Rivista il mulino

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la nota
Riscoprire la concezione illuministica dell’eguaglianza (e delle diseguaglianze giustificabili)
Eguali nell’istruzione, almeno
, July 8, 2013

L’otto luglio del 1793 un ordine di arresto segna la fine della carriera politica del marchese di Condorcet. L’accusa è di essere un traditore e un nemico della Rivoluzione, per aver votato contro la nuova Costituzione proposta dai Giacobini. Braccato dai suoi persecutori, Condorcet si rifugia a casa di Madame Vernet, in rue Servadoni a Parigi. In casa della donna, l’intellettuale scrive quello che sarebbe diventato il suo testamento politico e morale, l’Esquisse d’un tableau historique des progrés de l’esprit humain, che è una delle testimonianze più significative dell’illuminismo. Non è soltanto la coincidenza di una data, scoperta per caso leggendo il bel libro di Anthony Padgen, The Enlightenment and Why It Still Matters (Oxford University Press, Oxford 2013), a spingermi a ricordare questo episodio della vita di Condorcet, una delle vittime più illustri del terrore rivoluzionario. Anche se devo confessare che il racconto degli ultimi mesi di vita del filosofo e matematico francese è di straordinario interesse anche alla luce della cronaca. La storia ci aiuta a comprendere meglio quanto sia difficile giudicare un drammatico cambiamento di regime mentre è in corso, e quanto rapidamente gli araldi della libertà possano trasformarsi in oppressori.

La ragione per cui

Due vite parallele, due destini simili?
, July 1, 2013

La pesante condanna di Silvio Berlusconi emessa lunedì scorso dal Tribunale di Milano ha fatto il giro dei media italiani e internazionali. Molti commentatori hanno sottolineato l’eccezionalità della situazione di un ex presidente del Consiglio alle prese con la giustizia del proprio Paese. Ma questa valutazione richiede alcune sfumature. Basta attraversare le Alpi per effettuare un parallelismo tra il Cavaliere e Nicolas Sarkozy.

Molte similitudini accomunano questi due leader. La loro personalizzazione a oltranza, il loro eccezionale dominio sulla televisione, la messa in scena della loro vita privata, la loro gestualità fisica, il loro modo di rivolgersi agli elettori, la loro volontà di sedurre e intimidire i giornalisti, il loro inesauribile dinamismo, il loro spirito combattivo. Ma anche la loro strategia di unificare le destre in un’unica coalizione, raccogliendo forze che vanno dall’estrema destra al centro, portatrici di valori che sono sovente in contraddizione: liberalismo e protezionismo, spirito europeista e sensibilità nazionale, modernità e tradizione. La loro capacità di aggregare attorno a sé un blocco sociale dalle caratteristiche molto simili, a dispetto delle differenze tra le due società. Il loro stile di imporre i propri temi all’agenda politica, o ancora il loro tentativo di forgiare un’egemonia culturale alternativa a quella, a brandelli, della sinistra.
Certamente alcune differenze fondamentali li separano, e ciò spiega forse i loro rapporti reciproci di prossimità e ostilità, di attrazione e repulsione. Sarkozy è prima di tutto un uomo politico emerso dalla corrente gaullista, e non un uomo d’affari entrato in politica, né si trova al centro di un conflitto di interessi. Non possiede alcun impero mediatico e non è miliardario. Infine la sua esperienza come statista è incomparabile con quella del suo omologo italiano.

L’astensionismo per quel che è
, June 24, 2013

Tanto alle ultime elezioni politiche quanto in occasione delle recenti tornate amministrative la partecipazione elettorale è diminuita. Questo, hanno sostenuto molti, è un “pericolo per la democrazia”. Come sempre siamo alle esagerazioni e alle iperboli, tratti caratterizzanti di un Paese come il nostro che, non per nulla, ha inventato il melodramma.  A questa interpretazione catastrofica, veicolata da giornalisti e commentatori omnibus in duetto con politici di ogni colore, si è contrapposta quella dei politologi che, classica vox clamans in deserto, continuavano a ripetere che non c’era da preoccuparsi per la “tenuta” del sistema democratico. Per due ragioni, fondamentalmente. La prima è di natura sostanziale, la seconda di tipo comparato. Partiamo dalla seconda.

