Rivista il mulino

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la nota
Ultima chiamata
, March 4, 2013

Roma ha fatto quel che poteva per accogliere i nuovi arrivati. Chi viene da climi meno miti ha trovato persino un sole primaverile che induce all’ottimismo. A patto di non leggere le cronache locali – che raccontano di una città in crisi come il resto del Paese, e con una preoccupante recrudescenza di crimini violenti – ci si potrebbe illudere di essere arrivati nel luogo ideale per discutere in modo ragionevole, smussando gli angoli e mitigando le asperità. In realtà, le due capitali che convivono, e in alcuni quartieri si sovrappongono, sulle rive del Tevere sono scosse da un’inquietudine diffusa e muta, un senso di smarrimento morale, che nemmeno la proverbiale capacità dei romani di trasformare le avversità in farsa riesce a mitigare.

Due crisi di credibilità sembrano essere giunte a una svolta, i cui esiti sono allo stato imprevedibili. C’è tuttavia una differenza significativa tra le due. La crisi vaticana è stata innescata dal Pontefice stesso che, con un gesto inatteso, ha imposto un’accelerazione che potrebbe mettere in moto un processo di rinnovamento della Chiesa. Per quanto sconcertati dalle dimissioni di Benedetto XVI, i porporati che si apprestano a eleggere il nuovo papa non hanno fino a ora manifestato propositi rivoluzionari. La sensazione che si avverte è anzi che ci sia un consenso piuttosto ampio sul fatto che la crisi morale dipenda in larga misura da difetti nella governance della Chiesa come istituzione.

Sul ritiro di Benedetto XVI, con uno sguardo al Vaticano II
Il conservatore innovatore
, February 28, 2013

Alle ore 20 di questa sera termina il pontificato di Benedetto XVI. Non per la morte del Papa, ma per la conclusione volontaria, liberamente decisa dal Pontefice, com’era possibile, ma di fatto così inesistente nella prassi storica del Papato che quasi si esita a capire e valutare che cosa sia successo a Roma, e quale ne sia il vero significato per la Chiesa cattolica. Scrivo prima del Conclave che si svolgerà per darci il nuovo “secondo” e tuttavia  “unico vero Papa”; unico e vero senz’altro, ma un po’ diverso perchè il non morto papa, sia pure silenzioso e senza ministero pubblico, si saprà esistente, raccolto in mitissima e umile preghiera, ma vivo e pensante tra noi.

Una collaboratrice familiare, nativa delle Marche che, per secoli, furono terra dello Stato Pontificio, a me bambino un giorno raccontò che nel suo paese era abituale un proverbiaccio popolare romano, che diceva così:  “Morto un Papa, fatto un altro / viva questo, accidenti a quell’altro”. Proverbio un po’ volgare, certo, ma seriamente istituzionale nel primo verso del distico e profondamente culturale nel secondo. Ora si può temere il rovesciamento della battutaccia, “accidenti a questo, viva quell’altro”. In realtà, per ora,  non sappiamo quasi  nulla delle interpretazioni  popolaresche o dotte che potranno accompagnare la novità  ora “attualizzata” nella successione dei papi da quel “decisionista inatteso” che si è rivelato papa Ratzinger (forse, sulle orme di Roncalli, è bene per i pontefici camminare in vista delle avvertite necessità obiettive…).

Certo, un po’ cambia la condizione del vero papa, cioè del Papa in servizio mentre chi lo ha preceduto nel compito espletato di servo dei servi, è ancora vivo; questo status si modifica dal momento che fa differenza essere nella tomba, in attesa della Risurrezione, o ancora vivo, in un convento o in un eremo adatto al papa Emerito: “un monaco nel recinto di San Pietro”, come Ratzinger si è definito.

