Rivista il mulino

Content Section

Central Section

la nota
Dagli amici mi guardi Iddio
, March 17, 2014

Quante volte abbiamo ripetuto che il Partito democratico, per manifestare tutto il suo potenziale di innovazione, doveva essere una cosa molto diversa dalla somma di due partiti o frammenti di partito della Prima Repubblica, gli ex comunisti e gli ex democristiani di sinistra! Così non è avvenuto sino alla fine del 2013, nonostante i frequenti elettroshock delle primarie, troppo spesso ammorbiditi da un voltaggio insufficiente e dalla prevalenza di candidati conservatori. Con un voltaggio adeguato e in presenza di un leader carismatico e innovatore, con molti anni di colpevole ritardo le primarie dell’8 dicembre scorso per la segreteria del partito sono state un detonatore esplosivo: la leadership conservatrice è stata sconfitta. Ma lo è stata veramente?

La mia risposta è positiva e sono sicuro che niente tornerà come prima. Due qualificazioni sono però necessarie. Per il modo in cui la sconfitta è avvenuta, per gli errori della leadership precedente e per la velocità impressa agli eventi dal vincitore, resta da fare un lungo lavoro di riflessione strategica su quale possa essere la natura e il ruolo della sinistra nel contesto sociale e istituzionale del nostro Paese: una sinistra liberale e, inevitabilmente, una sinistra più radicale. Questa riflessione era in buona misura maturata nel partito laburista prima della vittoria di Blair nel congresso del partito e poi nelle elezioni politiche del 1997. Da noi non lo è stata e dovrà esserlo nel prossimo futuro se nel partito dovranno confrontarsi linee liberali e radicali moderne… post-rottamazione. Questo ha però anche la conseguenza che Renzi si trova a governare un partito che non controlla e non lo capisce, mentre capiva alla perfezione “l’usato sicuro” di Bersani: il successo alle primarie è in buona misura frutto di opportunismo e disperazione, non di una convinzione profonda che la linea politica di Renzi (ma qual è poi?) sia quella giusta.

Un'Europa dei princìpi
, March 10, 2014

Da tempo, ormai, la politica estera ha un ruolo marginale nel dibattito pubblico italiano. Una rimozione che risale alla fine delle Guerra fredda, quando il nostro Paese, liberatosi del peso che la divisione in blocchi del continente aveva imposto alle vite di generazioni di europei, fu costretto a fare i conti con una crisi del sistema politico i cui effetti si avvertono ancora oggi, a più di venti anni di distanza. Completamente assorbiti dallo studio del proprio ombelico, gli italiani sembrano accorgersi di rado di ciò che accade oltre i confini nazionali. Soltanto eventi eccezionali, come catastrofi naturali, guerre o situazioni di grave tensione, del genere di quella che da alcune settimane scuote l'Ucraina, lacerano il velo della cronaca e dell'attualità politica nazionale costringendoci a rivolgere per qualche ora lo sguardo altrove.

Probabilmente questo atteggiamento di "evasione" rispetto alla dimensione politica delle vicende internazionali ha trovato alimento anche nel modo in cui gli italiani hanno vissuto il processo di unificazione europea. Lo spazio economico europeo apparve dischiudere la prospettiva di un benessere privo di costi sociali significativi, che avrebbe inaugurato un'era di progresso senza conflitto. Subito dopo la caduta del muro di Berlino questa visione del destino del nostro continente veniva spesso illustrata richiamando le tesi formulate da Francis Fukuyama nel suo libro sulla "fine della storia". In realtà, il lavoro dello studioso statunitense non era affatto un'apologia del progetto europeo. Rilette oggi, le pagine sul "market oriented authoritarianism" sono tutt'altro che rasserenanti.

La doppia maggioranza
, March 3, 2014

Il governo guidato da Matteo Renzi ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica soprattutto per la composizione della maggioranza e per le logiche che hanno condizionato la scelta di ministri e sottosegretari, entrambe nel senso della sostanziale continuità con la storia politica della Prima e della Seconda Repubblica. Non mi paiono questioni centrali, rispetto ai contenuti innovativi del programma di governo e alle possibilità di realizzarlo. Il cambio di premiership si giustifica soprattutto per il consenso pubblico del leader democratico, e per il suo ambizioso progetto di rifondazione della politica nazionale. Il cuore di questo progetto sono ancora le riforme: non solo quelle economiche e sociali, ma anche quelle istituzionali, tra le quali la scrittura di una nuova legge elettorale. Proprio quest’ultima sembrava il primo obiettivo di Matteo Renzi neo segretario del Partito democratico: almeno subito dopo la sentenza della Corte costituzionale, che, qualora il Parlamento continuerà nella sua responsabile inerzia, ci costringerà a votare con una formula proporzionale con voto di preferenza unica. Proprio per evitare questo risultato, l’accordo “Berlusconi-Renzi” aveva portato, in tempi rapidissimi, al varo del cosiddetto Italicum, uno schema elettorale che premia i due maggiori partiti politici degli schieramenti, riduce drasticamente il potere di condizionamento delle forze politiche minori, e disinnesca la minaccia del Movimento 5 Stelle. Una riforma simile si è scontrata contro un muro di veti, provenienti da gruppi organizzati e trasversali, riconducibili, soprattutto, alla minoranza interna al Partito democratico e ai piccoli partiti.

