Rivista il mulino

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la nota
"Italiani brava gente"
, September 2, 2013

Una calda estate italiana. Sia per le temperature canicolari, sia per un clima politico dominato dalla vicenda della condanna di Silvio Berlusconi, dalla sentenza da parte dalla Cassazione e dalle le polemiche che ne sono seguite: le speculazioni sulle sorti del governo, le controversie interne ai partiti, in particolare in seno al Pdl, al Pd, ma anche tra i membri del Movimento 5 Stelle.
Di colpo gli sbalorditivi attacchi razzisti subiti dal ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge da parte di rappresentanti della Repubblica, principalmente della Lega Nord, sono passati in secondo piano. Lo stupore e l’indignazione raddoppiano considerando la debole reazione a queste ingiurie d'altri tempi. Certo, il governo (a partire da Enrico Letta che ha avuto il coraggio di nominare ministro Cécile Kyenge), il Pd, alcuni media, alcuni intellettuali, l'hanno difesa e hanno condannato gli aggressori. Ma nel complesso la difesa è apparsa poca cosa e non ha mancato di meravigliare gli osservatori stranieri che hanno paragonato questi insulti alla crescita esponenziale dei cori razzisti negli stadi.
Tutto ciò, evidentemente, rilancia la spinosa questione del razzismo in Italia. Qui si confrontano due tesi di carattere antropologico quasi caricaturali. Quella minimalista considera gli italiani "brava gente", un popolo ormai vaccinato contro il razzismo, tollerante, accogliente, gentile; se di tanto in tanto gli italiani si lasciano trascinare a esprimere una retorica razzista non è che un gioco – per quanto esecrabile – e una sorta di velo che non può nascondere in fondo la loro generosità. L’interpretazione massimalista, al contrario, addita il forte razzismo italiano che si anniderebbe dietro la vernice di cortesia, amabilità e fraternità tutta cristiana verso l’umanità intera. Il dibattito si cristallizza nella storia nell’analisi della reazione degli italiani alle leggi antisemite del 1938 sotto il fascismo; e, oggi, a proposito del loro atteggiamento nei confronti degli immigrati.

Una rimozione assordante
, August 26, 2013

Per oltre un mese l’informazione italiana ha avuto un solo tema: cosa farà Silvio Berlusconi dopo la sentenza della Cassazione sull’ unico processo a suo carico arrivato al termine senza leggi ad hoc e prescrizioni varie? Fin da prima della fatidica data del 30 luglio l’unico argomento di cui discutere riguardava le reazioni del Cavaliere ad una eventuale sentenza di condanna. La sentenza di condanna è arrivata e dalle file berlusconiane è partita sia la caccia al cavillo, all’interpretazione autentica della legge Severino, ai possibili ricorsi alla Corte costituzionale e via disquisendo, che le pressioni verso avversari (il Pd) ed arbitri (il Presidente Giorgio Napolitano) affinché intervengano in qualche modo in soccorso del Cavaliere. Le sfumature di grigio dei sostenitori della necessità di salvaguardare almeno “l’agibilità politica” di Berlusconi vanno dall’osceno spinto dei falchi che non ammettono che “l’unto del Signore” possa essere considerato colpevole e trattato come tutti gli altri, al porno soft dei difensori della stabilità e della governabilità che invitano il Pd ad un gesto di “responsabilità”. A nessuno viene in mente che chi ha una lista così lunga di pendenze con la giustizia per reati acclarati nei processi - arrivati a sentenza definitiva o no grazie alle leggi ad personam poco importa – da tempo avrebbe dovuto farsi da parte. Ma quando si dispone di denaro a fiumi e di un impero mediatico queste cose semplici fanno presto a ingarbugliarsi.

La semplice realtà dei fatti - una colossale truffa ai danni degli azionisti Mediaset e dello Stato e la costituzione di una provvista di fondi neri di 270 milioni – svapora.  Chi parla del reato? L’assordante rumore di una informazione viziata dalle frasi ad effetto dei vari leader e leaderini nasconde l’esistenza del malloppo, la crudezza e, al limite, la volgarità del reato. Il nostro costume nazionale non è nuovo a queste torsioni orwelliane in cui il vero è falso e il falso è vero. Le abbiamo viste anche ai tempi del terrorismo, con i “compagni che sbagliavano” e l’invocazione di “soluzioni politiche” alla lotta armata. Anche allora circolava un atteggiamento di comprensione, un sottofondo accomodante e transigente, retaggio di un habitus mentale lassista-paternalista clericale più che cattolico. La nostra cultura politica, in sintonia perfetta con quella della società civile, non prevede la sanzione e la punizione. Preferisce la rimozione o una frettolosa assoluzione.

Verso il voto tedesco
, August 19, 2013

In Germania Ferragosto è un giorno come un altro. Le scuole, che in alcuni Länder sono riprese già il 5 agosto, restano aperte regolarmente e non c’è aria di vacanza. La cancelliera Angela Merkel le sue ferie le ha finite da diversi giorni. Dopo essersi fatta riprendere con il marito a passeggio in alta quota (“la montagna mi rilassa e mi aiuta a pensare”, ha dichiarato alla “Süddeutsche Zeitung” dopo un’escursione ai piedi dell’Ortles, a 3000 metri di quota), è al lavoro nel pieno della campagna elettorale, in vista del voto per il rinnovo del Bundestag (il 22 settembre).

