Rivista il mulino

Content Section

Central Section

la nota
Oltre l'austerità
, February 10, 2014

Colpisce lo scarto fra le tensioni profonde che stanno percorrendo l’Europa e la pervicacia nel non voler modificare, nemmeno su piccoli aspetti, l’impostazione delle politiche comunitarie di austerità.

La crisi sta incidendo a fondo sulla società europea. Lo vediamo bene in Italia. Grazie ad esempio ai più recenti dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie, condotta dalla Banca d’Italia, abbiamo la conferma di come non sia uguale per tutti, e colpisca in misura decisamente maggiore le fasce più deboli della popolazione. Non è difficile individuarne le cause: la mancanza di lavoro stabile e regolare, insieme alla forte riduzione degli ultimi anni dei già modesti interventi di carattere sociale e alle misure sulla fiscalità che hanno premiato i più abbienti a danno dei meno abbienti (riduzione della tassazione sul patrimonio immobiliare). Si sta creando una fascia di popolazione a rischio, sulle cui modalità di adattamento e sopravvivenza ben poco sappiamo. Ancora, i dati confermano un progressivo “scivolamento” verso il basso delle classi medie, alle prese con difficoltà a mantenere un tenore di vita consolidato: alle difficoltà del lavoro dipendente (primi fra tutti, gli insegnanti), già visibili da molti anni, si sono aggiunte quelle del lavoro indipendente (primi fra tutti, i commercianti). Crescono molto le disuguaglianze. Quali ferite stanno apportando queste dinamiche alla coesione sociale interna ai Paesi, in Italia e in Europa? Questa fondamentale domanda rimane senza risposta.

La crisi sta provocando crescenti rigurgiti di egoismo e nazionalismo. Quietatesi in Italia le tensioni secessionistiche (con il crollo, etico e politico, della Lega Nord), sono ben vive innanzitutto in Spagna (Catalogna) e nel Regno Unito (Scozia). In particolare, le conseguenze del possibile referendum scozzese potrebbero andare ben oltre quel Paese, aprendo una pagina del tutto nuova in Europa. Si rafforzano – come ben noto – partiti e movimenti populisti e nazionalisti che potrebbero, con il voto di maggio, incidere significativamente sul prossimo Parlamento. In Italia si fa a gara a prendere posizioni antieuropee e anti-euro, per intercettare il vasto voto di protesta: assai vasto, come già abbiamo visto nelle ultime elezioni. Colpisce il risultato del referendum svizzero di ieri: in un Paese solo sfiorato dalla crisi e con un’economia ben solida, per la prima volta si registra una maggioranza di votanti favorevoli a una proposta xenofoba. 

Più poveri
, February 3, 2014

Sono trascorsi esattamente dieci anni da quando, all’inizio del 2004, pubblicammo sul numero 412 del “Mulino” un blocco di articoli che, significativamente, intitolammo “ceti medi e crisi nera”. Colpisce rileggere i titoli dei pezzi che componevano quella sezione monografica: “Quasi poveri e vulnerabili”, “Prezzi, redditi e impoverimento delle famiglie”, “Le mani vuote. Una società con più costi e meno sussidi”, “Il lavoro nascosto e i conti che non tornano”. In quelle pagine si evidenziava come i contratti sociali delle democrazie del secondo dopoguerra, orientati a migliorare le condizioni di vita e le possibilità di consumo alla ricerca di una distribuzione più equa dello sviluppo economico, fossero entrati in crisi. E come a risentirne fossero, soprattutto, le fasce di cittadinanza né troppo povere, né troppo ricche; ma sempre più vulnerabili. Quell’insieme di popolazione che nella seconda metà del secolo scorso ha visto crescere i propri consumi e le proprie possibilità di accumulazione patrimoniale.

