Rivista il mulino

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Le stragi di migranti che minano l’Unione
, April 27, 2015

«La natura accorda a ogni uomo il diritto di uscire dal proprio Paese […] Ogni uomo ha inoltre il diritto di cambiare patria, può rinunciare a quella in cui è nato per sceglierne un’altra». Vale la pena di ricordare queste parole, scritte da Condorcet nel 1791, e assumerle come premessa per discutere del modo in cui l’Europa sta affrontando l’emergenza provocata dal numero sempre crescente di persone che tentano di varcarne illegalmente i confini. Ciò che accade, infatti, non riguarda soltanto la sicurezza o il benessere di chi già gode della protezione delle nostre leggi, cittadini o residenti legali, ma anche il riconoscimento di diritti umani. Una politica di apertura indiscriminata delle frontiere sarebbe irragionevole, per le conseguenze in termini di ordine pubblico e di stabilità economica che essa avrebbe, ma non possiamo ignorare che il modo in cui l’emergenza è stata affrontata fino ad ora ha serie conseguenze sul piano morale. Che mettono in discussione la nostra stessa identità come cittadini di una repubblica ideale.

Rammentare a noi stessi che la costruzione europea non si è alimentata soltanto di interessi economici è importante anche perché quella dei migranti che perdono la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo non è l’unica crisi umanitaria che mette in discussione le ragioni del progetto europeo. Anche all’interno dei confini dell’Unione l’incapacità di uscire dal circolo vizioso innescato da una visione del contratto sociale retta unicamente dall’idea dello scambio economico ci sta portando sempre più vicini al fallimento dell’ideale europeo.

Basta dare uno sguardo al modo in cui le scelte recenti in materia di governo dei flussi migratori vengono interpretate da osservatori esterni per rendersi conto che abbiamo sperperato quasi del tutto il capitale morale accumulato in questi anni. La fortezza Europa, come ha scritto Kenan Malik, ha creato una barriera emozionale intorno al Continente che sta mettendo in discussione la nostra sensibilità nei confronti delle violazioni dei diritti umani anche quando avvengono a un passo da casa. Questo è il risultato prevedibile della scelta miope di trattare la questione dei migranti come se fosse esclusivamente una questione di ordine pubblico. 

L'Italia e il rapporto con l'Europa
, April 20, 2015

Con l’ennesima tragedia di migranti annegati nel canale di Sicilia si ripropone il tema, delicatissimo, del rapporto del nostro Paese con l’Unione europea. Rilevare l’inefficienza di Bruxelles sulla questione del governo dei flussi migratori che dalle zone di guerra limitrofe si riversano sul nostro continente è come sparare sulla Croce Rossa. Peraltro, nel contesto attuale aspettarsi che l’Unione sia in grado di rispondere seriamente a questa emergenza è piuttosto difficile.

Lo scatenarsi di pulsioni populiste di fronte al timore sempre più generalizzato che siano irreversibilmente finiti i famosi anni biblici delle vacche grasse è osservabile ovunque. In Italia non siamo affatto immuni da questo contagio, anzi dobbiamo sopportarlo in diretta, perché è sulle nostre sponde che si dirige la gran parte dei flussi migratori.

La domanda allora è: ma noi siamo in grado di reggere questa pressione, innanzitutto dal punto di vista psicologico? Il dubbio è notevole, non solo perché si tratta dei tipici fenomeni dai contorni oscuri e con la caratteristica di far presagire capovolgimenti epocali,

Le donne non fanno notizia
, April 13, 2015

Si sta concludendo in questi giorni la raccolta dati per la quinta edizione del Global Media Monitoring Project (Gmmp). Una rete di ricercatrici e ricercatori di più di cento Paesi ha monitorato la presenza delle donne nelle notizie riportate nei media principali, dai giornali televisivi e radiofonici, ai quotidiani, ai siti internet di news, a Twitter.

Guardare ai rapporti delle passate edizioni dà parecchio da pensare. Se in generale nel mondo, fra i professionisti della notizia, la presenza di donne è alta (circa il 40%) e per alcuni media è in crescita, cosa diversa è per la presenza delle donne nelle notizie. Ancora nel 2010, a livello mondiale, solo il 24% delle persone menzionate nelle notizie erano donne. Quando le donne intervenivano nelle notizie in qualità di soggetti principali avevano una probabilità doppia rispetto agli uomini di essere ritratte come vittime. Inoltre, le donne intervenivano come "parere esperto", cioè in posizione di autorità, solo nel 20% dei casi, mentre come latrici dell'"opinione popolare" nel 44% dei casi. E in Italia? Nei dati dell'ultimo monitoraggio le donne costituivano il 19% delle persone citate nelle notizie, cinque punti sotto la pur bassa percentuale mondiale. Le donne comparivano come vittime tre volte più spesso degli uomini. Erano intervistate come esperte solo nel 14% dei casi, mentre intervenivano come latrici dell'"opinione popolare" nel 57% dei casi. Insomma, i soliti record negativi a cui il nostro paese è abituato quando si tratta di questioni di genere.

