Rivista il mulino

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la nota
Cento, non più di cento
, June 23, 2014

La carica dei cento senatori è un bel segnale. Il progetto iniziale di Matteo Renzi non poteva tenere. Un Senato destinato a essere senza identità, perché sommatoria indistinta di soggetti eterogenei, senza una chiara portata rappresentativa, si avvia ad avere finalmente una forma e un senso. La seconda Camera conterrà in tutto cento senatori, dei quali la stragrande maggioranza sarà espressione delle regioni, una piccola parte dei sindaci, e solo cinque nominati dal presidente della Repubblica. Nonostante rimanga del tutto inutile l’antiquata presenza di “ottimati” indicati dal Colle, aver cambiato nettamente i rapporti di forza tra regioni e comuni, a vantaggio delle prime, serve per dare al nuovo Senato un volto coerente con l’obiettivo della riforma costituzionale voluta dal governo.

Superare il bicameralismo paritario è un’esigenza storica e politica. L’Italia resta un unicum nel costituzionalismo liberaldemocratico, la cui spiegazione era tutta legata alla divisione del mondo in due blocchi, e alla parallela divisione italica tra democristiani e comunisti. Un Parlamento con due Camere identiche è un monstre dal punto di vista del processo decisionale: perché ogni decisione deve scontare il rischio di superare due discussioni estenuanti, magari in consessi privi della medesima maggioranza politica (com’è accaduto, da ultimo, l’indomani delle elezioni del 2013). Ma un Parlamento che rappresenta in due Camere lo stesso elettorato nazionale è un ossimoro dal punto di vista dello Stato regionale: in tutti i Paesi a struttura decentrata, le regioni (non i comuni) sono rappresentate nella seconda Camera, per assicurare il principio di divisione dei poteri anche in senso verticale, ossia tra lo Stato centrale e le autonomie territoriali, come ci hanno insegnato i padri fondatori degli Stati Uniti d’America.

Renzimania
, June 16, 2014

Uno strano fenomeno si sta diffondendo in Italia e in diversi Paesi europei. È la renzimania. In Italia, Matteo Renzi, che per un anno o due ha suscitato reazioni contrastate, tra l'approvazione e il rifiuto, ora provoca un entusiasmo ampiamente condiviso nel suo partito, ma anche nei media, nel mondo imprenditoriale e nella classe politica, naturalmente con l'eccezione dei berlusconiani e dei simpatizzanti della Lega Nord. La "moda Renzi" è iniziata dopo la sua vittoria alle primarie del Pd nel 2013 e – superato il disagio dovuto al modo in cui l'ex sindaco di Firenze aveva contribuito a defenestrare Enrico Letta da Palazzo Chigi – si è rafforzata dopo la sua nomina a presidente del Consiglio. Ma, soprattutto, ha trovato conferma con il successo personale raccolto alle elezioni europee: per rendersene conto basta leggere i giornali o ascoltare le conversazioni della gente.

Ho constatato di persona questa generalizzata curiosità nei suoi confronti al recente Festival dell’Economia di Trento. L'annuncio a sorpresa dell'arrivo del presidente del Consiglio ha messo in fibrillazione i presenti. Non bastava darsi da fare per ascoltarlo: bisognava vederlo, sentirlo, toccarlo. Si è così potuto misurare sul campo l'effetto del suo potere carismatico.

A proposito delle politiche per il lavoro del governo Renzi
L'Italia cambia verso?
, June 9, 2014

In Italia il 2014 è iniziato con il tema del lavoro al centro dell’agenda politica. Il Jobs Act annunciato già a gennaio si fondava su quattro pilastri: 1) riduzione del cuneo fiscale; 2) politica industriale per il manifatturiero italiano e il made in Italy; 3) ricomposizione del mercato del lavoro tramite il contratto di lavoro a tutele progressive; 4) semplificazione delle norme sul lavoro.

Erano pilastri importanti e di buon auspicio per realizzare il cambio di verso annunciato. Ma dopo 90 giorni di governo Renzi, che cosa è rimasto di quell’annuncio? 