In tutte le democrazie consolidate la partecipazione elettorale è in calo da decenni. I livelli del dopoguerra non sono mai stati recuperati. Anche l’Italia , più lentamente rispetto ad altri Paesi, si è allineata a questa tendenza. E nonostante il calo marcato delle ultime elezioni (ma nel 2008 c’era stato un piccolo rimbalzo positivo) si trova nel gruppo dei più partecipanti. Quindi se dobbiamo preoccuparci noi della “tenuta”, chissà che drammi vanno in scena negli altri Paesi. La seconda ragione investe il significato stesso dell’atto del voto. Per nazioni come la nostra, che ha raggiunto la piena democratizzazione in una fase storica recente, il votare tutti e liberamente assunse un significato particolare, quello della libertà conquistata.

Si può allora comprendere una certa enfasi, o meglio la si poteva comprendere nei primi decenni postbellici, ma ora il voto è un atto “normale” della vita politica. E in quanto tale può essere o non essere esercitato “liberamente”.

Mi dispiace, ma io so’ io…
, June 17, 2013

L’Italia sta crollando, e Lui da solo non ce la fa a rimetterla in sesto. Questo è il grido di dolore lanciato dal Beppe Grillo in pieno caso Adele Gambaro, rea d’aver comunicato ai media «analisi politiche» critiche verso il Capo. Di conseguenza, il Beppe Grillo si sente ancor di più addosso il fardello d’un Paese intero. Per quanto io sia io, ci dice e ci esorta, voi non potete credere che, «con l’aiuto di una srl e di un pugno di ragazzi in Parlamento, possa combattere da solo». A questo punto fa l’elenco dei tanti nemici, e del molto onore: «partitocrazia, massoneria, sistema bancario, Bce, criminalità organizzata e tutti i media». Per non parlare di quel che guadagnano il Fabio Fazio, la Bianca Berlinguer e il Giovanni Floris.

Ma il suo rammarico più addolorato è rivolto a una parte dei suoi, alla Gambaro in primo luogo. Il Capo ha rinunciato a spettacoli e guadagni per salvare l’Italia, e la senatrice che cosa gli combina? Dice la sua non solo sul movimento, ma addirittura su di Lui. «È una cosa incredibile», ci vorrebbe un po’ di riconoscenza. Che cosa aspetta ad andarsene «fuori dalle balle», la fedifraga? E nemmeno è sola. Si mormora che, pochi o tanti, altri cinquestellini siano in sofferenza. Qualcuno di loro arriva persino a sospettare che il Silvio Berlusconi sia ancora lì a dettar condizioni anche per colpa o per merito – secondo i punti di vista – del Beppe Grillo.

Non c’è dubbio. Bisogna procedere speditamente e semplicemente, come più di cinque secoli fa raccomandavano i Santi Inquisitori Heinrich Krämer e Jakob Sprenger alle prese con eretici e streghe (gli interessati possono leggere Il martello delle streghe, edito da Marsilio).

Rilanciare l'economia, a tre condizioni
, June 10, 2013

Avendo centrato con enormi sacrifici l’obiettivo di uscire dalla procedura correttiva del Patto di stabilità, l’Italia sta cercando il via libera europeo, nel prossimo Consiglio di fine giugno, ad alcune misure di rilancio dell’economia. Bene, benissimo. Ma per ottenere questo risultato sono necessarie tre condizioni: un forte e costante impegno politico, una salda rete di alleanze e infine delle proposte tecniche coerenti con la precedente evoluzione delle normative comunitarie, ma allo stesso tempo capaci di mutarne l’orientamento. Senza una di queste condizioni, l’impresa sarà destinata a fallire.

Sul primo punto il governo Letta si sta muovendo con qualche decisione. La questione politica è fondamentale: se l’Europa non riesce a rendere più ragionevole la sua austerità, e a contemperarla con misure per la crescita (che pure proclama indispensabili nella sua strategia 2020), i rischi di un progressivo scollamento delle istituzioni rispetto alle società europee, e di un diffondersi di sentimenti nazionalistici, autarchici, ribellistici, è palese. Non giovano certamente però, nel nostro dibattito politico, gli inaffidabili stop and go di chi, dopo aver passivamente subito impostazioni ultra-rigoriste di politica economica, oggi invita a improbabili bracci di ferro con la Merkel. Siamo abituati a questa torsione dei temi internazionali per ottenere un facile consenso interno, ma ciò non aiuta l’Italia nel policy-making europeo.