Rivista il mulino

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La risata che ci seppellirà
, July 22, 2013

La replica del ministro per l'Integrazione Cécile Kyenge a Roberto Calderoli, che l’aveva offesa con un insulto razzista paragonandola a "un orango", è stata non solo molto civile, ma ha segnalato il vero problema del razzismo della Lega e, più in generale, della comunicazione politica nel nostro Paese. Durante un pranzo, ospite della Carovana dello Ius Migrandi ha detto pubblicamente: "vorrei riflettere sul ruolo e le modalità di comunicazione di chi risiede nelle istituzioni, io sono per la non violenza". Ha poi proseguito sostenendo che la discussione politica deve essere basata sui contenuti e non su offese.

Non ci sarebbe più nulla da dire su questo brutto caso, in cui l’esponente leghista, vicepresidente del Senato, è stato condannato pressoché da tutti e ora risulta pure indagato per diffamazione aggravata dall’odio razziale, se non per fare qualche riflessione su un aspetto della vicenda, in parte  rilevato da Cécile Kyenge.

Innanzitutto il caso fa riflettere sul fatto che una persona che riveste una carica pubblica di grande rilievo possa usare insulti razzisti e restare al suo posto. Calderoli si è scusato (e ci mancherebbe!), ma non si è dimesso dalla vicepresidenza né si è avuta una reazione tale da parte della politica e dell’opinione pubblica da rendere le dimissioni ineludibili.

C'è da discutere, nel Pd
, July 15, 2013

In un recente articolo sul Corriere della Sera ho sostenuto che sarebbe preferibile se Matteo Renzi non si candidasse alla segreteria del Pd e si proponesse invece, quando se ne presenterà l’occasione, come premier per la coalizione di centrosinistra alle prossime elezioni politiche. Confesso che l’analogo giudizio da parte di D’Alema, Bersani e del “sindacato di controllo” del partito, nonché di molte personalità della sinistra, mi preoccupava non poco, perché di solito dissento da quanto essi ritengono giusto e opportuno. Ma mi sembrava che i miei argomenti, in parte diversi dai loro, fossero solidi e coincidenti con gli interessi del Paese e dello stesso Pd in questa difficile situazione economica e politica. Ricapitolo i tre principali.

Anzitutto si tratta di una scelta arrischiata: anche con primarie aperte, quanto è possibile in una competizione che riguarda il partito, non è affatto detto che Renzi prevalga. Il partito si spaccherebbe e un eventuale insuccesso (o successo risicato) avrebbe ripercussioni negative sulla successiva candidatura alla premiership. Secondariamente, a differenza che in veri contesti bipartitici, non si tratta di una scelta necessaria, se l’obiettivo è quello della premiership: Blair doveva espugnare il partito se voleva correre come premier, Renzi no.

Riscoprire la concezione illuministica dell’eguaglianza (e delle diseguaglianze giustificabili)
Eguali nell’istruzione, almeno
, July 8, 2013

L’otto luglio del 1793 un ordine di arresto segna la fine della carriera politica del marchese di Condorcet. L’accusa è di essere un traditore e un nemico della Rivoluzione, per aver votato contro la nuova Costituzione proposta dai Giacobini. Braccato dai suoi persecutori, Condorcet si rifugia a casa di Madame Vernet, in rue Servadoni a Parigi. In casa della donna, l’intellettuale scrive quello che sarebbe diventato il suo testamento politico e morale, l’Esquisse d’un tableau historique des progrés de l’esprit humain, che è una delle testimonianze più significative dell’illuminismo. Non è soltanto la coincidenza di una data, scoperta per caso leggendo il bel libro di Anthony Padgen, The Enlightenment and Why It Still Matters (Oxford University Press, Oxford 2013), a spingermi a ricordare questo episodio della vita di Condorcet, una delle vittime più illustri del terrore rivoluzionario. Anche se devo confessare che il racconto degli ultimi mesi di vita del filosofo e matematico francese è di straordinario interesse anche alla luce della cronaca. La storia ci aiuta a comprendere meglio quanto sia difficile giudicare un drammatico cambiamento di regime mentre è in corso, e quanto rapidamente gli araldi della libertà possano trasformarsi in oppressori.

