Rivista il mulino

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Un caso di crisi del modello di governo delle regioni rosse
Il Monte dei Paschi senza il Pci
, January 28, 2013

L’intricata vicenda del Monte dei Paschi di Siena ha fatto pesantemente irruzione nella campagna elettorale ed è probabile che ne sentiremo ancora parlare. In attesa che si accertino le responsabilità, alcuni dati di fatto sono evidenti. Una banca importante – la terza a livello nazionale – ha fatto scelte sbagliate ed è stata mal gestita da chi ne detiene il controllo e designa gli amministratori, cioè la Fondazione Monte dei Paschi a sua volta controllata dagli enti locali (Comune e Provincia). Ciò solleva il tema rilevante del rapporto tra banche e fondazioni, ma qui vogliamo occuparci di un altro aspetto. Ci troviamo evidentemente in presenza di un caso emblematico di cattivo funzionamento delle istituzioni locali nel cuore delle zone rosse. Non si tratta peraltro di un caso isolato. Scandali e inefficienze hanno da tempo appannato il modello del buon governo delle regioni rosse affermatosi nei primi decenni dell’Italia repubblicana. Si è indebolita la sua capacità di offrire risposte innovative ai problemi economici e sociali, e anche di porsi come punto di riferimento a livello nazionale. È dentro questa più ampia vicenda che si colloca la questione del Monte dei Paschi. Ma come si è determinato questo cambiamento?

Nelle regioni rosse – come in altre aree del Centro Nord - vi erano delle tradizioni non erose di saper fare diffuso, ma anche di fiducia e di cultura civica (su cui aveva attirato l’attenzione proprio vent’anni fa Robert Putnam). Queste risorse hanno permesso di sperimentare il modello di produzione flessibile dei distretti industriali, nel momento in cui si sono manifestati i grandi cambiamenti dei mercati verso beni meno standardizzati e di qualità. La specificità delle zone rosse ha riguardato la governance dello sviluppo. Un solido compromesso sociale basato su sindacati forti ma cooperativi. Governi locali capaci di assecondare lo sviluppo di piccola impresa con servizi sociali diffusi ed efficaci – a lungo all’avanguardia nel Welfare italiano - e con servizi alle imprese rilevanti (non solo le aree industriali, ma i centri di servizio, le attività formative, il sostegno all’export ecc.).

La scuola, la vera emergenza
, January 21, 2013

Sono trascorsi ormai più di dieci anni da quando, il 31 ottobre del 2002, crollò l’edificio che ospitava la scuola elementare di San Giuliano di Puglia, l’unico a cedere di schianto durante il terremoto del Molise. Quel giorno a scuola, con i quattro insegnanti e i due bidelli, c’erano cinquantotto bambini. Ventisette, insieme a un’insegnante, morirono.

Sei anni dopo, a Rivoli. Questa volta senza scosse di terremoto, crollò il soffitto dell’aula di un liceo scientifico, il Darwin, e lì perse la vita David, diciassette anni, in classe insieme ai suoi compagni della quarta A. Il ministro dell’Istruzione di allora, la non dimenticata Mariastella Gelmini, parlò di “tragedia incomprensibile”.

Ma sono poche, in questo nostro Paese che rincorre sempre le stesse “emergenze”, le cose davvero “incomprensibili”. Come nel caso dell’edilizia scolastica, dove le emergenze sono ben note, almeno da quando, nel 1996, venne istituita un’Anagrafe apposita (a tutt’oggi in verità non ancora completa). Qual è, quattro anni dopo la tragedia di Rivoli, lo stato dell’edilizia scolastica in Italia? Resta pessimo, nonostante i finanziamenti che di tanto in tanto arrivano (l’ultimo, pari a 111 milioni e 800mila euro, è contenuto nel DM del 3 ottobre 2012) ma di cui spesso si perdono le tracce. Con le consuete, enormi differenze territoriali, soprattutto tra Nord e Sud, lo stato delle scuole frequentato dai nostri bambini e ragazzi resta in larga parte pessimo.

Salire in politica
, January 14, 2013

La politica in Italia oggi non gode di grande reputazione presso i cittadini, in particolare tra i giovani.

Pur essendo cresciuto l’impegno pubblico in molte attività che si stenta a non definire “politiche”, come partecipare a manifestazioni, firmare appelli e petizioni, dar vita ad appassionati dibattiti su internet contro la corruzione e la cosiddetta “casta”, si è passati dalla critica ai partiti a una sorta di ripulsa della politica e dei politici tout court. Aumenta, cioè, la voglia di far sentire la propria voce nella sfera pubblica, senza che ciò si traduca nell’aspirazione a influire sulla ripartizione del potere nell’ambito dello Stato.

