Rivista il mulino

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la nota
Tra conformismo gregario, ostracismo ed esclusione sociale
Violentati dal web
, June 3, 2013

La lettera scarlatta, opera di Nathaniel Hawthorne pubblicata con grande successo nel 1850, inizia con una scena sconvolgente. Hester, la giovane donna protagonista del romanzo, viene mostrata al popolo di Boston su un patibolo. Qual è la sua colpa? Aver dato alla luce una bambina, commettendo adulterio per amore di un uomo di cui non vuole rivelare il nome. Hester finirà per subire l’ostracismo sociale, isolata ed emarginata dalla sua comunità, portando cucito sul petto il marchio della vergogna: una "A", scarlatta, come "adultera". Intorno a lei si formerà così un vuoto fatto di parole e di discorsi denigratori: le chiacchiere delle comari, per le quali l’ostracismo non è una pena sufficiente e vorrebbero che Hester venisse uccisa o indotta al suicidio.

L’io narrante, che ritrova i documenti e le testimonianze di questa storia, dice che quando toccò la "A" ricamata, nascosta tra le carte, provò "un calore bruciante... come se la lettera non fosse di panno rosso, ma di ferro arroventato fino a diventare rosso". Che cosa c’entrano il bigottismo e la rigidità di una comunità puritana del Seicento con il nostro oggi permissivo, sessualmente emancipato, individualizzato nelle scelte morali e affettive? C’entrano eccome.

La sinistra pensante
, May 27, 2013

Nelle prossime righe eviterò commenti sull’attuale situazione politica ed economica italiana, che, se il duo Letta-Napolitano non troverà le forze per un colpo di reni, si trascinerà tra una micro-crisi e l’altra fino a quando non verrà abborracciata – se mai accadrà – una legge elettorale, e il Parlamento potrà essere nuovamente sciolto.

Vorrei invece prendere in considerazione un breve ma denso libretto che ho letto nel fine settimana (Giulio Marcon e Mario Pianta, Sbilanciamo l’economia. Una via d’uscita dalla crisi, Laterza, 2013): un’ottima rassegna su che cosa pensa l’estrema sinistra pensante, riprendendo il termine dal titolo di un bel testo di Salvatore Biasco. Le cinquanta pagine iniziali, che costituiscono il primo capitolo, contengono un’analisi della crisi mondiale ed europea che in buona misura condivido: Mario Pianta è un economista competente, e in questo caso ha il vantaggio di giudicare la situazione col senno di poi, col benefit of hindsight, direbbero gli inglesi.

Il resto del libro riguarda anzitutto le proposte per contrastare la crisi nel caso in Italia riuscisse a prevalere un governo di estrema sinistra (secondo capitolo, Sette strade per uscire dalla crisi), e descrive soprattutto i modi per costruire il “blocco sociale post-liberista” – così è definito – che potrebbe sostenere quel governo (terzo capitolo, La politica che ci vorrebbe, probabilmente scritto da Giulio Marcon, il coordinatore del movimento “Sbilanciamoci”).

Le riforme del presidente
, May 20, 2013

Che la Convenzione per le riforme sia naufragata ancor prima di essere varata è forse una buona notizia. Aver accantonato un organo posto al di fuori delle stanze dei bottoni equivale ad aver scartato uno strumento (o qualcosa, nella sostanza, di molto simile) che in passato non ha mai funzionato, quando si pensava che ricorrendo a commissioni speciali (come la commissione Bozzi del 1984) o bicamerali (la “De Mita-Iotti” o la “D'Alema” del 1997) si sarebbe potuto fare quello che i leader delle forze politiche egemoni non hanno mai voluto fare: aggiornare la Costituzione nelle pagine lasciate volutamente aperte dalla Costituente (bicameralismo paritario, governo come comitato esecutivo della maggioranza, regioni deboli).

Una buona notizia, sì, ma non per tutti allo stesso modo (come nel caso di Stefano Rodotà, contrario alla Convenzione perché, come altri, sostanzialmente contrario a modificare comunque la Costituzione). Una buona notizia perché ci si potrebbe illudere che, dopo oltre quarant’anni di discussioni sterili, forse è arrivato il momento di fare sul serio; specie dopo il severo monito del presidente Napolitano, nell’alto discorso reso in occasione del suo secondo mandato.

L'Aquila, specchio del Paese
, May 13, 2013

Circondati da cifre e percentuali di ogni tipo, che ci raccontano lo stato in cui versa il nostro Paese, non dovremmo avere più bisogno d’altro per afferrarne il degrado e per comprendere la perdurante incapacità del nostro ceto politico di fare fronte comune nel contrastarlo. Complice la crisi economica che va ben al di là dei confini nazionali, sono soprattutto i numeri di questa stessa crisi, e delle sue conseguenze, ad essere messi in primo piano nei tanti rapporti periodici con cui istituti di ricerca italiani ed europei illustrano con impietosa regolarità lo stato dell’arte. Eppure, anche chi per mestiere è costretto a fare lettura regolare di questi veri e propri bollettini di guerra non può comprendere sino in fondo che cosa sia davvero il degrado civile e politico dell’Italia contemporanea, se non visita l’Aquila.

A quattro anni dal terremoto che la devastò nell’aprile 2009, la città appare oggi come la metafora di un declino che, poco alla volta, sta erodendo le basi stesse del vivere in comunità; così come della grave insufficienza che da anni segna la politica nel proporre soluzioni e rimedi di medio e lungo periodo. Al di là dell’emergenza, che molto spesso siamo bravissimi a gestire, ciò che resta è uno stato di abbandono e di insufficienza cronica.

La città è deserta. Ancora pattugliata da camionette dell’esercito, che nulla o quasi possono fare nei confronti degli episodi di sciacallaggio che continuano periodicamente. C’è un silenzio rotto soltanto da qualche demolizione (in verità rare, rispetto allo stato di molte costruzioni di nessun valore e che non sarà più possibile recuperare in alcun modo). I cantieri attivi sono pochi. Molti quelli partiti ma poi fermati per mancanza di fondi. Il teatro comunale, ad esempio, è stato riportato in vita grazie al lavoro dei suoi responsabili istituzionali, che hanno saputo mettere a frutto in maniera diretta e concreta i soldi subito raccolti con la solidarietà degli sms e della televisione. Ma la gara per l’appalto più grande, che dovrebbe finalmente far ripartire i lavori per ripristinarne il corpo principale, è ancora al palo. 

Il giusto compromesso
, May 6, 2013

Nella sua autobiografia, John Stuart Mill si sofferma diverse volte sulla propria esperienza politica, dapprima come amministratore e poi quale membro del Parlamento. In uno di questi passaggi, scrive che l’aver acquisito familiarità con le difficoltà che si incontrano nell’ottenere il consenso, e nel motivare grandi numeri di persone, lo ha portato a confrontarsi con “le necessità del compromesso, l’arte di sacrificare il non essenziale per preservare l’essenziale”.

Queste pagine di Mill sono di particolare interesse per noi, in un momento in cui proprio la necessità di un compromesso tra forze politiche che fino a ieri si sono combattute aspramente e che ancora oggi, pur avendo dato vita a un governo di coalizione, diffidano l’una dell’altra, è oggetto di controversia. Non sono poche le persone di entrambi gli schieramenti che vedono nell'accordo che ha portato alla nascita del governo presieduto da Enrico Letta il segno del tradimento. Che lo accettano a fatica, convinte come sono che esso sia figlio di una mancanza di rispetto nei confronti degli impegni presi con gli elettori.

Mi sembra particolarmente appropriato, in questo contesto, non eludere il problema posto da questi sentimenti.