Rivista il mulino

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I poveri fanno paura
, September 4, 2017

“Mi vuoi bene?”, l’invocazione di soccorso – che è allo stesso tempo mozione degli affetti – rivolta dal bambino di Ischia finito sotto le macerie del sisma del 22 agosto scorso ai vigili del fuoco che tentavano di tirarlo fuori da quella trappola di cemento stride con gli insulti razzisti che, in quegli stessi drammatici istanti, sono apparsi in Rete. Eccone un campionario: “Bene terremoto a Ischia. Aspettiamo con ansia il risveglio del Vesuvio. Pensiero del 90% degli italiani”; “Speravamo nel Vesuvio ma il terremoto va bene lo stesso”; “Terremoto a Ischia… dove mangiano 40 kg di carne di coniglio pro-capite l’anno, direi che è Karma…”.  

Purtroppo non si tratta di episodi isolati. Anche in occasione del crollo della palazzina di Torre Annunziata avvenuta qualche mese addietro, che causò la morte tra gli altri di due bambini, la gravità dell’evento e la generosità dei soccorritori e della gente comune (che faceva la spola portando panini, sigarette, caffè e ogni altro genere di conforto) non hanno impedito di rispolverare slogan razzisti nei confronti delle vittime. In entrambe le circostanze si sono chiamati in causa l’abusivismo e l’assenza di controlli, non tanto per denunciare che in molti comuni del Sud l’edilizia pubblica è una voce di bilancio quasi inesistente, quanto per giungere alla conclusione che in fondo questi corrotti di meridionali se la sono andata a cercare.

Qui non intendo affrontare il tema, oggi “caldo”, dell’opportunità o meno di mettere sullo stesso piano l’abusivismo di sussistenza, basato sull’autocostruzione e l’utilizzo di materiali di scarto per necessità, gli abusi edilizi del ceto medio e le grandi speculazioni edilizie che recano gravi danni all’ambiente, alla sicurezza pubblica e all’estetica del paesaggio.

I rischi connessi al possesso e all'utilizzo di nuove armi letali "autonome"
Intelligenza artificiale, non solo opportunità
, August 28, 2017

In questa torrida estate, funestata da incendi dolosi che hanno distrutto centinaia di migliaia di ettari di vegetazione in alcuni dei luoghi più belli d’Italia; da nuove scosse di terremoto che riaprono eterne discussioni sul dissesto del territorio e il non rispetto delle regole edilizie e urbanistiche; da tragici fatti terroristici che ci riportano immediatamente in un’atmosfera di paura e tensione che avevamo cercato faticosamente di mettere da parte; dalle orrende minacce del leader nord coreano e dalle altrettanto inquietanti risposte del leader nord americano, rischia di passare inosservata la lettera inviata all’Onu il 21 agosto scorso da 116 esponenti della ricerca informatica mondiale (appartenenti a 24 Paesi) in cui si vuole porre al centro dell’attenzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite il devastante potere distruttivo, e i rischi connessi al possesso e all’utilizzo, delle nuove armi che sono frutto delle ricerche più avanzate nel campo dell’intelligenza artificiale.

Gli scienziati, riuniti in Australia per la Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale, hanno voluto richiamare l’attenzione sui rischi assolutamente inediti e devastanti che l’utilizzo incontrollato dei nuovi armamenti "intelligenti" potrebbe causare all’umanità. Lo stesso appello era già stato fatto lo scorso anno ma, secondo loro, non era stato accolto con la dovuta attenzione dall’Onu e dai Paesi membri. Gli studiosi di intelligenza artificiale mettono in guardia contro i rischi di una rapida e incontrollata diffusione di armi letali autonome, che non richiedono la presenza di umani dal momento che è sufficiente la loro programmazione prima dell’utilizzo in campo, e chiedono che questi armamenti vengano messi al bando come altri armamenti la cui produzione è vietata dal 1983. Già oggi le grandi potenze mondiali hanno realizzato carri armati intelligenti che possono operare e muoversi nel territorio senza personale a bordo, e lo stesso vale per navi da guerra autonome. Si perde così la discrezionalità di decisione e scelta del momento in cui utilizzare gli armamenti, la capacità ancora umana di leggere la situazione, di valutare le conseguenze non previste. Si autonomizzano gli armamenti dalle decisioni degli umani, se non di quelle al momento della programmazione dello strumento bellico.

