Rivista il mulino

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Una frase infelice e un Paese arretrato
Tutti della stessa pasta
, September 30, 2013

Guido Barilla ha pronunciato una frase dalle tonalità certo omofobe, ma più ancora o più semplicemente molto tradizionaliste: “non farò mai uno spot con una famiglia omosessuale”. Nel farlo, non essendo uno stupido, non pensava certo di agitare un vessillo ideologico, ma era convinto più che altro di rivolgersi al suo target pubblicitario, ossia la famiglia italiana tradizionale con i suoi valori e con il suo immaginario condiviso.

Le voci che prontamente si sono levate da parte di suoi concorrenti industriali, con conseguenti aperture alle famiglie gay e lesbiche, hanno l’evidente scopo di occupare uno spazio di nicchia, prezioso, ma poco numeroso, che le parole (e gli spot) di Barilla hanno lasciato scoperto e magari di rosicchiare anche quello di famiglie etero, ma progressiste e critiche verso gli stereotipi dominanti in Italia.

Qui sta il punto che vorrei sottolineare. Gli imprenditori fanno il loro mestiere, vendere il loro prodotto. Ma se si sceglie di fare uno spot anticonformista, con due maschi che si baciano, oppure con immagini scettiche e ironiche rispetto alla religione (come una marca di caffè ha fatto) è perché ci si immagina di venire poi premiati nelle vendite di quel particolare prodotto. Non certo di cambiare il mondo. Il passo falso di Barilla, sul piano commerciale, potrebbe essere stato quello di non considerare che con le sue parole toccava un tasto sensibile; e che all’estero – in Europa ma anche negli Stati Uniti, dove il marchio è molto diffuso – non solo la famiglia ha subìto  trasformazioni strutturali molto più radicali che in Italia (famiglie omosessuali, monogenitoriali, convivenze ecc.), ma la cultura che la riguarda è enormemente più avanzata della nostra. 

Sulle accuse di stampo populista rivolte a Giuliano Amato e la sua nomina a giudice costituzionale
Due parole in difesa di Amato
, September 17, 2013

La mia prima reazione alla nomina di Giuliano Amato a giudice costituzionale è stata: “peccato!” Peccato che un vero uomo di Stato venga sottratto per nove anni – dunque, data la sua età, per sempre – a compiti operativi in una situazione che avrebbe un grande bisogno delle sue competenze. Ma se Giuliano ha accettato la nomina, vuol dire che disperava che compiti siffatti potessero essergli affidati e la Corte è senz’altro un luogo in cui le sue capacità e il suo equilibrio potranno essere utili al Paese. Mi sono bastate le reazioni alla sua nomina da parte delle forze politiche di estrema destra e sinistra (Travaglio di sinistra? Grillo di sinistra?), e soprattutto l’assenza di commenti impegnativi da parte delle grandi forze di centrodestra e centrosinistra, per convincermi che ha fatto bene ad accettare.

Il livore, la volgarità, l’ignoranza che esprimevano alcuni degli articoli che ho letto in questi giorni meritano un commento e bene ha fatto Gian Arturo Ferrari a esprimere la sua indignazione sul «Corriere della Sera»: sono la fotografia di un Paese che dubito possa mai avvicinarsi alle nazioni civili del nostro continente. Ma meritano un commento, al di là del modo in cui sono espresse, soprattutto le accuse che ad Amato vengono rivolte.
Tre, in sostanza, e le enumero in ordine di importanza crescente.

La prima è così ridicola che quasi mi vergogno a riportarla: l’entità dei suoi redditi pensionistici, frutto del numero e dell’importanza delle funzioni che ha svolto nella sua vita. Lascio da parte il fatto che per almeno una di queste, lautamente ricompensata, l’interessato abbia rifiutato l’emolumento corrispondente: per tutte le altre, il compenso e i diritti conseguenti sono stati tutti calcolati secondo la legge e l’obbligo d’imposta regolarmente assolto. La loro somma dà sicuramente luogo a un reddito elevato, ma non così elevato come quello di molti manager e dei migliori professionisti, per non dire di imprenditori e finanzieri quasi ignoti al grande pubblico. Ma ci si rende conto delle competenze e delle capacità di Giuliano Amato?

Decaduto sarà lei
, September 9, 2013

La decisione che la Giunta per le elezioni del Senato della Repubblica si avvia a prendere sulla decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di senatore, in applicazione della “legge Severino” (dal nome del ministro pro tempore della Giustizia Paola Severino, cfr. il decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235), è densa di implicazioni e giuridiche e politiche.
La “legge Severino” prevede che “coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione” per reati particolarmente efferati (come l’induzione alla prostituzione, la criminalità organizzata, i delitti contro la Pubblica amministrazione), “non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore” (art. 1); se l’incandidabilità “sopravvenga o comunque sia accertata nel corso del mandato elettivo” – è questo il “caso Berlusconi” – “la Camera di appartenenza delibera ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione” (art. 3). Proprio il riferimento a questa norma costituzionale, secondo cui “Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”, pone il principale problema giuridico di questa vicenda. L’art. 66 Cost. stabilisce un principio a tutela dell'autonomia parlamentare: con la conseguenza che in ordine ai titoli di appartenenza dei propri componenti, le Camere sono sovrane, e il loro giudizio non è sindacabile da parte di nessun giudice, neppure dalla Corte costituzionale. Nel richiamare l’art. 66 della Costituzione, la “legge Severino” rispetta questo principio? La “incandidabilità-decadenza”, in altri termini, opera automaticamente o può essere liberamente apprezzata dalle Camere?
Se si riconosce che la norma sulla “incandidabilità-decadenza” impedisce alle Camere qualsiasi valutazione politica, la “legge Severino” è incostituzionale e non può essere applicata. Se, invece, l’interpretazione è nel senso di non impedire l’autodeterminazione degli organi parlamentari competenti a giudicare dei titoli di ammissione dei propri componenti, si deve riconoscere la piena legittimità della “legge Severino”{C}

