Rivista il mulino

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Qualche riflessione sul voto nel Mezzogiorno
Il Sud ignorato e ribellista
, December 12, 2016

Al referendum del 4 dicembre i cittadini del Mezzogiorno hanno votato in tanti; e, ancor più che nella media nazionale, hanno votato no.

La prima circostanza non era affatto scontata. Uno degli indicatori preferiti per stabilire che al Sud c’è poco capitale sociale è proprio il voto ai referendum, perché, a differenza di quello alle elezioni politiche, non frutta utilità al votante. Eppure, in questo caso, la percentuale è stata davvero alta. Meno che nella media nazionale, certo: ma va sempre tenuto presente che la popolazione effettivamente presente nel Mezzogiorno (e quindi in grado di votare) è inferiore a quella residente. E comunque molto più alta che in precedenti referendum. Ciò suggerisce qualche considerazione meditata. Non solo sulle misurazioni del capitale sociale, ma anche e soprattutto sulle forme contemporanee di partecipazione e di espressione della volontà popolare. Azzardo solo una riflessione: mai come oggi i normali canali di rappresentanza politica, al Sud ancor più che nel resto del Paese, sono ostruiti. Molti rappresentanti parlamentari del Mezzogiorno, specie quelli di maggioranza, sono del tutto assenti da (e oserei dire disinteressati a) i propri territori. Nell’attività parlamentare, in particolare dell’ultimo triennio, essi hanno preferito sempre e comunque esprimere fedeltà al leader, piuttosto che farsi portatori di esigenze e proposte; rinunciando anche a provare a influenzare le decisioni di politica e di politica economica quando ve ne sarebbe potuta essere occasione. L’urna referendaria è quindi divenuta l’unica forma di espressione. Ma è solo una riflessione (discutibile).

Il referendum lascia sul campo molte macerie e un Paese profondamente diviso
Ricostruire, per forza
, December 5, 2016

Una bruttissima campagna elettorale – durata così a lungo che alla fine c’è da sorprendersi che sia finita, un po’ come capita con certi parenti malati da sempre che quando muoiono ci si meraviglia fossero ancora vivi – è stata oggetto di molti commenti. Le offese, le falsità, la demagogia più pacchiana, e quando possibile la ricerca del punto debole nell’avversario per affondare meglio lo stiletto e rigirarlo nella piaga già purulenta, hanno caratterizzato tutte le parti in campo su entrambi i fronti. Molti tra i più accaniti sostenitori del «no» hanno fatto del male alla loro causa ideologizzando il voto a prescindere, mentre nel contempo i più accaniti sostenitori del «sì», spesso renzianissimi di ferro (per quanto ancora?), cacciavano in testa a forza dubbi e domande a chi già per il «sì» aveva optato. A nulla servirebbe riportare qui le perle migliori: la grande madre Rete almeno per questo serve a qualcosa.

Alla fine, la sensazione è stata quella di avere vissuto gli ultimi mesi accompagnati da un indistinto e fastidioso rumore di fondo, con livelli di decibel a volte insopportabili per l’umana creanza. Il risultato, che vogliamo credere raggiunto per via in buona parte involontaria, è stato che anche chi accusava di populismo i propri avversari lo ha fatto ricorrendo alle tipiche armi del confronto populista.

Ora che una delle due fazioni ha prevalso, e nettamente, si dirà che «l’Italia ha bisogno di ritrovarsi unita». Ma è assai difficile che dopo una simile, estenuante campagna elettorale ciò possa accadere; di certo non in tempi brevi.

Qualcuno, un quarto di secolo fa, si è illuso di essere approdato alla Seconda Repubblica; e ora si è immaginato che la Terza fosse alle porte.

Le due destre
, November 28, 2016

Semplificando molto e astraendo dalla grande varietà di casi nazionali, le destre sono due. C’è una destra liberale – in Italia diremmo liberista o mercatista – che sostiene i processi economici di globalizzazione e la concorrenza dei capitali dentro e fuori i confini di un singolo Paese. Essa è ostile non tanto allo Stato, ma alla sua interferenza in questi processi: che lo Stato intervenga attivamente per favorirli, per smantellare «difese corporative», è anzi visto con approvazione. E c’è una destra conservatrice, tradizionalistica e comunitaria – la destra del «Dio, Patria e Famiglia» – che trae i suoi consensi proprio dagli sconvolgimenti sociali che un capitalismo senza freni produce: disoccupazione e precarietà, declino di intere regioni, peggioramento nella distribuzione del reddito. Queste due destre ci sono sempre state, sin dagli albori del capitalismo moderno e della democrazia rappresentativa, a volte dando origine a un compromesso instabile nello stesso partito, a volte divise in partiti diversi e contrapposti. La divisione si manifesta quando le ragioni del mercato entrano in più forte conflitto con le ragioni della società: è allora che chi presta orecchio alle sofferenze sociali può trovare un facile consenso. Facile perché ancorato ai valori tradizionali di comunità strette, minacciate dal declino economico, da valori e atteggiamenti estranei ai loro modi di vita, dall’immigrazione.