Del resto, ci si era accorti già da tempo che il modello di stratificazione sociale che tendeva a restringere le differenze sociali e ad ampliare sensibilmente le categorie situate nel mezzo della scala sociale non reggeva più. Da allora, fette sempre più consistenti della popolazione italiana si sono trovate a dovere affrontare la insanabile contraddizione tra i costi da sostenere in tempi di crisi economica e un livello di qualità della vita considerato, a torto, irrinunciabile.

Dal quel numero del “Mulino” di dieci anni fa si sono rincorse interpretazioni che hanno addossato l’intero fardello delle responsabilità di volta in volta a questa o quella parte politica, all’euro, all’Europa, alla crisi internazionale. E sono state via via riformulate vecchie ricette politiche, in larga parte di stampo populista, volte a catturare il consenso di chi, anno dopo anno, percepiva il progressivo peggioramento della propria condizione sociale. Poi è arrivata la Grande Crisi, quella che hanno visto tutti, e ha reso ancora più impervie le strade su cui corre la vita di chi appartiene, o è convinto di appartenere, al ceto medio. Anche in questo caso è importante ragionare della percezione che ciascuno ha delle proprie condizioni di vita. Ci vengono utili i risultati di uno studio condotto da Demos, cui rimandiamo per i dettagli. Qui ci preme richiamare quanto Ilvo Diamanti sottolinea proprio oggi: vale a dire il progressivo e rapido peggioramento percepito da chi otto anni fa si sentiva “classe media” e oggi è invece convinto di avere sceso un gradino nella scala sociale. Una percezione, tra l’altro, che non vede forti differenze tra Nord e Sud, a dispetto dei dati che in molti altri ambiti indicano un Paese profondamente diviso in due.

Mentre la crisi economica dava le prime avvisaglie e poi esplodeva, che cosa è stato fatto dalla nostra classe dirigente che oggi si trova intrappolata nel circolo vizioso di un modello fallimentare? Quali responsabilità rispetto alle ridottissime previsioni di crescita per il 2014 deve accollarsi in proprio la classe imprenditoriale che oggi strepita e si lamenta? A chi, sul fronte del pubblico, vanno ascritte le responsabilità della nomina di Mastrapasqua a capo dell’Inps, l’ente che da solo assorbe un terzo dell’intera spesa pubblica italiana? E, infine, quali proposte politiche di stampo realmente riformatore sono arrivate al corpo elettorale in questi ultimi dieci anni? 

I giovani dell’età di mezzo
, January 27, 2014

La generazione dei quarantenni urge alle porte del Paese, rivendica una presenza in politica, nelle professioni, nella cultura, nell’università. Offuscata, ignorata, paternalisticamente blandita  dalla generazione dei padri/madri, è  invecchiata “in panchina”, come recita il sottotitolo autoironico del  pamphlet di Andrea Scanzi, che di questa “generazione di mezzo” è un rappresentante noto.

Quando Enrico Letta ha proclamato che il 2013 sarebbe stato l’anno della “svolta generazionale”, non pensava solo a se stesso (nato nel 1966), ma ad altri attuali protagonisti della vita politica italiana, come Angelino Alfano (nato nel 1970) e, soprattutto, Matteo Renzi, il più giovane (nato nel 1975), che della “rottamazione”, ossia del ricambio generazionale, usando i termini neutri della demografia, o dell’uccisione del padre, usando quelli emotivamente forti della psicanalisi, ha fatto il suo primo cavallo di battaglia.

Che il nostro sia stato e sia ancora un Paese gerontocratico, oltreché maschile (nelle banche, nelle imprese, nell’Università e in quasi tutte le organizzazioni che contano) è ampiamente dimostrato dai dati sfornati dagli istituti di statistica nazionali ed europei e non occorre ritornarci sopra. Fanno bene quindi i giovani, in particolare quelli che da un bel po’ hanno varcato la “linea d’ombra”, a chiedere a gran voce un cambiamento. Il problema non è certo questo: hanno ragioni da vendere. Il problema è che tutti - adolescenti, giovani, meno giovani, anziani, vecchi -  vogliono, quasi agognano a questo cambiamento, desiderano smuovere la palude in cui da vent’anni come italiani siamo immersi fino al collo.  