Anche durante la sua visita a Lubecca del 15 agosto è parsa sicurissima del vantaggio che le viene accreditato, basato in gran parte sulla sua straordinaria capacità di presentarsi nei confronti dei propri connazionali come la migliore protettrice degli interessi di un Paese che appare a molti circondato da antipatia e in alcuni casi vera e propria ostilità. Con qualche venatura “populistica” (l’aggettivo è utilizzato dai media tedeschi, a cui farebbe bene qualche mese di politica italiana, N.d.R.) la sua azione in campagna elettorale, in effetti, sembra in grado di sbaragliare la concorrenza. Così, cantare a squarciagola l’inno nazionale nella storica piazza del mercato di Lubecca è da considerarsi poco più di un peccato veniale. Soprattutto se il comizio si chiude con un invito garbato come questo: “vi chiedo di votarmi perché vorrei continuare a essere la vostra Cancelliera”. Sono davvero lontani anni luce i tempi delle incertezze di Kurt-Georg Kiesinger, che nel 1969 perse il posto da Cancelliere a vantaggio di Willy Brandt. Ma Angela Merkel non rappresenta la Cdu: è la Cdu.

Del resto la regina della Germania, come alcuni hanno definito l’attuale Kanzlierin, sembra essere perfettamente a suo agio anche in una città tradizionalmente socialdemocratica come Lubecca, patria non solo di Thomas Mann, ma anche di quel Willy Brandt cui sta per essere intestato il nuovo e assai discusso aeroporto della capitale Berlino. Sarà dunque interessante vedere il risultato che Peer Steinbrück, leader dei socialisti, riuscirà a raccogliere in particolare nella città anseatica. 

I danni visibili della mano invisibile
, August 12, 2013

L’avvio della procedura di fallimento della città di Detroit non ha suscitato in Italia particolare interesse, a parte qualche consueto e acido commento del “Corriere della Sera” (21 luglio) sulla circostanza che una simile procedura dovrebbe essere applicata anche a Napoli. E invece quella di Detroit, a parte l’interesse in sé, è una metafora straordinaria di due interessanti temi nelle società contemporanee: le conseguenze del liberismo estremo; le mutevoli e differenti sorti dei ricchi e dei poveri.
La causa prima del fallimento di Detroit, al netto di episodi di malgoverno e di malaffare che non sono certo limitati a quella esperienza, è nell’effetto delle migrazioni come soluzione ai problemi di disparità geografica nello sviluppo. Detroit è il caso estremo, avendo perso due terzi della sua popolazione: ma casi comunque preoccupanti, ci sono anche in Europa e in Italia. Da tempo molti economisti e istituzioni prestigiose come la Banca Mondiale (si veda ad esempio il World Development Report del 2009, “Reshaping economic geography” ) sostengono che le migrazioni sono la migliore soluzione ai problemi di disparità: ciò che conta è offrire lavoro alle persone, indipendentemente dai luoghi.
Un economista autorevole nel dibattito europeo come Daniel Gros, ha recentemente riproposto migrazioni di massa, specie dei giovani qualificati come soluzione alla disoccupazione nei paesi del Sud Europa (Ceps Policy Brief del 26 giugno). Poi arriva Detroit. E ci ricorda la differenza fra l’economia dei teorici astratti e un po’ dogmatici e quella delle persone in carne e ossa. Che succede, infatti, ai luoghi dai quali fuoriescono in massa le persone più qualificate in cerca di lavoro? Questi luoghi muoiono, perché i residenti, il loro reddito e il loro gettito fiscale non sono più in grado di sostenere neanche i minimi servizi indispensabili, e ancor meno far fronte a servizi giustamente progettati su una scala molto più ampia. Non è difficile argomentare che il costo collettivo di un luogo che “muore” è assai superiore al beneficio privato di chi è emigrato

Qualche parola sui diritti
, July 29, 2013

Il lancio di banane al ministro della Repubblica Cécile Kyenge è solo l’ultimo episodio che fa da indicatore per valutare il livello d’inciviltà raggiunto dal nostro Paese. Non ci sono mezze misure: ci riempiamo la bocca di parole apparentemente piene di senso ma non ne conosciamo il valore. Inutile continuare ancora a discutere di diritti solo come espressione di domande individuali. Occorre invece insistere sul concetto di cittadinanza e sui doveri di solidarietà che esso porta con sé, che costituiscono l’altra faccia della libertà. Doveri di appartenenza a una comunità politica, che abbiamo dimenticato, presi da una vertigine egotistica nella quale stiamo precipitando senza rendercene conto. In una comunità politica contano i valori che uniscono, non le rivendicazioni che dividono. I diritti fondamentali, da pretese di inclusione sociale, stanno diventando strumenti di esclusione e di divisione. La colpa non è dell’ignoranza diffusa, però: è piuttosto di chi fa “cultura” delle libertà senza senso di appartenenza a un comune destino; di chi enfatizza il momento della scelta individuale, dimenticando che ogni persona è necessariamente un “essere situato”; di chi esalta l’autodeterminazione senza considerare, nella polis, l’altro da sé.