"Italiani brava gente"
, September 2, 2013

Una calda estate italiana. Sia per le temperature canicolari, sia per un clima politico dominato dalla vicenda della condanna di Silvio Berlusconi, dalla sentenza da parte dalla Cassazione e dalle le polemiche che ne sono seguite: le speculazioni sulle sorti del governo, le controversie interne ai partiti, in particolare in seno al Pdl, al Pd, ma anche tra i membri del Movimento 5 Stelle.
Di colpo gli sbalorditivi attacchi razzisti subiti dal ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge da parte di rappresentanti della Repubblica, principalmente della Lega Nord, sono passati in secondo piano. Lo stupore e l’indignazione raddoppiano considerando la debole reazione a queste ingiurie d'altri tempi. Certo, il governo (a partire da Enrico Letta che ha avuto il coraggio di nominare ministro Cécile Kyenge), il Pd, alcuni media, alcuni intellettuali, l'hanno difesa e hanno condannato gli aggressori. Ma nel complesso la difesa è apparsa poca cosa e non ha mancato di meravigliare gli osservatori stranieri che hanno paragonato questi insulti alla crescita esponenziale dei cori razzisti negli stadi.
Tutto ciò, evidentemente, rilancia la spinosa questione del razzismo in Italia. Qui si confrontano due tesi di carattere antropologico quasi caricaturali. Quella minimalista considera gli italiani "brava gente", un popolo ormai vaccinato contro il razzismo, tollerante, accogliente, gentile; se di tanto in tanto gli italiani si lasciano trascinare a esprimere una retorica razzista non è che un gioco – per quanto esecrabile – e una sorta di velo che non può nascondere in fondo la loro generosità. L’interpretazione massimalista, al contrario, addita il forte razzismo italiano che si anniderebbe dietro la vernice di cortesia, amabilità e fraternità tutta cristiana verso l’umanità intera. Il dibattito si cristallizza nella storia nell’analisi della reazione degli italiani alle leggi antisemite del 1938 sotto il fascismo; e, oggi, a proposito del loro atteggiamento nei confronti degli immigrati.

Una rimozione assordante
, August 26, 2013

Per oltre un mese l’informazione italiana ha avuto un solo tema: cosa farà Silvio Berlusconi dopo la sentenza della Cassazione sull’ unico processo a suo carico arrivato al termine senza leggi ad hoc e prescrizioni varie? Fin da prima della fatidica data del 30 luglio l’unico argomento di cui discutere riguardava le reazioni del Cavaliere ad una eventuale sentenza di condanna. La sentenza di condanna è arrivata e dalle file berlusconiane è partita sia la caccia al cavillo, all’interpretazione autentica della legge Severino, ai possibili ricorsi alla Corte costituzionale e via disquisendo, che le pressioni verso avversari (il Pd) ed arbitri (il Presidente Giorgio Napolitano) affinché intervengano in qualche modo in soccorso del Cavaliere. Le sfumature di grigio dei sostenitori della necessità di salvaguardare almeno “l’agibilità politica” di Berlusconi vanno dall’osceno spinto dei falchi che non ammettono che “l’unto del Signore” possa essere considerato colpevole e trattato come tutti gli altri, al porno soft dei difensori della stabilità e della governabilità che invitano il Pd ad un gesto di “responsabilità”. A nessuno viene in mente che chi ha una lista così lunga di pendenze con la giustizia per reati acclarati nei processi - arrivati a sentenza definitiva o no grazie alle leggi ad personam poco importa – da tempo avrebbe dovuto farsi da parte. Ma quando si dispone di denaro a fiumi e di un impero mediatico queste cose semplici fanno presto a ingarbugliarsi.

La semplice realtà dei fatti - una colossale truffa ai danni degli azionisti Mediaset e dello Stato e la costituzione di una provvista di fondi neri di 270 milioni – svapora.  Chi parla del reato? L’assordante rumore di una informazione viziata dalle frasi ad effetto dei vari leader e leaderini nasconde l’esistenza del malloppo, la crudezza e, al limite, la volgarità del reato. Il nostro costume nazionale non è nuovo a queste torsioni orwelliane in cui il vero è falso e il falso è vero. Le abbiamo viste anche ai tempi del terrorismo, con i “compagni che sbagliavano” e l’invocazione di “soluzioni politiche” alla lotta armata. Anche allora circolava un atteggiamento di comprensione, un sottofondo accomodante e transigente, retaggio di un habitus mentale lassista-paternalista clericale più che cattolico. La nostra cultura politica, in sintonia perfetta con quella della società civile, non prevede la sanzione e la punizione. Preferisce la rimozione o una frettolosa assoluzione.