Le guerre culturali negli Stati Uniti non accennano a diminuire
Discriminare per legge
, April 8, 2015

Lo scontro culturale sui diritti e sulle libertà individuali e collettive domina il dibattito politico statunitense e alimenta le divisioni fra i due maggiori partiti. Ancor più che a livello federale, lo si osserva in ambito statale, soprattutto laddove i conservatori del partito repubblicano controllano legislativo ed esecutivo. Negli Stati del “profondo rosso”, i conservatori sono in grado di promuovere iniziative legislative che devono mettere argine a quello che considerano un pericoloso processo di secolarizzazione e di relativismo etico e culturale.

È di questi giorni la battaglia combattuta in nome della difesa delle libertà religiose. Tema nobile, che richiama uno dei diritti fondamentali dell’uomo ma che, nel contesto statunitense dove non c’è termine più scivoloso di “libertà”, diventa un’arma a doppio taglio per l’uso che ne stanno facendo soprattutto i conservatori. Più che difendere la libertà religiosa (implicitamente cristiana fondamentalista), l’obiettivo sembra quello di voler mettere in discussione i diritti e le libertà “degli altri” e in primis della comunità gay e lesbica. Secondo alcuni osservatori, poiché le sentenze delle corti stanno di fatto legalizzando i matrimoni same-sex, i conservatori utilizzano l’arma della difesa della libertà religiosa per recuperare quel terreno che si sta perdendo nelle aule dei tribunali.

In realtà, è proprio la Corte Suprema, con una sentenza del 2014 (Hobby Lobby Decision), a legittimare tale interpretazione della libertà religiosa sostenendo la legittimità per le imprese a conduzione familiare di rifiutare su tali basi l’obbligo di garantire ai propri dipendenti assicurazioni sanitarie, accesso alla contraccezione incluso. Così, in Georgia, i repubblicani conservatori hanno approvato in Senato una proposta di legge che, in nome della libertà religiosa, di fatto permetterebbe ai datori di lavoro di licenziare le donne che hanno abortito.

Cresciuti con la crisi
, March 30, 2015

Crescere e diventare adulti per la generazione che era adolescente nel 2008, all’inizio della grande recessione, ha significato maturare aspettative e progetti in un tempo di crisi economica, sociale, morale globale.

Le esperienze della precarietà lavorativa, della frammentarietà delle carriere, della difficoltà nel raggiungimento di un’autonomia economica, della necessità di adeguare prontamente le proprie competenze a contesti in continuo mutamento, si inseriscono in un più complessivo scenario di trasformazioni che contribuiscono a creare un insieme nuovo di linguaggi, significati, pratiche, aspettative e aspirazioni che segnano una frattura rispetto al “mondo” delle generazioni precedenti. La globalizzazione, innanzitutto: l’inserimento in flussi globali di idee, immagini, informazioni, modelli di vita e di consumo che contribuiscono a modificare l’idea della soggettività, dell’appartenenza e dell’azione politica, rendendo comuni e scontati – nell’analisi sociologica, ma sempre più anche nel discorso comune – nozioni come quelle di “sfera pubblica diasporica”, “comunità trans-locali”, “società in rete’.

Lo sviluppo e la diffusione capillare delle tecnologie elettroniche costituiscono un secondo elemento che segna in modo nuovo e peculiare l’esperienza dei giovani contemporanei. Perennemente “connessi” e abituati a utilizzare linguaggi diversi e, a differenza della generazione precedente, meno preoccupati della coerenza. Oggi nei giovani appare accresciuta la capacità di adattarsi per non essere esclusi e perdere le scarse opportunità che via via si presentano loro. In questo articolato scenario, anche la congiuntura economica negativa – esperienza di regressione, riduzione, involuzione e delusione per le generazioni precedenti – può assumere un significato diverso agli occhi di una generazione per cui la crisi ha costituito esperienza comune e condivisa sin dall’adolescenza, il contesto “normale” in cui si è compiuta, o si sta per compiere, la transizione dalla scuola al lavoro, dall’infanzia al mondo adulto.