L’idea che non funziona è che dietro i quarantenni e quasi-quarantenni, cresciuti negli anni Ottanta, tra la cupezza del terrorismo, la calda protezione della famiglia, e il mondo guasto là fuori, con le ideologie rottamate ben prima degli ideologi, senza poter rielaborare ed eventualmente contestare una memoria storica che la generazione dei padri (che è poi quella “mitica” del ’68) non è stata capace di trasmettere, ci sia davvero una “generazione”, ossia qualcosa di più di un insieme eterogeneo e disperso di coetanei o quasi-coetanei. La generazione, come la conoscono i sociologi, fin dai tempi del famoso testo di Karl Mannheim del 1928 (Il problema delle generazioni), non è definita dal mero dato biologico, il succedersi di vita e morte, la casualità dell’essere venuti al mondo negli stessi anni.

La generazione va ben oltre il mero dato anagrafico. Infatti non tutti coloro che hanno la stessa età fanno parte di una  generazione, perché per farne parte è necessario che si crei un’“unità di generazione”, un legame stretto, che implica un senso di appartenenza, una reazione comune e un comune orientamento rispetto ai particolari eventi e alle  esperienze storiche vissute. La generazione, nei termini indicati da Mannheim, diventa una sorta di soggetto collettivo con una identità, stili di pensiero, modi di agire e di rapportarsi al mondo specifici, irripetibili, come specifiche e irripetibili sono le esperienze storiche rilevanti che li hanno formati (guerre, rivoluzioni, movimenti collettivi).

I giovani dell’età di mezzo, non posseggono nessuna di queste caratteristiche. Individualisti, perché questi sono i valori dominanti, si affannano per essere riconosciuti. Giusto. Ma lo possono essere dagli altri e da se stessi con molta più fatica di quella che, nel bene e nel male, è stata l’unica generazione del dopoguerra: la generazione del ’68. Non avendo una visione del mondo e della società che li accomuni, né un linguaggio e uno stile di vita condivisi, si devono accontentare di competere con i più giovani e i più vecchi per mostrare il loro valore, singolarmente, senza scorciatoie generazionali. Hanno il compito della prova. Renzi questo lo sa benissimo. Ma attenzione, come recita il titolo del libro prima citato, preso a prestito da una canzone di Ligabue, “Non è tempo per noi”. Aggiungo: è tempo per tutti quelli che hanno idee e vogliono impegnarsi : “E il solo fatto di specchiarci in Ligabue – dice ironicamente Scanzi – fa capire che abbiamo sbagliato pure i Battisti di riferimento”.

Una questione assai poco privata
, January 20, 2014

Esattamente un secolo fa, gennaio 1914, la Francia si trovava nel pieno di una bufera politica alimentata da rivelazioni scandalistiche. Nel corso di una campagna stampa contro il ministro delle Finanze, Joseph Caillaux, “Le Figaro” non aveva esitato a pubblicare una serie di lettere piccanti inviate qualche anno prima dall’uomo politico – ancora sposato con la prima moglie – all’amante Henriette, con la quale era nel frattempo convolato a nozze. I pressanti appelli di Caillaux al rispetto della vita privata non ottennero particolare ascolto. Tanto più che il 16 marzo 1914 Henriette decise di mondare l’onore ferito uccidendo a colpi di rivoltella il direttore del quotidiano, Gason Calmette, e obbligando il marito alle dimissioni. Era andata meglio, qualche anno prima ad Aristide Briand, la cui luminosa carriera politica (undici volte primo ministro e premio Nobel per la pace nel 1926) aveva rischiato di interrompersi anzitempo in un prato, dove era stato sorpreso da un commissario di polizia in flagrante delitto di adulterio. L’assoluzione in appello non risparmiò a Briand il tagliente sarcasmo della stampa, che non aveva ancora smesso di burlarsi del presidente della Repubblica, Félix Faure, deceduto di arresto cardiaco il 16 febbraio 1899 all’Eliseo, mentre espletava una pratica sessuale con l’amante. Il che lo rese senz’altro più celebre per le circostanze della morte che per i meriti politici.