Ma la piazza paga
, February 19, 2013

A una settimana dal voto, il Movimento 5 Stelle sta scalzando il PdL dalla seconda posizione. Vedremo l’esito delle urne, ma il sorpasso è già iniziato. Questo probabile risultato riflette la dinamica della campagna elettorale di Beppe Grillo: un vero "tsunami", come gli organizzatori stessi hanno definito il tour del leader, che ha travolto la resistenza degli indecisi e degli apatici. Grillo sta portando al voto quella massa di cittadini che fino alla fine dell’anno scorso alimentavano le fila di coloro che rifiutavano l’offerta politica che veniva presentata loro. Costoro sono in maggioranza ex elettori del centrodestra: basti pensare che PdL e Lega insieme avevano il 42% alle regionali del 2010 e il 46% alle politiche del 2008, mentre ora non arrivano nemmeno al 30%. C’è un enorme serbatoio di voti in uscita da quelle file. Silvio Berlusconi ha disperatamente cercato di recuperarli facendo i salti mortali, ma alla fine, in queste ultime settimane, ha perso slancio. Mentre ne conquistava Grillo. Solo lui è stato capace di riempire le piazze in ogni dove. Interesse per la novità, attrazione del noto personaggio televisivo, manifestazione di simpatia e adesione al suo impeto dissacratore hanno fatto del comico genovese il primattore della campagna elettorale.

Rex stultorum
, February 11, 2013

“Ci sono in giro strane persone e ne succedono di ogni”, assicura Leonardo Dossena, sindaco di Lambrugo, in quel di Como. Dunque, ne conclude, è “meglio mettere le cose in chiaro”. Per farlo, che cosa c’è di meglio di una bella ordinanza che faccia un po’ d’ordine nel carnevale? Ecco allora che, in attesa della quaresima, ai lambrughesi non resta nemmeno la consolazione di girar per il borgo spetardando qua e là, o sparandosi addosso farina e schiuma da barba, e men che meno randellandosi l’un l’altro allegramente (per quanto il randello sia solo di plastica, e anche leggera).

Ma sono fortunati. Pur succedendone di ogni, a loro non succede quel che invece succede a Boscoreale, nel casertano. Là il sindaco non c’è più, e così ci ha pensato il commissario straordinario Michele Capomacchia, prefetto in pensione, a vietare ogni genere di carnascialesco mezzo più o meno contundente. Ma ci ha aggiunto anche l’uso delle maschere “che precludano l’immediato e sicuro riconoscimento del soggetto”. Se ne deve arguire che siano consentite tutte le altre, da quelle trasparenti a quelle che si portano in tasca.

Come a Boscoreale e a Lambrugo, in tutto il Paese è un fermento “sindacale” contro l’emergenza carnevale. A Martina Franca, per fare un esempio, i bar hanno l’obbligo di chiudere alle 20, per evitare che il carnevale – com’è peraltro sua abitudine millenaria – diventi occasione di “baldorie notturne”. E anche per mettere subito al lavoro i netturbini, ché poi se ne vanno a dormire. Ad Alatri è vietato non solo il lancio, ma anche la pura detenzione di “uova, ortaggi e simili” (la giurisprudenza alatrese avrà il suo daffare in relazione all’estensione semantica e botanico-zootecnica dell’aggettivo simili).

Così finirebbe l'Italia
, February 4, 2013

Come al solito la reazione prevalente è quella di ignorare la questione, di alzare le spalle; di richiamare i luoghi comuni secondo i quali i leghisti gridano tanto ma in fondo sono dei bravi ragazzi.

Errore grave: la proposta (per quanto vaga) di lasciare a ciascuna regione il 75% del gettito fiscale totale raccolto nel suo territorio è importante e grave; andrebbe discussa con attenzione. Prima di tutto nei suoi risvolti di tattica politica. Perché la Lega da sempre usa questo sistema: tirare molto alto – senza suscitare grandi reazioni – per poi apparire persino moderata nel richiedere concreti risultati riducendo le proprie pretese. E perché questa stessa proposta è stata fatta propria da un grande partito nazionale (il Popolo della Libertà), assumendo una rilevanza che va ben al di là della rivendicazione localistica. Il silenzio dei pidiellini è clamoroso.

Poi per i motivi di fondo. È costituzionalmente eversiva. La Costituzione è chiara: la tassazione è individuale, ed è progressiva in base al reddito. Anche i diritti di cittadinanza (istruzione, salute) sono personali, e sono indipendenti dal reddito. Per questo la politica economica nazionale svolge un fondamentale ruolo redistributivo: indirizza una parte delle tasse pagate dai più ricchi al finanziamento dei servizi per i più poveri, ovunque essi vivano. Come ovunque in Europa, come negli Stati Uniti, svolge un fondamentale ruolo politico: riduce le disuguaglianze, offre opportunità a chi ha meno. Un principio liberale, su cui si fondano le basi del nostro Stato democratico, che sarebbe stravolto dalla proposta Lega-Pdl: i principi dell’azione pubblica diventerebbero territoriali e non individuali.