Ciò è appena avvenuto negli Stati Uniti con la vittoria di Trump, una vittoria della destra populista contro la destra liberale.

Navigare a vista
, November 21, 2016

Si naviga a vista: sembra essere questo il senso delle dichiarazioni fatte da Barack Obama nel corso della conferenza stampa tenuta a Lima, dove si trova per prendere parte a un incontro dell’Apec (Asian Pacific Economic Cooperation). Da un lato, secondo tradizione, il presidente uscente ha ribadito che si augura che il suo successore faccia il suo lavoro, per il bene del Paese, e che gli metterà a disposizione la propria esperienza per facilitarlo nel difficile compito che lo attende. Dall’altro, in modo meno rituale, egli si è riservato il diritto di criticare, come cittadino che ha a cuore il proprio Paese, le scelte della nuova amministrazione che apparissero incompatibili con i valori fondamentali della democrazia statunitense. Non è difficile immaginare cosa abbia in mente Obama. Mentre il «presidente eletto» (come si dice negli Stati Uniti) procede negli incontri in vista della formazione del prossimo esecutivo – che significativamente si tengono in buona parte nel grattacielo di sua proprietà – si moltiplicano le voci di chi esprime perplessità, preoccupazione o vero e proprio allarme per i nomi che, secondo le anticipazioni, potrebbero comporlo. A giudicare da quel che si è visto fino ad ora, quella di Trump potrebbe essere una delle squadre di governo più divisive della storia recente degli Stati Uniti, un gruppo di persone che sono in gran parte prive di esperienza di governo a livello federale, scelte da un leader che a volte si comporta come il protagonista di un reality show.

Nella conferenza stampa sudamericana il presidente uscente ha espresso fiducia nel fatto che la realtà porterà Trump a modificare le proprie posizioni, venendo meno ai propositi più estremi manifestati in campagna elettorale.

Senza un «disarmo» bilaterale che rinunci agli strumenti della propaganda più becera, la politica non può ripartire
Un’altra politica
, November 14, 2016

L’inaspettata vittoria di Trump ha ringalluzzito tutti quelli che scommettono che in politica l’unica lingua disponibile per vincere sia il populismo (e più becero è meglio è). In verità non occorreva aspettare l’8 novembre per cogliere il trend. In Italia sarebbe stato sufficiente guardarsi qualche talk show nei dibattiti sul referendum (ma anche prima), mentre in giro per l’Europa certo non mancavano le conferme di come si puntasse sempre più a parlare il linguaggio della cosiddetta «pancia» della gente.

L’uso di argomenti «da comizio», come si diceva una volta, è antico. Né il Pci né la Dc hanno mai fatto propaganda per consolidare la rispettiva presa con analisi degli scritti giovanili di Marx o con disamine del rapporto fra teologia tomista e teologia agostiniana. La differenza con oggi è che allora un po’ ci si vergognava degli argomenti da comizio e quando ci si confrontava fra membri delle classi dirigenti si cercava di tenere un tono più alto, di mostrare reciprocamente la propria capacità di fare analisi di livello. Senza mitizzare il passato, ma il trend era in parte questo.

Quando tutto ciò è diventato «mondo di ieri»? Se leggiamo il libro recente di Ernesto Galli Della Loggia, Credere, tradire, vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica, per certi versi sembra che tutto questo sia da far risalire alla diatriba per l’egemonia culturale iniziata in senso forte già nel 1948 e poi continuata; per altri versi sembra che il punto di svolta si collochi fra il 1968 con le rivolte giovanili e l’inizio degli anni Ottanta con la creazione del «mostro» Craxi (in senso etimologico: «mostro» come fenomeno che si impone per difficoltà di comprenderlo) a cui poi è succeduto il «mostro» Berlusconi.