Il primo pilastro è contrassegnato dal cartello “lavori in corso”. Il bonus degli 80 euro è appunto un bonus, non strutturale, e dalle coperture incerte. Dovrà divenire strutturale con la legge di stabilità del prossimo autunno. La riduzione dell’Irap è prevista nell’ordine del 10%, ma anche in tal caso non vi certezza sulle coperture. Tuttavia, sono passi significativi realizzati. Non avranno però effetti economici significativi nel breve periodo, come lo stesso Def2014 certifica.

Il secondo pilastro è stato purtroppo presto abbandonato, a meno che non si ritenga che politica industriale sia sinonimo di privatizzazioni. Vi è necessità invece di politica industriale pubblica per i settori strategici, sia tradizionali/maturi sia innovativi, per realizzare innovazioni nei processi e nei prodotti, nell’organizzazione e qualità del lavoro, in tecnologie verdi e conoscenza, quali fattori cardine per contrastare la stagnazione della produttività che frena sia la competitività delle imprese sia le retribuzioni dei lavoratori.

Il terzo pilastro è stato depotenziato e rinviato al disegno di legge delega, che, una volta approvata dal Parlamento, troverà attuazione forse nel 2015. Sarebbe stato auspicabile che con l’introduzione del contratto a tutele progressive si segnasse una discontinuità rispetto al passato, andando verso una radicale eliminazione del supermarket delle forme contrattuali per indurre le imprese a investire in capitale cognitivo e in innovazione organizzativa.

L'Italia salverà l'Europa?
, June 3, 2014

Una delle principali conseguenze delle recenti elezioni europee è che il ruolo dell’Italia in Europa nei prossimi mesi sarà di fondamentale importanza. Forse storicamente decisivo. Esito niente affatto scontato; ancora pochi mesi fa del tutto imprevedibile.

Frutto non solo del calendario, con il prossimo semestre di presidenza. Ma soprattutto del voto: con il forte consenso al PD di Renzi e la generalizzata saggezza degli elettori mediterranei (che hanno respinto sirene estreme); il successo degli euroscettici: sensibile ma fortunatamente non decisivo, grazie anche alle loro divisioni per paese e lungo linee politiche; le forti convulsioni interne nel Regno Unito e in Francia (che indeboliscono in particolare quest’ultima); lo scarto fra la stabilità del voto tedesco e quello in quasi tutti gli altri Stati membri. All’attuale governo italiano il voto europeo consegna un evidente mandato: trovare entro fine anno il consenso intorno a una ragionevole modifica delle tetragone regole dell’austerità europea. Una modifica che possa accompagnare – almeno a partire dal 2015 – qualche prospettiva di ripresa dell’occupazione, e quindi di consenso popolare per l’Europa. Prima che sia troppo tardi. Facile dire: è impossibile, la Germania non accetterà mai. Ma altrettanto facile ritenere che così non si potranno che acuire i rischi “catastrofici” che l’Unione sta già correndo.

Allo stesso Paese che meno di tre anni fa era divenuto l’anello più debole della catena comunitaria, spetta oggi la riscoperta del suo ruolo di grande fondatore. Saprà esercitarlo?

Difendere la democrazia?
, May 26, 2014

Abbiamo ancora bisogno della politica? Occorre avere il coraggio e l’onestà intellettuale di porsela, questa domanda imbarazzante, qualunque sia oggi (domani, mentre viene scritta questa nota) il risultato delle elezioni europee. Per politica si intende quella democratica, con le sue regole, le sue mediazioni, i suoi bilanciamenti di potere, i suoi partiti, e anche con le sue complessità e lentezze necessarie.

Nella crisi profonda in cui si trova, presa fra tecnocrazia e populismo, per alcuni la democrazia già apparterrebbe al passato. Lo confermerebbe la cosiddetta antipolitica, cioè l’insofferenza e qua e là l’odio nei confronti del personale politico. A poco varrebbe obiettare che se il pubblico (per usare un termine up to date, e vagamente totalitario) detesta la democrazia, è perché ha dimenticato, o gli è stato fatto dimenticare, che cosa davvero è una politica non democratica, e quali davvero sarebbero le sue conseguenze. Non si possono più utilizzare modelli desueti come quello dell’opposizione tra democrazia e autoritarismo. Governare il mondo oggi è del tutto diverso da quel che è stato governarlo ieri. Così si risponderebbe, e magari si aggiungerebbe l’ormai consueta apologia dell’efficienza e della velocità delle decisioni.