Rivista il mulino

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la nota
Una situazione politica di stallo, senza ancora una nuova legge elettorale e con molte incertezze
Facciamo il punto
, November 25, 2013

Gli scissionisti PdL tengono in piedi un governo con mani legate e intanto la rinata Forza Italia lo massacra di botte. È quasi maramaldesco: neppure un governo forte e coeso sarebbe in grado di reggere per un anno e mezzo in questa crisi godendo del consenso popolare, immaginarsi un Letta-Alfano! La divisione di compiti tra le destre sembrerebbe dunque perfetta per il genio degli scontri bipolari urlati, in presenza di un Pd spaccato tra chi avrebbe voglia di far cadere il governo – certo non solo Renzi – e chi sta dalla parte di Letta e Napolitano: un “repeat” della situazione in cui si era venuto a trovare Veltroni nel 2008, impacciato dal sostegno all’impopolare governo Prodi 2. Ma la storia non si ripete mai, se non come farsa, una farsa tragica nel nostro caso: quali sono le differenze?

La prima è che siamo in una situazione tripolare, e chi si avvantaggerebbe di più da uno scontro urlato sono i 5 Stelle e non Forza Italia: Berlusconi decaduto e ai servizi sociali, indebolito dalla divisione del suo gruppo, appesantito dal sostegno che aveva dato a Letta-Napolitano, sarebbe ancora il regista della sua parte politica, ma non il protagonista dello scontro. La seconda è che le regole elettorali oggi sono in ballo, mentre allora il Porcellum non era in discussione. Se la Consulta ne proclamasse l’incostituzionalità per l’assenza di un limite inferiore al premio, com’è probabile, torneremmo nel proporzionale, a meno che si adotti la facile soluzione D’Alimonte –e per l’attribuzione chiedo venia a Pasquino che l’aveva anticipata tanti anni fa in un diverso contesto: un ballottaggio per il premio tra le due liste che hanno ottenuto i maggiori consensi. Ma questa “soluzione” non eliminerebbe la possibilità di risultati difformi tra Camera e Senato, e di conseguenza il caos.

www.comeguadagnaresoldi
, November 18, 2013

Tutto è cominciato così, secondo una delle adolescenti finite nello scandalo delle “baby prostitute dei Parioli”: da una ricerca su Google con la parola chiave “come guadagnare soldi”. È nella banalità di questa frase detta da una ragazzina al procuratore per giustificare la propria scelta, perché di scelta e non di costrizione si tratta, che troviamo la cifra di un fenomeno che va ben oltre il tema della prostituzione giovanile e del reato che commettono i clienti di prostitute minorenni. 

Ciò che è scioccante sul piano sociale e culturale, non è tanto la prostituzione giovanile in sé, fenomeno conosciuto e ampiamente studiato, ma il mix di razionalità, efficienza, cinismo che emerge sia dall’interrogatorio della ragazza più "grande" (15 anni) al Palazzo di Giustizia, che dalle conversazioni e dagli sms scambiati con i clienti. Non vi è l’ombra di un qualche senso di ripugnanza nel dover compiere atti sessuali con uomini adulti, che potrebbero essere i loro padri o nonni, né senso di colpa o di vergogna nell’ammetterlo esplicitamente, ma l’idea di fare qualcosa di normale, come i lavoretti estivi che molti studenti fanno per pagarsi le vacanze.  

Si coglie addirittura nei colloqui riportati su molti quotidiani nei giorni scorsi, la precisa e quasi orgogliosa rivendicazione che la loro è stata una scelta, che non sono vittime di qualche losco individuo, che sapevano quel che facevano. Niente a che fare col solito vittimismo con cui si presentano e in genere vengono presentate le giovani (spesso immigrate) finite nel giro della prostituzione.