Usa, un passato che non passa
, August 23, 2017

L’aspro conflitto che sta scuotendo gli Stati Uniti, ancora una volta, rende evidente come vi sia un passato che non passa – lo schiavismo, la guerra civile –, una memoria lacerata che mina nel profondo la coesione sociale, i valori e i principi della democrazia americana, mettendone di nuovo in luce le contraddizioni e i limiti. Dai recessi più o meno profondi della storia, sono riemersi movimenti, pulsioni, gruppi che, apparentemente dati per sconfitti o marginali, dimostrano di essere capaci di incunearsi nelle pieghe della democrazia statunitense e di riaffiorare ogniqualvolta si apra uno spiraglio. Una capacità, tuttavia, è bene ricordarlo, che è stata anche resa possibile dalle scelte della politica, a partire da quelle di un Partito democratico che, egemone per buona parte del Novecento, non ha avuto remore a scendere a compromessi con le forze politiche più retrive. La sua storia, ancor più, forse, di quella del Partito repubblicano, almeno fino agli anni Settanta del secolo scorso, deve fare i conti con le ambivalenze, gli opportunismi che hanno contraddistinto anche le decisioni di chi, come Franklin Delano Roosevelt, ha impresso un impulso riformista. Nel corso degli anni Trenta e Quaranta i liberals del Partito democratico, con poche eccezioni, vennero a patti con i segregazionisti del Sud e con l’ala più conservatrice del partito su questioni come i linciaggi, le discriminazioni dei neri nel mondo del lavoro e nelle forze armate, la privazione dei diritti civili e politici. Ma i liberal vennero a patti con i conservatori anche rispetto al rigurgito di movimenti filo-fascisti e filo nazisti e – con analogie interessanti rispetto al presente – con coloro che, in nome dell’antisemitismo e dell’anticomunismo, si opponevano a politiche di accoglienza nei confronti dei rifugiati ebrei e antifascisti. La tolleranza nei confronti dei democratici del Sud rese possibile, poi, l’attivismo della Commissione Dies che, ancora in quegli anni, era sempre pronta a indagare in nome della sicurezza nazionale tutti coloro che venivano sospettati di essere “pink” – sindacalisti, attivisti dei movimenti giovanili e militanti per i diritti civili – ma, non era altrettanto sollecita nel perseguire i gruppi fascisti e filo-nazisti americani. 

Sburocratizziamo la cultura
, July 31, 2017

Spirano venti di guerra nelle università italiane. Niente che debba allarmare le questure, per ora: la stagione delle occupazioni è più avanti, fra ottobre e dicembre. Ad agosto, gli atenei sono deserti: al massimo, s’incontrano gli operai che imbiancano i bagni in vista di possiibili ispezioni. Gli accademici in rivolta sono altrove. I commissari delle abilitazioni sudano a gratis per chiudere la seconda tornata, oppressi dall’incubo della terza, che ricomincia il 4 agosto. I candidati alle stesse abilitazioni, invece, digitano furiosamente sui tasti dei portatili l’ennesimo pezzo di letteratura da concorso, tempestando di mail le redazioni delle riviste di fascia A perché glielo pubblichino. Alcuni cercano persino di aggiornarsi sotto l’ombrellone, compulsando libri comprati a loro spese. E tutti si chiedono che cosa abbiamo fatto per meritarci questo.

Per fortuna, il tam tam è partito in primavera, dal Politecnico di Torino: a settembre, l’anno accademico si aprirà con un inaudito sciopero degli esami. Le motivazioni possono sembrare nebulose, persino corporative, a chi lavorerebbe anche nelle miniere di sale, se fossero banditi appositi concorsi: recuperare anni di contributi perduti, dopo un blocco degli stipendi che dura da una vita. Ma è chiaro che si tratta solo del casus belli che potrebbe far scoppiare i Vespri siciliani, il Tumulto dei Ciompi, la Congiura dei Pazzi. L’accademia in rivolta, decimata dai tagli ai finanziamenti, dai pensionamenti e dal palese disprezzo dei politici, reclama che si torni a finanziare la ricerca, che si assumano i giovani, che si riveda tutto il carrozzone della valutazione.

Un referendum contro l'unità nazionale
, July 24, 2017

Mentre i lombardi sono bombardati da una comunicazione istituzionale potente e assai costosa che li invita al voto, la politica italiana continua pericolosamente a disinteressarsi del referendum del prossimo 22 ottobre in Lombardia (e in Veneto).

Per capire meglio su che cosa, e soprattutto perché, si vota, può essere utile tornare sul tema e ripercorrere il testo della mozione approvata a maggioranza dal Consiglio Regionale lo scorso 13 giugno.

Il testo ricorda che già nel febbraio 2015 lo stesso Consiglio ha approvato l’indizione di un referendum consultivo concernente l’iniziativa per l’attribuzione a (sic, non “alla”) Regione Lombardia di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia ai sensi dell’art. 116, con le relative risorse, configurando “un’autonomia affine a quella del Friuli-Venezia Giulia”, quindi molto ampia. L’iniziativa non precisa le materie sui cui si vuole maggiore autonomia, non nasce dall’individuazione di specifici temi su cui si ritiene sarebbe più opportuna una competenza regionale. “Si tratta su tutto”; perché il vero, principale obiettivo sono le risorse finanziarie. La maggiore autonomia, infatti, è “a beneficio esclusivo del grande popolo lombardo che si vedrebbe così sgravato, grazie all’autonomia fiscale, di ampie porzioni di fiscalità regionale (bollo auto, aliquota regionale Irpef ecc.) e godrebbe di uno spettro maggiore di servizi e di un’assistenza rafforzata”. Ma non finisce qui: perché il presidente di Regione Lombardia è impegnato a convocare un tavolo, dopo lo svolgimento del referendum, composto da tutte quelle regioni che vantano un credito annuale nei confronti dello Stato centrale, per costituire un “Fronte del residuo fiscale”, “applicando il sacrosanto principio, ormai non più trascurabile, che le risorse rimangano nei territori che le hanno generate”.