Rivista il mulino

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I danni visibili della mano invisibile
, August 12, 2013

L’avvio della procedura di fallimento della città di Detroit non ha suscitato in Italia particolare interesse, a parte qualche consueto e acido commento del “Corriere della Sera” (21 luglio) sulla circostanza che una simile procedura dovrebbe essere applicata anche a Napoli. E invece quella di Detroit, a parte l’interesse in sé, è una metafora straordinaria di due interessanti temi nelle società contemporanee: le conseguenze del liberismo estremo; le mutevoli e differenti sorti dei ricchi e dei poveri.
La causa prima del fallimento di Detroit, al netto di episodi di malgoverno e di malaffare che non sono certo limitati a quella esperienza, è nell’effetto delle migrazioni come soluzione ai problemi di disparità geografica nello sviluppo. Detroit è il caso estremo, avendo perso due terzi della sua popolazione: ma casi comunque preoccupanti, ci sono anche in Europa e in Italia. Da tempo molti economisti e istituzioni prestigiose come la Banca Mondiale (si veda ad esempio il World Development Report del 2009, “Reshaping economic geography” ) sostengono che le migrazioni sono la migliore soluzione ai problemi di disparità: ciò che conta è offrire lavoro alle persone, indipendentemente dai luoghi.
Un economista autorevole nel dibattito europeo come Daniel Gros, ha recentemente riproposto migrazioni di massa, specie dei giovani qualificati come soluzione alla disoccupazione nei paesi del Sud Europa (Ceps Policy Brief del 26 giugno). Poi arriva Detroit. E ci ricorda la differenza fra l’economia dei teorici astratti e un po’ dogmatici e quella delle persone in carne e ossa. Che succede, infatti, ai luoghi dai quali fuoriescono in massa le persone più qualificate in cerca di lavoro? Questi luoghi muoiono, perché i residenti, il loro reddito e il loro gettito fiscale non sono più in grado di sostenere neanche i minimi servizi indispensabili, e ancor meno far fronte a servizi giustamente progettati su una scala molto più ampia. Non è difficile argomentare che il costo collettivo di un luogo che “muore” è assai superiore al beneficio privato di chi è emigrato

Qualche parola sui diritti
, July 29, 2013

Il lancio di banane al ministro della Repubblica Cécile Kyenge è solo l’ultimo episodio che fa da indicatore per valutare il livello d’inciviltà raggiunto dal nostro Paese. Non ci sono mezze misure: ci riempiamo la bocca di parole apparentemente piene di senso ma non ne conosciamo il valore. Inutile continuare ancora a discutere di diritti solo come espressione di domande individuali. Occorre invece insistere sul concetto di cittadinanza e sui doveri di solidarietà che esso porta con sé, che costituiscono l’altra faccia della libertà. Doveri di appartenenza a una comunità politica, che abbiamo dimenticato, presi da una vertigine egotistica nella quale stiamo precipitando senza rendercene conto. In una comunità politica contano i valori che uniscono, non le rivendicazioni che dividono. I diritti fondamentali, da pretese di inclusione sociale, stanno diventando strumenti di esclusione e di divisione. La colpa non è dell’ignoranza diffusa, però: è piuttosto di chi fa “cultura” delle libertà senza senso di appartenenza a un comune destino; di chi enfatizza il momento della scelta individuale, dimenticando che ogni persona è necessariamente un “essere situato”; di chi esalta l’autodeterminazione senza considerare, nella polis, l’altro da sé.

La risata che ci seppellirà
, July 22, 2013

La replica del ministro per l'Integrazione Cécile Kyenge a Roberto Calderoli, che l’aveva offesa con un insulto razzista paragonandola a "un orango", è stata non solo molto civile, ma ha segnalato il vero problema del razzismo della Lega e, più in generale, della comunicazione politica nel nostro Paese. Durante un pranzo, ospite della Carovana dello Ius Migrandi ha detto pubblicamente: "vorrei riflettere sul ruolo e le modalità di comunicazione di chi risiede nelle istituzioni, io sono per la non violenza". Ha poi proseguito sostenendo che la discussione politica deve essere basata sui contenuti e non su offese.

Non ci sarebbe più nulla da dire su questo brutto caso, in cui l’esponente leghista, vicepresidente del Senato, è stato condannato pressoché da tutti e ora risulta pure indagato per diffamazione aggravata dall’odio razziale, se non per fare qualche riflessione su un aspetto della vicenda, in parte  rilevato da Cécile Kyenge.

Innanzitutto il caso fa riflettere sul fatto che una persona che riveste una carica pubblica di grande rilievo possa usare insulti razzisti e restare al suo posto. Calderoli si è scusato (e ci mancherebbe!), ma non si è dimesso dalla vicepresidenza né si è avuta una reazione tale da parte della politica e dell’opinione pubblica da rendere le dimissioni ineludibili.

C'è da discutere, nel Pd
, July 15, 2013

In un recente articolo sul Corriere della Sera ho sostenuto che sarebbe preferibile se Matteo Renzi non si candidasse alla segreteria del Pd e si proponesse invece, quando se ne presenterà l’occasione, come premier per la coalizione di centrosinistra alle prossime elezioni politiche. Confesso che l’analogo giudizio da parte di D’Alema, Bersani e del “sindacato di controllo” del partito, nonché di molte personalità della sinistra, mi preoccupava non poco, perché di solito dissento da quanto essi ritengono giusto e opportuno. Ma mi sembrava che i miei argomenti, in parte diversi dai loro, fossero solidi e coincidenti con gli interessi del Paese e dello stesso Pd in questa difficile situazione economica e politica. Ricapitolo i tre principali.

Anzitutto si tratta di una scelta arrischiata: anche con primarie aperte, quanto è possibile in una competizione che riguarda il partito, non è affatto detto che Renzi prevalga. Il partito si spaccherebbe e un eventuale insuccesso (o successo risicato) avrebbe ripercussioni negative sulla successiva candidatura alla premiership. Secondariamente, a differenza che in veri contesti bipartitici, non si tratta di una scelta necessaria, se l’obiettivo è quello della premiership: Blair doveva espugnare il partito se voleva correre come premier, Renzi no.

Riscoprire la concezione illuministica dell’eguaglianza (e delle diseguaglianze giustificabili)
Eguali nell’istruzione, almeno
, July 8, 2013

L’otto luglio del 1793 un ordine di arresto segna la fine della carriera politica del marchese di Condorcet. L’accusa è di essere un traditore e un nemico della Rivoluzione, per aver votato contro la nuova Costituzione proposta dai Giacobini. Braccato dai suoi persecutori, Condorcet si rifugia a casa di Madame Vernet, in rue Servadoni a Parigi. In casa della donna, l’intellettuale scrive quello che sarebbe diventato il suo testamento politico e morale, l’Esquisse d’un tableau historique des progrés de l’esprit humain, che è una delle testimonianze più significative dell’illuminismo. Non è soltanto la coincidenza di una data, scoperta per caso leggendo il bel libro di Anthony Padgen, The Enlightenment and Why It Still Matters (Oxford University Press, Oxford 2013), a spingermi a ricordare questo episodio della vita di Condorcet, una delle vittime più illustri del terrore rivoluzionario. Anche se devo confessare che il racconto degli ultimi mesi di vita del filosofo e matematico francese è di straordinario interesse anche alla luce della cronaca. La storia ci aiuta a comprendere meglio quanto sia difficile giudicare un drammatico cambiamento di regime mentre è in corso, e quanto rapidamente gli araldi della libertà possano trasformarsi in oppressori.

La ragione per cui