Rivista il mulino

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L'Italia salverà l'Europa?
, June 3, 2014

Una delle principali conseguenze delle recenti elezioni europee è che il ruolo dell’Italia in Europa nei prossimi mesi sarà di fondamentale importanza. Forse storicamente decisivo. Esito niente affatto scontato; ancora pochi mesi fa del tutto imprevedibile.

Frutto non solo del calendario, con il prossimo semestre di presidenza. Ma soprattutto del voto: con il forte consenso al PD di Renzi e la generalizzata saggezza degli elettori mediterranei (che hanno respinto sirene estreme); il successo degli euroscettici: sensibile ma fortunatamente non decisivo, grazie anche alle loro divisioni per paese e lungo linee politiche; le forti convulsioni interne nel Regno Unito e in Francia (che indeboliscono in particolare quest’ultima); lo scarto fra la stabilità del voto tedesco e quello in quasi tutti gli altri Stati membri. All’attuale governo italiano il voto europeo consegna un evidente mandato: trovare entro fine anno il consenso intorno a una ragionevole modifica delle tetragone regole dell’austerità europea. Una modifica che possa accompagnare – almeno a partire dal 2015 – qualche prospettiva di ripresa dell’occupazione, e quindi di consenso popolare per l’Europa. Prima che sia troppo tardi. Facile dire: è impossibile, la Germania non accetterà mai. Ma altrettanto facile ritenere che così non si potranno che acuire i rischi “catastrofici” che l’Unione sta già correndo.

Allo stesso Paese che meno di tre anni fa era divenuto l’anello più debole della catena comunitaria, spetta oggi la riscoperta del suo ruolo di grande fondatore. Saprà esercitarlo?

Difendere la democrazia?
, May 26, 2014

Abbiamo ancora bisogno della politica? Occorre avere il coraggio e l’onestà intellettuale di porsela, questa domanda imbarazzante, qualunque sia oggi (domani, mentre viene scritta questa nota) il risultato delle elezioni europee. Per politica si intende quella democratica, con le sue regole, le sue mediazioni, i suoi bilanciamenti di potere, i suoi partiti, e anche con le sue complessità e lentezze necessarie.

Nella crisi profonda in cui si trova, presa fra tecnocrazia e populismo, per alcuni la democrazia già apparterrebbe al passato. Lo confermerebbe la cosiddetta antipolitica, cioè l’insofferenza e qua e là l’odio nei confronti del personale politico. A poco varrebbe obiettare che se il pubblico (per usare un termine up to date, e vagamente totalitario) detesta la democrazia, è perché ha dimenticato, o gli è stato fatto dimenticare, che cosa davvero è una politica non democratica, e quali davvero sarebbero le sue conseguenze. Non si possono più utilizzare modelli desueti come quello dell’opposizione tra democrazia e autoritarismo. Governare il mondo oggi è del tutto diverso da quel che è stato governarlo ieri. Così si risponderebbe, e magari si aggiungerebbe l’ormai consueta apologia dell’efficienza e della velocità delle decisioni.

Alice nel paese dei corrotti
, May 19, 2014

Le rivelazioni, gli arresti, le confessioni del grande malaffare dell’Expo terrorizzano i partiti, il Pd e FI soprattutto, perché mettono ancora più benzina nel motore dei 5Stelle, ben felici di gettare discredito su tutto e su tutti. Nonostante l’abitudine alla corruzione, credo anch’io che questo ennesimo caso sia particolarmente importante e rivelatore. A stupirmi è innanzitutto lo stupore dei numerosi politici e giornalisti di fronte ad esso. Già prima vi erano state avvisaglie che denunciavano una situazione preoccupante: ad esempio – come ha ricordato Gian Antonio Stella sul "Corriere della Sera" – ribassi enormi di imprese vincitrici poi lievitati e infiltrazioni nei subappalti di imprese in odore di mafia.

