Rivista il mulino

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la nota
Alla ricerca di un capo dello Stato in cui i cittadini possano trovare ancora imparzialità e autorevolezza
Un padre ri-costituente
, March 25, 2013

“Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia, mediante mozione motivata e votata per appello nominale. Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia”. Così l’articolo 94 della Costituzione ribadisce il particolarissimo bicameralismo italiano, nato a in un Paese ancora profondamente devastato dalla guerra, con un’Assemblea costituente dominata dall’esigenza di un garantismo fortissimo. Come disse Giuseppe Dossetti nell’intervista che rilasciò a Leopoldo Elia e Pietro Scoppola nel 1984, “il bicameralismo, un garantismo eccessivo, perché ancora si era sotto l’ossessione del passaggio alla maggioranza del Partito comunista” (A colloquio con Dossetti e Lazzati, 2003, p. 63). Un bicameralismo che, secondo molti osservatori, porta con sé i germi di quell’ingovernabilità sancita, proprio in questi giorni e forse irrimediabilmente, dalla legge elettorale fortemente voluta dal governo Berlusconi III e dall’allora ministro Calderoli (che, per inciso, è lo stesso appena nominato vicepresidente del Senato). Era il 1o novembre 2006, quando Giovanni Sartori discuteva del “Porcellum” da eliminare: ma sei anni non sono bastati per porvi rimedio. Con in particolare l’ultimo periodo, quello intercorso tra l’avvio del governo di Mario Monti (novembre 2011) e le sue dimissioni (dicembre 2012), gettato alle ortiche.

L’assurda, seppure tecnicamente del tutto comprensibile, impasse in cui si trova il nostro sistema politico-istituzionale appare dunque largamente dovuta a questa infelice sovrapposizione, tra una Costituzione che tanto enfaticamente (e con una retorica a volte insopportabile) amiamo definire “la più bella del mondo”; e le modifiche apportate nel 2005 alla legge che definisce i criteri di attribuzione dei seggi nelle due Camere.

Con un equilibrio tra le forze presenti in Parlamento, in Senato specificamente, che sembra rendere impraticabile la fiducia a qualsivoglia governo politico, l’attenzione è ora vivissima sulla figura del capo dello Stato. Proviamo a riepilogare.

La contraddizione di un non-partito
Sporcarsi le mani
, March 18, 2013

Come la Lepre marzolina di Alice nel paese delle meraviglie festeggiava, insieme al Cappellaio Matto e al Ghiro, il non-compleanno che dura 364 giorni all’anno invece di uno solo, Beppe Grillo e i suoi seguaci hanno deciso di portare in Parlamento un non-partito con la comodità di realizzare il sogno di un movimento extra-parlamentare incardinato nell’antiquato Parlamento italiano. Buon non-compleanno! Buon non-partito!

È estremamente istruttivo osservare come in molti abbiano ribaltato il loro atteggiamento verso il M5S dall’oggi al domani, ossia dal giorno prima delle elezioni al giorno dopo, quando è risultato chiaro che il non-partito di Grillo aveva stravinto le elezioni segnando una svolta radicale nella politica italiana, sconvolgendo le basi sociali e i radicamenti territoriali dei partiti, sempre più delegittimati e sfiduciati dai cittadini italiani. Il non-partito a 5 stelle, si è osservato sulla base di recenti sondaggi, si presenta infatti come formato da operai (ma non era quella una volta la base della sinistra?) e da lavoratori autonomi (ma non era questa la base del centrodestra?).

Deus quos vult perdere demendat / 2
Superare lo stallo
, March 11, 2013

Non ho motivo di cambiare il mio giudizio sulla situazione economica e le sue prospettive nell’immediato futuro. Siamo e saremo in bilico tra asfissia e catastrofe, quest’ultima ancora lontana fino a che Europa e mercati non si convinceranno che il caos politico italiano è irrimediabile: solo allora ci daranno gentilmente una mano a realizzare la self-fulfilling prophecy della catastrofe. Per ora ci mandano messaggi garbati, di cui l’ultimo è il declassamento di Fitch. Dunque asfissia, recessione, disoccupazione: se ci saranno misure europee che ci aiutino a respirare, ad allentare l’asfissia, le vedremo solo dopo le elezioni tedesche il prossimo settembre.