Non è dunque una novità che i “grandi” ispirino una curiosità che travalica la loro funzione pubblica. Gli uomini di Stato esemplari, d’altronde, non hanno mai impedito che si celebrassero le proprie virtù private. Allo stesso modo la consegna del silenzio per quelli meno saggi difficilmente è stata praticabile. Storicamente, la pretesa degli uomini politici di farsi doganieri dell’incerta frontiera tra pubblico e privato è un’aspirazione rischiosa. Soprattutto nei periodi di difficoltà collettive, quando l’opinione pubblica poco gradisce assistere alla felicità privata dei governanti. Così era cent’anni fa nella Francia in preda alle tensioni internazionali che avrebbero condotto al primo conflitto mondiale; così è oggi, con le casse nazionali svuotate dalla crisi economica.

Certo, a differenza di Sarkozy – che aveva utilizzato lo stesso settimanale, “Closer”, per pubblicizzare la nascente love story con Carlà – Hollande non ha fatto nulla per portare agli onori delle cronache la propria, illudendosi che un casco integrale e una serpentina motociclistica potessero celare le private intemperanze.

Ripensando a Bobbio, dieci anni dopo
L’intellettuale come mediatore
, January 13, 2014

A pochi giorni dal decennale della scomparsa di Norberto Bobbio è naturale che si abbia la sensazione di assistere a una ripresa di interesse per il suo pensiero e per la sua eredità intellettuale. Diverse case editrici celebrano l’anniversario annunciando ristampe dei suoi libri e nuove collezioni di scritti, messe insieme scavando più a fondo nel giacimento di una produzione sterminata, disseminata tra atti di convegni, raccolte di saggi, riviste accademiche, periodici politici e quotidiani. Non c’è dubbio che tali iniziative, e gli incontri di studio che si terranno in diverse città italiane, ci daranno spunti per riflettere. Non solo su ciò che Bobbio ha pensato e scritto, ma anche su chi è stato. Cosa ha rappresentato per la cultura del nostro Paese questo schivo professore torinese. Anche i suoi ammiratori credo ammetterebbero che Bobbio non ha scosso i fondamenti di una disciplina, come fecero Bertrand Russell e Albert Einstein, oppure ispirato movimenti di pensiero di respiro internazionale, come fece Jean-Paul Sartre. Bobbio era uno studioso rigoroso, un ottimo insegnante, ma non fu la cattedra a dar peso alle sue parole. Lo ascoltavamo, ne leggevamo gli interventi, perché aveva ricordato a un Paese ancora tramortito da venti anni di dittatura e ferito dalla guerra che le idee sono importanti. Che sottovalutarne il potere può avere alla lunga esiti disastrosi. Mi pare che – a prescindere da quel che ciascuno pensi del suo valore come filosofo, o della fertilità della sua eredità ideale e politica – ci sia una valutazione che potrebbe essere largamente condivisa, ovvero che egli è stato il più influente intellettuale pubblico italiano della seconda metà del XX secolo. L’unico ad avere un ruolo paragonabile a quello che Croce ebbe nei decenni precedenti alla seconda guerra mondiale. L’autorità che tutti gli riconoscevano quando è morto – persino coloro che, forse proprio per questo, sentivano il bisogno di denigrarlo – dipendeva da tale ruolo.

Ripercorrendo i suoi numerosi scritti sulla figura dell’intellettuale si coglie immediatamente questo tratto caratteristico. La generazione cresciuta col fascismo si affaccia alla democrazia con un misto di entusiasmo e timore.