista del fantomatico congresso nazionale. Vale a dire: nel momento in cui, finalmente, il partito selezionava la sua classe dirigente locale con modalità democratiche, bottom-up, e definiva i rapporti di forza interni tra le vari correnti – informali o esplicite che siano – arriva la proposta delle primarie che, inevitabilmente, devitalizza il processo di delega interno e marginalizza i quadri e i dirigenti locali. In altri termini, l’adozione di primarie rispecchia l’imprinting originale del partito che concentra sulla leadership tutta l’attenzione. D’altro lato va però detto che, in effetti, senza Berlusconi in campo le primarie sono aperte a ogni risultato e risultano destinate ad accendere la competizione interna.

Là dove osano i “grillini”
, June 4, 2012

Adesso che il Movimento 5 Stelle è risultato il vero vincitore delle elezioni amministrative, presentando liste in più di cento comuni, raccogliendo in molte città percentuali a due cifre, che lo conducono ad essere la terza (se non addirittura la seconda) forza politica del Paese, tra i “vecchi” partiti serpeggia la paura. Non si può dare loro torto perché Beppe Grillo, a differenza della Lega, con cui molti osservatori l’hanno paragonato, è riuscito in breve tempo, con costi modestissimi, e senza il radicamento territoriale di cui la Lega disponeva quando si è presentata la prima volta alle elezioni, a mettere insieme un considerevole numero di persone, giovani soprattutto e giovanissimi, nuovi all’impegno politico, ma fortemente motivati a far sentire la propria voce sulla scena pubblica.

È venuto dunque il momento di mettere da parte atteggiamenti di alterigia – birignao vari, e formule vagamente esorcistiche – per cominciare a comprendere, senza sottovalutarlo né rincorrerlo acriticamente, questo fenomeno. E la prima cosa da fare è proprio questa: non chiamarli più “grillini”, o almeno mettere il termine tra virgolette, i cosiddetti “grillini”, dal nome del fondatore del movimento. Grillo, infatti, è considerato dai militanti (e lui stesso dice di considerarsi tale) più un megafono che un capo. E su questo c’è da dargli credito fino a prova contraria, in quanto non esiste apparato centralistico, anzi non esiste apparato tout court che possa influenzare la scelta dei candidati e le decisioni degli eletti sul territorio.