L'ora della verità
, February 24, 2014

Per Matteo Renzi ha inizio la fase più dura. Sin qui si è rivelato un formidabile animale politico, in linea con le attese di tanti italiani non solo di centrosinistra, mostrandosi capace di rispondere perfettamente alla loro richiesta di un uomo nuovo. I tanti epiteti cui ricorrono gli analisti o i giornalisti per cercare di definirlo rispecchiano l’originalità che egli rappresenta: «l’erede a sinistra di Berlusconi», «il leader post-berlusconiano», «post-ideologico», «antipolitico», «populista», «outsider», «genio della comunicazione, dell’immagine, dei media» – e la lista non finisce qui. Renzi infatti si è dimostrato anche un «killer», cacciando una larga parte della vecchia guardia del Partito democratico, e un abile manovratore: non ha in effetti esitato a fare il contrario di quanto annunciava a proposito del governo Letta, ricorrendo a metodi degni dei costumi della Prima Repubblica (la stessa che, come gli piace ricordare, non ha conosciuto direttamente).

Ora però il «mago» della politica si trova obbligato a imparare in fretta a fare il «tecnico» della politica, possibilmente senza rinunciare alle caratteristiche che sono state alla base del suo successo. Renzi ha annunciato un ambizioso programma di riforme a scadenze mensili, correndo in questo modo il rischio di venire rapidamente smentito dalla realtà. Perché l’uomo frettoloso che è dovrà imparare a gestire un governo, trattare con la sua maggioranza, imporsi all’amministrazione, lavorare con il presidente della Repubblica, negoziare con le parti sociali e i sindacati, prendere in considerazione i vincoli economici, discutere con l’Unione europea. In breve, non potrà più, semplicemente, fare comunicazione ma dovrà agire nel reale: in altri termini, fare politica in una situazione di responsabilità. 

Bestiario fiorentino
, February 17, 2014

Bisogna che il principe sia volpe per riconoscere le trappole, e leone per difendersi dai lupi, scriveva Niccolò Machiavelli. Ma era un ottimista. Come sappiamo, il capo politico si fa volpe per tenderle lui, le trappole, e leone per aggredire gli avversari, non per difendersene. Si parva licet componere magnis, se è lecito confrontare quel che è piccolo, anzi minimo, con quel che è grande, questo è avvenuto e avviene nel caso della caduta di Enrico Letta e dell’ascesa di Matteo Renzi.

Comunque si giudichi il sindaco Smart – che lo si paragoni a Pico della Mirandola, come fa il sarto di lusso Roberto Cavalli, certo che si tratti di uno di quei geni che a Firenze nascono ogni 500 anni, o che lo si consideri uno dei tanti convinti d’essere geni –, comunque la si pensi, dunque, non si può negare che della volpe e del leone Renzi abbia gusti e modi. Basta ricordare quante volte e con quale baldanza ha giurato di non pensarci proprio, alla presidenza del Consiglio. Non è nel mio interesse, ha simulato da vecchia volpe ancora pochi giorni prima del ribaltone. E non è nell’interesse degli italiani, ha aggiunto. Intanto, si dava da fare come un leone in direzione ostinata e contraria.

D’altra parte, ostinato e contrario ama rappresentarsi nella messa in scena della politica. Lo ha fatto quando assicurava di stare con Marchionne, senza se e senza ma. E lo ha fatto molto più di recente, quando ha stretto il patto per la riforma elettorale con l’allora fu Silvio Berlusconi. Certo non unico nelle file del Pd, ha deciso che resuscitarlo era nel suo interesse (e chi se ne frega di quello del Paese). E da leone non ha esitato a farlo, senza ascoltare ragioni. D’altra parte, da volpe pare l’abbia fatto con un'arrière-pensée, per un fine nascosto: togliere al caimano l’arma della demonizzazione comunista del Pd. E infatti il caimano ha dichiarato poi (venerdì 14 febbraio, a crisi aperta) che di Renzi ha stima. Non è un comunista, ha detto. Ed è sembrato che intendesse: lo conosco bene. Chissà che, nel medio periodo, tutto questo non consenta al Pd una campagna acquisti elettorale a destra.