La politica viene frequentemente intesa come il mestiere di chi un “vero” mestiere non ha, un’attività strumentale all’acquisizione privata di risorse (denaro, prestigio, potere): in altri termini una scorciatoia per ottenere privilegi per sé e/o per il proprio gruppo di interesse. Sembra essere caduta anche quella distinzione semantica tra “politica partitica” (cattiva) e “politica diffusa”, intesa come scelta quotidiana di trasformazione di sé e della realtà (buona), che aveva caratterizzato il mondo giovanile dopo l’esaurimento dei movimenti di protesta degli anni Settanta.

Il “vivere di politica” che Weber vedeva come un modo di rendere la politica una professione (ma non alternativo a quello di chi, vivendo “per” la politica, serve una causa e dà senso alla propria vita) è oggi sempre più spesso inteso in modo spregiativo, come stile di vita amorale se non immorale, basato sull’incompetenza e sulla sottomissione a vari padroni.

La politica al centro
, January 7, 2013

I sospettosi e i cinici sono prevalenti tra i commentatori di fatti politici – non potrebbe essere altrimenti – e quando ho sentito Mario Monti venerdì scorso affermare da Lilli Gruber che era “salito in campo” non per interesse personale o vocazione profonda, anzi in contrasto con questi sentimenti e nel solo interesse del Paese, sono sicuro che molti di loro avranno pensato alla frase ricamata sui camicioni da notte delle giovani spose tanto tempo fa: “non lo fo per piacer mio, ma per render gloria a Dio”. I sospettosi e i cinici si sbagliano: non c’è ipocrisia e Mario Monti ha confessato quanto effettivamente sente.

Questo è il Mario Monti che conosco, e bene, e da tanto tempo, quello che ho descritto in un articolo sull’ultimo numero di questa rivista: Mario Monti e un governo per l’Italia. Un uomo che ha alcune, ma non tutte le doti e le competenze che Max Weber ascrive al politico per vocazione/professione. Ha la dote che è più rara tra i politici italiani: ha un disegno per l’Italia, un’idea guida delle riforme che possono fare dell’Italia un paese più efficiente, più giusto e, di conseguenza, più rispettato. E ha le competenze tecniche e l’esperienza internazionale che mancano alla gran parte dei nostri politici su come mandare ad effetto quel disegno. Gli manca ciò che è invece più comune trovare tra costoro, una conoscenza dettagliata del nostro sistema politico e una intuizione, radicata nell’esperienza, di ciò che dalla politica è possibile ottenere per un programma di trasformazione del nostro Paese.

Equità ed efficienza
, December 31, 2012

A qualche giorno dalla sua diffusione, il documento programmatico che ormai tutti si sono rassegnati a chiamare «agenda Monti» non ha suscitato un entusiasmo paragonabile all’attesa che c’era nelle settimane precedenti. La pagina, creata appositamente su internet, ha un traffico tutto sommato modesto, di gran lunga inferiore ad altri siti del genere, o a quelli di alcune riviste o gruppi di discussione che si occupano di politica. In parte, la spiegazione di questa freddezza si potrebbe trovare, forse, nello stile del documento: una serie di proposte generali, alcune delle quali largamente condivisibili, che non sono tenute insieme da una visione politica complessiva, da una chiara idea sul futuro del Paese. Probabilmente, la prima iniziativa del Monti politico subisce anche le conseguenze del modo in cui il presidente del Consiglio dimissionario ha presentato il proprio profilo nel corso dell’anno che si conclude oggi. L’aver sottolineato continuamente il proprio essere altro rispetto ai partiti, da cui però dipendeva per l’approvazione dei provvedimenti in Parlamento, l’uso frequente di metafore – «la medicina è amara, ma serve per curare il Paese» – studiate per suggerire un agire dettato dalla necessità e da un sapere scientifico, e non da riconoscibili opzioni di principio, non era fatto per far presa sull’immaginario del pubblico.

In fin dei conti, un malato non sceglie come leader il proprio medico. Semmai lo ascolta, ne accetta i consigli, ne rispetta le prescrizioni con diligenza e un pizzico di rassegnazione, ma tutto ciò avviene in vista di uno scopo preciso: la guarigione. Conseguita la quale, non vede l’ora di riprendere a vivere serenamente lasciandosi alle spalle il medico e il ricordo del malanno. Per trasformarsi da medico al capezzale del malato a leader politico Monti avrebbe bisogno di qualcosa di più evocativo e motivante di un’agenda,