Rivista il mulino

Content Section

Central Section

la nota
Ripensando a Bobbio, dieci anni dopo
L’intellettuale come mediatore
, January 13, 2014

A pochi giorni dal decennale della scomparsa di Norberto Bobbio è naturale che si abbia la sensazione di assistere a una ripresa di interesse per il suo pensiero e per la sua eredità intellettuale. Diverse case editrici celebrano l’anniversario annunciando ristampe dei suoi libri e nuove collezioni di scritti, messe insieme scavando più a fondo nel giacimento di una produzione sterminata, disseminata tra atti di convegni, raccolte di saggi, riviste accademiche, periodici politici e quotidiani. Non c’è dubbio che tali iniziative, e gli incontri di studio che si terranno in diverse città italiane, ci daranno spunti per riflettere. Non solo su ciò che Bobbio ha pensato e scritto, ma anche su chi è stato. Cosa ha rappresentato per la cultura del nostro Paese questo schivo professore torinese. Anche i suoi ammiratori credo ammetterebbero che Bobbio non ha scosso i fondamenti di una disciplina, come fecero Bertrand Russell e Albert Einstein, oppure ispirato movimenti di pensiero di respiro internazionale, come fece Jean-Paul Sartre. Bobbio era uno studioso rigoroso, un ottimo insegnante, ma non fu la cattedra a dar peso alle sue parole. Lo ascoltavamo, ne leggevamo gli interventi, perché aveva ricordato a un Paese ancora tramortito da venti anni di dittatura e ferito dalla guerra che le idee sono importanti. Che sottovalutarne il potere può avere alla lunga esiti disastrosi. Mi pare che – a prescindere da quel che ciascuno pensi del suo valore come filosofo, o della fertilità della sua eredità ideale e politica – ci sia una valutazione che potrebbe essere largamente condivisa, ovvero che egli è stato il più influente intellettuale pubblico italiano della seconda metà del XX secolo. L’unico ad avere un ruolo paragonabile a quello che Croce ebbe nei decenni precedenti alla seconda guerra mondiale. L’autorità che tutti gli riconoscevano quando è morto – persino coloro che, forse proprio per questo, sentivano il bisogno di denigrarlo – dipendeva da tale ruolo.

Ripercorrendo i suoi numerosi scritti sulla figura dell’intellettuale si coglie immediatamente questo tratto caratteristico. La generazione cresciuta col fascismo si affaccia alla democrazia con un misto di entusiasmo e timore.

Il rischio europeo
, January 7, 2014

L’appuntamento più importante del 2014 saranno le elezioni per il Parlamento europeo. È l’ottava volta che siamo chiamati a eleggere i nostri rappresentanti nel consesso più importante dell’Europa a 28 Stati. Le incognite che circondano queste elezioni sono tuttavia molte. Come bene ha messo in rilievo “The Economist” (nel dossier The World in 2014, p. 35), sono due gli esiti più probabili: il netto calo dei partecipanti al voto e il successo dei partiti antieuropei. La domanda per la democrazia europea passava per la creazione di un’Assemblea eletta direttamente da tutti i cittadini degli Stati membri. Il sogno di Altiero Spinelli e di altri si è realizzato solo nel 1979, ma da allora in poi l’affluenza è stata in costante e preoccupante calo. Siamo passati dal 62% nel 1979, al 59% nel 1984, al 58% nel 1989, al 57% nel 1994, al 50% nel 1999, per poi scendere al 45% e al 43% rispettivamente nel 2004 e nel 2009. L’attesa per il voto di maggio 2014 è per una percentuale ancora inferiore: un dato intorno al 40% confermerà non tanto il declamato “deficit democratico” delle istituzioni, quanto lo scarsissimo senso di appartenenza dei cittadini europei all’Europa come “Stato”.

Il secondo scenario sarà una piena affermazione di quel “sentimento antieuropeo” che è già molto diffuso nel nostro continente, che troverà modo di esprimersi attraverso forze politiche nazionali antisistema, nel senso della loro istituzionale contrarietà al processo di integrazione. Di conseguenza, il nuovo Parlamento non solo godrà di una bassa legittimazione democratica, per effetto della scarsa affluenza al voto, ma, soprattutto, sarà composto in larga misura da partiti che vorranno ritardare ulteriormente o ostacolare il già difficile percorso verso l’Europa unita. 

Gli ordini sono ordini
, December 23, 2013

«Ho eseguito un ordine», dice un operatore del centro di accoglienza di Lampedusa, dopo che un filmato “clandestino” ha mostrato a noi e agli Europei che cosa nel nostro Paese si intenda per accoglienza, quando si tratta di migranti. Befehl ist Befehl, verrebbe da dire. E sbaglieremmo. Il riferimento diretto o indiretto all’obbedienza che nei Lager si prestava all’ordine di sterminare, è fuorviante, e alla fine banalizzante. Certo, a chi si giustifica d’un comportamento vergognoso appellandosi alla dipendenza gerarchica ­– e magari al timore d’essere privati del posto di lavoro –, a quello, dunque, ben si può rispondere che si è morali o immorali in proprio, mai in conto terzi, e mai in subordine alla convenienza economica.