Sconcerto, stupore, sorpresa, sbigottimento sono i termini più usati nei commenti. Lo stupore riguarda quello che sembra un déjà vu: una “nuova Tangentopoli”? Ma come, dopo più di vent’anni? Ancora maggiore è lo sbigottimento di fronte al riemergere, bisognerebbe dire il persistere, di vecchi e ben noti personaggi, vent’anni fa condannati, oggi “procacciatori di affari”, come alcuni amano definirsi. Sempre loro? La rottamazione qui non è arrivata?

Nostalgici
, May 12, 2014

Fanno quasi commuovere le immagini che accompagnano le parole di Edmondo Berselli lette da Gioele Dix a “Quel gran pezzo dell'Italia”. Non solo perché, come opportunamente recita il titolo della trasmissione, “Era già tutto scritto ma ci eravamo distratti”. Ma anche perché è come se tutto fosse accaduto invano. Come se (alla fine e come Berselli aveva al solito pronosticato), nel convincerci senza sforzi di essere circondati da molti, troppi soliti stronzi, non ci fossimo accorti che lì in mezzo c'eravamo anche noi.

Così, a più di trent'anni dalla fine del sogno di Berlinguer e a venti dalla discesa in campo del grande corruttore, quando capita di vedere i filmati di quei tempi si rischia di ritrovarsi inguaiati in inesauribili nostalgie. Cresce il numero di coloro che rimpiangono, loro sì, l'avevano capito subito, la vecchia, cara Prima Repubblica. Tutta in blocco, inclusi i dibattiti televisivi con sigaretta accesa e la presenza dell'immancabile rappresentate in quota socialdemocratica. C'è chi rimpiange i radicali di una volta e la loro capacità di portare avanti le battaglie giuste (e naturalmente c'è chi rimpiange sopra di tutto il sapere “portare avanti”, se non altro un discorso). E insieme chi non ha dimenticato tanto facilmente il fascino senza tempo del maglioncino bianco a collo alto indossato da un sempre più arrabbiato ma ancora giovane Pannella. Chi si ostina a non considerare affatto italiano un Giro d'Italia che parte sotto un vento gelido e un cielo grigio autunnale da Belfast, Irlanda. Manco a dirlo, c'è poi chi si è convinto, sempre prima di tutti gli altri, e dai medesimi vent'anni, forse trenta, che il calcio italiano non merita ormai più di uno sguardo distratto, naturalmente in televisione. E che dopo Riva, Rivera e Mazzola tutto è finito per sempre.

Per non dire di chi, testardo, rammenta con rammarico invocandone la santa resurrezione l'uso corretto dei piuttosto che, ovvero degli ovvero.

C'è però sempre la realtà a ridestarci dalle nostre facili nostalgie

Sembrare normale
, May 5, 2014

Da quando Matteo Renzi si è preso il Pd a passo di carica, l'attenzione di buona parte degli osservatori si è spostata - comprensibilmente - sul governo. Non era difficile immaginare che un Renzi premier avrebbe ben presto affiancato il Renzi segretario del partito, attirando su di sè lo sguardo di tutti, alleati e avversari, ansiosi di sapere se avrebbe retto alla prova del governo. Una cosa è fare campagna per le primarie, altra cosa è guidare un Paese come il nostro. A distanza di alcune settimane dal debutto del nuovo presidente del Consiglio, ci sono ora gli elementi per formulare un primo giudizio. Se non proprio un bilancio, almeno una valutazione non del tutto condizionata dal pregiudizio.

Non c'è dubbio che qualcosa si è mosso, e nella giusta direzione. A differenza dei suoi predecessori, Renzi ha manifestato una notevole capacità di far politica nell'unico modo che conta in democrazia, dando agli elettori l'impressione che il loro parere conti. Che magari saranno costretti a ulteriori rinunce, ma che stavolta i sacrifici saranno parte di un percorso su cui avranno l'opportunità di far sentire la propria voce, non il distillato di un'arcana sapienza di cui sono depositari solo i "tecnici", gli unici che abbiano titolo a parlare dell'interesse comune.