Né ho motivo di cambiare il mio giudizio sulla situazione politica uscita dalle elezioni: semmai di accentuarlo, alla luce dell’intransigenza e dell’incompatibilità delle posizioni espresse nelle due settimane dopo il voto dalle tre principali forze politiche, Pd, Pdl, M5s. Se questa situazione di stallo persistesse, il primo tentativo di formare un governo che Napolitano esperirà non andrà a buon fine, e la stessa sorte avrebbe quello che vorrà esperire il suo successore, se Napolitano non succederà a se stesso. E allora si andrebbe inevitabilmente a nuove elezioni nella prima estate, con la stessa legge elettorale.

Ultima chiamata
, March 4, 2013

Roma ha fatto quel che poteva per accogliere i nuovi arrivati. Chi viene da climi meno miti ha trovato persino un sole primaverile che induce all’ottimismo. A patto di non leggere le cronache locali – che raccontano di una città in crisi come il resto del Paese, e con una preoccupante recrudescenza di crimini violenti – ci si potrebbe illudere di essere arrivati nel luogo ideale per discutere in modo ragionevole, smussando gli angoli e mitigando le asperità. In realtà, le due capitali che convivono, e in alcuni quartieri si sovrappongono, sulle rive del Tevere sono scosse da un’inquietudine diffusa e muta, un senso di smarrimento morale, che nemmeno la proverbiale capacità dei romani di trasformare le avversità in farsa riesce a mitigare.

Due crisi di credibilità sembrano essere giunte a una svolta, i cui esiti sono allo stato imprevedibili. C’è tuttavia una differenza significativa tra le due. La crisi vaticana è stata innescata dal Pontefice stesso che, con un gesto inatteso, ha imposto un’accelerazione che potrebbe mettere in moto un processo di rinnovamento della Chiesa. Per quanto sconcertati dalle dimissioni di Benedetto XVI, i porporati che si apprestano a eleggere il nuovo papa non hanno fino a ora manifestato propositi rivoluzionari. La sensazione che si avverte è anzi che ci sia un consenso piuttosto ampio sul fatto che la crisi morale dipenda in larga misura da difetti nella governance della Chiesa come istituzione.

Sul ritiro di Benedetto XVI, con uno sguardo al Vaticano II
Il conservatore innovatore
, February 28, 2013

Alle ore 20 di questa sera termina il pontificato di Benedetto XVI. Non per la morte del Papa, ma per la conclusione volontaria, liberamente decisa dal Pontefice, com’era possibile, ma di fatto così inesistente nella prassi storica del Papato che quasi si esita a capire e valutare che cosa sia successo a Roma, e quale ne sia il vero significato per la Chiesa cattolica. Scrivo prima del Conclave che si svolgerà per darci il nuovo “secondo” e tuttavia  “unico vero Papa”; unico e vero senz’altro, ma un po’ diverso perchè il non morto papa, sia pure silenzioso e senza ministero pubblico, si saprà esistente, raccolto in mitissima e umile preghiera, ma vivo e pensante tra noi.

Una collaboratrice familiare, nativa delle Marche che, per secoli, furono terra dello Stato Pontificio, a me bambino un giorno raccontò che nel suo paese era abituale un proverbiaccio popolare romano, che diceva così:  “Morto un Papa, fatto un altro / viva questo, accidenti a quell’altro”. Proverbio un po’ volgare, certo, ma seriamente istituzionale nel primo verso del distico e profondamente culturale nel secondo. Ora si può temere il rovesciamento della battutaccia, “accidenti a questo, viva quell’altro”. In realtà, per ora,  non sappiamo quasi  nulla delle interpretazioni  popolaresche o dotte che potranno accompagnare la novità  ora “attualizzata” nella successione dei papi da quel “decisionista inatteso” che si è rivelato papa Ratzinger (forse, sulle orme di Roncalli, è bene per i pontefici camminare in vista delle avvertite necessità obiettive…).

Certo, un po’ cambia la condizione del vero papa, cioè del Papa in servizio mentre chi lo ha preceduto nel compito espletato di servo dei servi, è ancora vivo; questo status si modifica dal momento che fa differenza essere nella tomba, in attesa della Risurrezione, o ancora vivo, in un convento o in un eremo adatto al papa Emerito: “un monaco nel recinto di San Pietro”, come Ratzinger si è definito.