Lo stesso valeva per gli aguzzini dei campi di sterminio, e per i loro burocrati. Ma in entrambi i casi, in quello lontano nel tempo e in quello vicino, il Befehl ist Befehl spiega ben poco. Se si parte dalla moralità di quanti negano libertà, dignità e vita a un essere umano, non c’è poi da stupirsi se si finisce per considerarli (grandi o piccoli) mostri, e per ipotizzare la categoria appunto morale di Male, se non di Male assoluto.

Non è il Male, all’opera nel filmato messo in onda dal Tg2. All’opera vi è piuttosto la conseguenza, una delle conseguenze di una macchina politica e sociale complessa. Al livello più immediato di tale macchina, “lavorano” i milioni di euro che alimentano il mercato dell’accoglienza. In questo mercato si fanno concorrenza società e cooperative per le quali ogni “accolto” è un’entrata. Quanti più esseri umani sono stipati in un centro, e quanto più basso è il loro costo, tanto più trionfa il principio sovrano della produttività e del profitto.

Se ci si illude che ci sia solo questo, dietro le immagini di uomini nudi sottoposti a docce “terapeutiche”, se ne conclude che basti imporre agli imprenditori dell’assistenza criteri logistici civili, per così dire. Ma in questo modo, ancora una volta, tutto viene banalizzato, immaginando che a offendere la libertà, la dignità e le vite delle vittime sia una categoria morale, per quanto ora di moralità economica.

Se si vuole comprendere qualcosa, nei fatti di Lampedusa, conviene partire da una domanda che non contenga già in sé la risposta. Perché uomini normali, come sono gli operatori del centro, non hanno remore a degradare altri uomini? Perché basta loro un ordine per fare cose che, in altre situazioni, troverebbero vergognose? 

Si fa presto a dire disagio
, December 16, 2013

Alla fine sono arrivati i forconi. È troppo presto per capire se e quali sviluppi assumerà questa protesta; se sarà riassorbita; se tornerà ad emergere in forme nuove. Ma una cosa è chiara già da tempo: il disagio sociale che ne è all’origine è assai profondo, e non scomparirà. L’Italia viaggia in terre incognite: se la speranza è che prevalgano sempre ragionevolezza e moderazione, la preoccupazione che ciò non avvenga è forte. Basata sui fatti.

Siamo in una crisi non solo profonda come intensità, ma anche straordinaria come durata. Conta l’intensità. Ma conta molto anche la durata: anni di difficoltà incidono sui patrimoni delle famiglie, sul tenore di vita, sulle prospettive dei giovani. Se vi sono difficoltà economiche gli italiani possono rinviare l’acquisto di una lavatrice o di un’automobile nuova; ma se la crisi persiste e la lavatrice o l’auto si rompe, ci si trova nell’impossibilità di sostituirla, con un peggioramento netto della qualità della vita. La crisi, poi, non è uguale per tutti: sta creando maggiori disuguaglianze, nuove fratture sociali. Colpiscono i volti delle persone, anche anziane, scese per strada a Torino.

Purtroppo, mancano prospettive positive. Si festeggia la fine del crollo del Pil. Bene; non era ovvio. Ma si festeggia ben sapendo che tutte le previsioni per i prossimi anni sono di crescita modestissima, non in grado di riassorbire la disoccupazione e di restituire potere d’acquisto. Chi può, va: come i giovani più qualificati. Ma questo, se dà sollievo individuale, aggrava la situazione collettiva, ritarda il possibile recupero.

La politica e le istituzioni hanno una credibilità in gran parte compromessa. Riflettiamo un attimo: le durissime ricette di Monti non hanno provocato che modeste proteste: perché erano condotte da uomini abbastanza credibili, vissute come inevitabili, accettate come sacrificio oggi per stare meglio domani. Ma il domani non arriva mai

Una buona notizia
, December 9, 2013

Piaccia o non piaccia, adesso la sinistra ha un nuovo capo. Onore a tutti coloro che ci hanno creduto sin dalla prima ora e a chi, smentendo molte previsioni, ieri è andato ancora una volta (o per la prima volta) a esprimere il proprio voto. La notizia della vittoria di Matteo Renzi con questi numeri, sia in termini di partecipazione sia in termini di preferenze rispetto agli altri due candidati, è una buona notizia per tutti gli uomini di buona volontà politica. Una nuova leadership, forte se non altro grazie a una investitura così decisa, è infatti un fatto positivo in un panorama politico come quello italiano sclerotizzato e schizofrenico. Anche per chi non ha mai creduto nella proposta politica renziana e non si è fidato del nuovismo strillato con rara efficacia.

In attesa di conoscere le analisi di dettaglio sul voto di ieri (sarà interessante capire, ad esempio, quanti hanno votato per la prima volta e quanti invece tra coloro che preferirono Bersani si sono lasciati convincere a rientrare sul sindaco di Firenze), resta il dato di una partecipazione molto ampia (su cui interviene nella sua analisi Luciano Fasano) che, come già era accaduto in passato, dà ossigeno a chi crede prima di tutto alla necessità di porre rimedio alla crisi della rappresentanza politica. Non è certo un caso se, nel suo discorso di ieri sera, come sempre molto americano e ancora troppo povero quanto a contenuti, Matteo Renzi è partito lancia in resta contro il VDay genovese di una settimana fa. “Noi” siamo la politica e con la politica si costruisce. “Noi” da adesso in avanti costruiremo. A nulla serve demolire. Uno schema tanto semplice quanto efficace, almeno quanto quello movimentista