La ragione per cui

Due vite parallele, due destini simili?
, July 1, 2013

La pesante condanna di Silvio Berlusconi emessa lunedì scorso dal Tribunale di Milano ha fatto il giro dei media italiani e internazionali. Molti commentatori hanno sottolineato l’eccezionalità della situazione di un ex presidente del Consiglio alle prese con la giustizia del proprio Paese. Ma questa valutazione richiede alcune sfumature. Basta attraversare le Alpi per effettuare un parallelismo tra il Cavaliere e Nicolas Sarkozy.

Molte similitudini accomunano questi due leader. La loro personalizzazione a oltranza, il loro eccezionale dominio sulla televisione, la messa in scena della loro vita privata, la loro gestualità fisica, il loro modo di rivolgersi agli elettori, la loro volontà di sedurre e intimidire i giornalisti, il loro inesauribile dinamismo, il loro spirito combattivo. Ma anche la loro strategia di unificare le destre in un’unica coalizione, raccogliendo forze che vanno dall’estrema destra al centro, portatrici di valori che sono sovente in contraddizione: liberalismo e protezionismo, spirito europeista e sensibilità nazionale, modernità e tradizione. La loro capacità di aggregare attorno a sé un blocco sociale dalle caratteristiche molto simili, a dispetto delle differenze tra le due società. Il loro stile di imporre i propri temi all’agenda politica, o ancora il loro tentativo di forgiare un’egemonia culturale alternativa a quella, a brandelli, della sinistra.
Certamente alcune differenze fondamentali li separano, e ciò spiega forse i loro rapporti reciproci di prossimità e ostilità, di attrazione e repulsione. Sarkozy è prima di tutto un uomo politico emerso dalla corrente gaullista, e non un uomo d’affari entrato in politica, né si trova al centro di un conflitto di interessi. Non possiede alcun impero mediatico e non è miliardario. Infine la sua esperienza come statista è incomparabile con quella del suo omologo italiano.

L’astensionismo per quel che è
, June 24, 2013

Tanto alle ultime elezioni politiche quanto in occasione delle recenti tornate amministrative la partecipazione elettorale è diminuita. Questo, hanno sostenuto molti, è un “pericolo per la democrazia”. Come sempre siamo alle esagerazioni e alle iperboli, tratti caratterizzanti di un Paese come il nostro che, non per nulla, ha inventato il melodramma.  A questa interpretazione catastrofica, veicolata da giornalisti e commentatori omnibus in duetto con politici di ogni colore, si è contrapposta quella dei politologi che, classica vox clamans in deserto, continuavano a ripetere che non c’era da preoccuparsi per la “tenuta” del sistema democratico. Per due ragioni, fondamentalmente. La prima è di natura sostanziale, la seconda di tipo comparato. Partiamo dalla seconda.

In tutte le democrazie consolidate la partecipazione elettorale è in calo da decenni. I livelli del dopoguerra non sono mai stati recuperati. Anche l’Italia , più lentamente rispetto ad altri Paesi, si è allineata a questa tendenza. E nonostante il calo marcato delle ultime elezioni (ma nel 2008 c’era stato un piccolo rimbalzo positivo) si trova nel gruppo dei più partecipanti. Quindi se dobbiamo preoccuparci noi della “tenuta”, chissà che drammi vanno in scena negli altri Paesi. La seconda ragione investe il significato stesso dell’atto del voto. Per nazioni come la nostra, che ha raggiunto la piena democratizzazione in una fase storica recente, il votare tutti e liberamente assunse un significato particolare, quello della libertà conquistata.

Si può allora comprendere una certa enfasi, o meglio la si poteva comprendere nei primi decenni postbellici, ma ora il voto è un atto “normale” della vita politica. E in quanto tale può essere o non essere esercitato “liberamente”.