La normalità del vendere il proprio corpo per denaro a 15 anni, dopo la scuola, non si discosta molto da altri casi che hanno trovato spazio nella cronaca di questi giorni. Mi riferisco, ad esempio, al caso riportato dal direttore del reparto di pediatria dell’ospedale Fatebenefratelli delle “ragazze doccia”

Verso il voto europeo del 2014
Nel giardino anti-europeo
, November 18, 2013

Stiamo entrando - come ha scritto Timothy Garton Ash - in quella che si annuncia come la più interessante campagna elettorale europea dal 1979, l’anno in cui per la prima volta abbiamo votato per eleggere i nostri rappresentanti al Parlamento dell’Unione. Stando ai sondaggi, quella che si insedierà nel 2014 potrebbe essere la prima legislatura europea a dover fare i conti con la presenza di una consistente, pur se variegata, minoranza composta da partiti che hanno un atteggiamento di forte scetticismo, quando non di aperta ostilità, nei confronti dell'Europa comunitaria e delle sue istituzioni.{C}

Dopo la festa, il nuovo sindaco di New York dovrà dare un seguito alle promesse
De Blasio alla prova delle diseguaglianze
, November 14, 2013

“Il codice di avviamento postale non deve predeterminare il nostro destino” – con questa massima dell’avvocato per i diritti civili Jones Austin, una dei due collaboratori che il neo-eletto sindaco di New York ha scelto per guidare la transizione dall’amministrazione Bloomberg a quella democratica, si può riassumere il senso della linea politica che ha portato Bill de Blasio a City Hall. I quartieri della città, ha insistentemente spiegato de Blasio nel corso della sua campagna elettorale, si sono negli ultimi vent’anni balcanizzati secondo l’etnia e il reddito. Al di fuori di Manhattan e di qualche area di Brookyln e di Harlem, le opportunità economiche e sociali dei cittadini sono minime e la diseguaglianza restano la vera piaga di questa città

Gli “amici" della Costituzione
, November 11, 2013

“Amici della Costituzione unitevi”: è questo il manifesto del partito (che nell’attuale temperie è derubricato a “Lista elettorale”) immaginato da Paolo Flores d’Arcais dalle pagine di “MicroMega” (7/2013). Un movimento, non l’ennesimo partitino, che superi le inconcludenti iniziative di piazza che restano “a mezz’aria” (come quella del 12 ottobre), capaci solo di “smobilitare moralmente le masse”, per poi “fermarle politicamente”, per puntare direttamente mediante un leader riconosciuto (individuato o in Landini o in Rodotà) a un’indispensabile rappresentanza in Parlamento, “se non si è disposti a scegliere la via della rivoluzione in senso proprio (insurrezione violenta compresa)”.

Il programma sta nell’obiettivo di “realizzare la Costituzione”. Ma, il fine di questo movimento è, apertamente e in modo chiaro, quello di una “politica divisiva”, che fa carta straccia della natura compromissoria della Costituzione (o, meglio, propria di ogni costituzione). La linea del Piave è data dall’esigenza, per un verso, di indicare per nome i “nemici della Costituzione” e, per altro verso, di definire che cosa sia la “Costituzione” che deve essere realizzata. La pars destruens non è tanto l’elenco delle aggressioni costituzionali perpetrate e in corso di svolgimento ma, soprattutto, la denuncia dei responsabili di quello che è additato un “complotto partitocratico finanziario”, con “ingredienti mafiosi”: il vertice è “non lo spirito santo”, ma il “Lord Protettore” Giorgio Napolitano; lo “strumento esecutivo” il governo di grande coalizione “Lettalfano”. Condannando senza appello il comitato di “saggi”, incaricato di “fare a pezzi la Costituzione”, e una Corte costituzionale ormai “addomesticata” (il riferimento è alla nota e, evidentemente indigesta, vicenda sulle intercettazioni della Procura di Palermo nei confronti del Capo dello Stato). Questo movimento, verrebbe da dire, di salute pubblica, pur denunciando la politica che avrebbe reso la “Costituzione come programma di parte”, ha esso stesso un’idea partigiana e discriminatoria della Carta fondamentale.

Non tanto per il richiamo, un po’ ruffiano, ai valori della Resistenza e dell’antifascismo (rievocati per riaprire una, evidentemente non ancora sopita, nonostante la chiusura del terrorismo, polemica contro la “costituzione tradita”), quanto per la palese propensione a considerare “Costituzione” o solo alcune norme scritte o solo alcune letture molto orientate dei principi fondamentali. Quella da cui partire è una (non originale peraltro) interpretazione socialista, riattualizzata come “programma di Robin Hood”, che si regge sul preteso assoluto primato del “lavoro” sull’impresa o su qualsiasi altra attività di lavoro non subordinato; e su una concezione funzionalistica della proprietà privata, “piegata dalla sovranità popolare” o altrimenti da espropriare quale “bene comune”.